epistemologia dello zipper
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1.  Davide Pioggia  
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 Altre opzioni 16 Feb 2006, 19:17
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Thu, 16 Feb 2006 19:17:21 +0100
Locale: Gio 16 Feb 2006 19:17
Oggetto: epistemologia dello zipper
Ho già avuto modo di illustrare più volte in questo ng gli elementi della
teoria della complessità algoritmica, per cui non starò a ripetere cose che
ho già detto e che si possono facilmente ritrovare con Google. Mi limiterò
invece a mostrare come questa impostazione riesca ad includere gli aspetti
più interessanti del falsificazionismo popperiano, evitando al contempo
certi limiti di quest'ultimo.

Possiamo partire proprio da alcune considerazioni preliminari sul
falsificazionismo, osservando che Popper non è in grado di definire in modo
rigoroso *che cosa* debba essere "falsificato". Supponiamo ad esempio che
una certa teoria preveda che accada un certo evento, e che quell'evento -
per quanto ne sappiamo indipendentemente da quella teoria - possa anche non
accadere. In tal caso ciò che risulta falsificabile è una certa
"previsione".

Ma sono sempre e solo le previsioni a dover risultare falsificabili?
Se è così, che ne è delle teorie ci parlano della orgine dell'universo, del
nostro pianeta, o della vita sul nostro pianeta? Sono tutte non-scienze?

Non solo, ma ormai da più di un secolo la fisica si è resa conto che la
stragrande maggioranza dei fenomeni, pur essendo "deterministici", non sono
affatto "prevedibili", a causa della nota faccenda della "sensibilità alle
condizioni iniziali". Ebbene, che ne è in questi casi della possibilità di
formulare delle previsioni? Dobbiamo forse liquidare come non-scientifica
anche la teoria del caos?

Mentre riflettiamo su questi problemi, proviamo a considerare un caso
semplice come quello del moto dei pianeti, e vediamo come esso verrebbe
affrontato dal punto di vista dello "zipper".

Immaginiamo dunque il signor Keplero, che stende sul suo tavolo una enorme
quantità di tavole raccolte per anni da Tycho Brahe, le quali descrivono la
posizione dei pianeti rispetto alla Terra giorno dopo giorno.

Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei moti
circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in
quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande
intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il
Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!

Questo per quel che riguarda la forma dell'orbita. In seguito Keplero scopre
anche un modo per "comprimere" l'informazione sul moto dei pianeti
sull'orbita, e qualche anno dopo è anche in grado di confrontare fra loro i
periodi dei vari pianeti.

Alla fine Keplero enuncia le sue famose tre leggi:

1) i pianeti si muovono su delle ellissi aventi il Sole in uno dei
    fuochi;

2) il raggio che unisce un pianeta al Sole descrive aree uguali in
    tempi uguali (= velocità areolare costante);

3) il rapporto fra il quadrato dei periodi e il cubo del semiasse
    maggiore di ogni orbita è costante per ogni pianeta (questa legge
    Keplero la pubblicò nel 1619, e fu questa la vera "mela" di Newton).

Ora, a che ci servono queste tre leggi?

Ci servono perché disponendo di esse, di un calcolatore (ma basta anche un
foglio ed una matita con un po' di tavole logaritmiche) e conoscendo la
posizione e la velocità di ogni pianeta in un certo giorno di un certo anno,
noi siamo possiamo anche buttare via tutte le voluminose tavole di Brahe,
perché con quei pochi dati che stanno in un paio di foglietti siamo in
grado in ogni momento di *ricostruire* tutte le tavole di Brahe. Quelle tre
leggi definiscono quindi un "algoritmo" che ci consente di produrre tutte
quelle tavole.

Ecco dunque cosa abbiamo fatto: abbiamo "zippato il file" in cui stavano
tutte le migliaia e migliaia di numeri faticosamente raccolti e trascritti
da Brahe e da altri che erano venuti prima di lui. Anziché andarcene in giro
con tutte quelle tavole di dati, possiamo tenere in tasca un paio di
foglietti ed una matita, e se qualcuno vuol sapere dove si trovava rispetto
alla Terra il pianeta Marte un certo giorno di sei mesi prima, quando Brahe
lo aveva osservato riportando scrupolosamente la  posizione sulle tavole,
noi senza nemmeno consultare quelle tavole facciamo due conticini e glielo
diciamo seduta stante.

Già qui possiamo fare un primo confronto con quanto dicevamo sul
falsificazionismo popperiano.

Osserviamo infatti che finora non abbiamo mai parlato di "previsioni", ma ci
siamo limitati a descrivere ciò che già avevamo osservato. Non abbiamo
nemmeno parlato di "cause", cosa che lasceremo fare fra qualche annetto a
Sir Isaac Newton. A noi basta descrivere i dati già osservati, e non siamo
interessati né alle cause né alle previsioni.

Eppure non si può certo dire che non abbiamo fatto una scoperta, che non
sappiamo qualcosa di più di quel che sapevamo prima. Ora infatti sappiamo
che un certo insieme di dati osservati possono essere zippati in un certo
modo. Prima non lo sapevamo, ora lo sappiamo. Non è forse questa una
*conoscenza*? Quando ancora non lo sapevamo, non eravamo riusciti
a zippare i dati, ora invece sappiamo come fare, e lo possiamo fare.
Dunque ora *sappiamo* qualcosa di più, anche se per ora non abbiamo fatto
altro che riscrivere diversamente qualcosa che già avevamo osservato.

Come si fa a "falsificare" una descrizione che - proprio per come è
costruita - è fatta in maniera tale da descrivere ciò che si è già
osservato?

Già, è vero, però è anche vero che quelle nostre tre leggi pretendono di
poter fare molto di più che limitarsi a descrivere ciò che ha già osservato
e scritto Brahe. Noi infatti potremmo utilizzare il nostro "algoritmo" anche
per calcolare la posizione e la velocità di tutti i pianeti anche in quei
giorni o persino quelle ore che non sono riportate sulle tavole di Brahe. E
se qualcuno volesse sapere dove si trovava rispetto alla Terra il pianeta
Marte il giorno in cui fu pugnalato Cesare dai congiurati, noi sapremmo
dirgli anche quello, sebbene allora le tavole di Brahe non esistessero
neppure.

Ma allora non possiamo più fare finta di non vedere il passo successivo, che
è quello di fare delle *previsioni* sulla posizione dei pianeti nei giorni,
mesi e anni futuri. E quelle previsioni saranno "falsificabili", sicché
potremo dire di aver fatto della "scienza".

Ma è per questo che il nostro risultato è "scientifico"?

Se noi avessimo raccolto una astronave proveniente dallo spazio, ultimo
relitto di un lontano sistema solare distrutto dalla esplosione della
propria stella, e se su quella astronave avessimo trovato le tavole
astronomiche del moto di quei pianeti fino al momento dell'esplosione,
quando fossimo riusciti a zippare tutti quei dati su certe ellissi
percorse a velocità areolare costante eccetera, ebbene in quel caso il fatto
di non poter più utilizzare quello "zip" per fare delle "previsioni" avrebbe
forse relegato il nostro lavoro nella non-scienza?

Più in generale, non possiamo forse dire di aver scoperto qualcosa ogni
qualvolta riusciamo a "comprimere" un gran mole di dati un algoritmo di
dimensioni ridotte che è in grado di riprodurre tutti quei dati, e questo a
prescindere dalla possibilità di fare delle "previsioni"?

Certo, come dicevamo poco fa nel caso del moto dei pianeti la possibilità di
"comprimere" è strettamente legata alla possibilità di "prevedere". Infatti
se a partire da oggi i pianeti del nostro sistema solare cominciassero a
ballare la rumba e il cha cha cha attorno al Sole, noi non potremmo più
aggiungere quei dati al nostro "file compresso" usando lo stesso zipper, ma
dovremmo scrivere la posizione di ogni pianeta ora per ora, minuto per
minuto, fino a quando non si trovasse un altro modo per zippare quello
strano moto. E se poi non si trovasse alcun modo di zippare quel moto, il
nostro file continuerebbe a crescere indefinitamente, finché diverrebbe del
tutto ingestibile, e a quel punto il fatto di aver potuto zippare i primi
miliardi di anni di vita del sistema solare non ci sarebbe più di alcuna
utilità, perché il file sarebbe comunque divenuto troppo grande.

Dunque il moto dei pianeti è uno di quei casi in cui per poter zippare
bisogna anche poter prevedere, perché il metodo di "compressione" riceve
continuamente dei nuovi dati da appendere al file zippato. Se invece non si
trova un modo di zippare i dati, allora il nostro tentativo di compressione
fallisce. Ma fallisce perché non zippa più, o perché è stato "falsificato"?

Teniamo presente che nessuno fino a qui ha preteso di dire qualcosa su cosa
accadrà nel futuro. Nel futuro ci potrebbe anche essere una bella esplosione
come quella che è capitata nell'altro sistema solare. Non lo sappiamo, e
nessuno pretende di saperlo. Nessuno va a casa di Sir Karl Popper ad
avanzare pretese su cosa accadrà nei prossimi giorni o nelle prossime ore.
Semplicemente ci si limita a raccogliere dati, e si va a vedere se si trova
per essi un metodo di "compressione". E più riusciamo a comprimerli, più
possiamo dire di "sapere" delle cose (se non altro sappiamo come si fa a
comprimere quei dati). Se poi non riusciamo più a comprimere i nuovi dati
osservati, allora vuol dire che il nostro "sapere" non si estende fino alla
"compre(n/s)sione" dei dati attuali. Va bene, ma resta il fatto che certi
dati siamo riusciti a comprimerli, e quello è "qualcosa che sappiamo".

Non è forse "oggettiva" la conoscenza di un metodo per comprimere certi
dati, a prescindere dal fatto che essi siano o meno "previsti"?

Supponiamo che domani sui giornali salti fuori che un certo filologo ha
scoperto certe "regolarità" nella Divina Commedia, ed è riuscito a scrivere
un programmino di poche righe che se fatto girare su un computer produce
come output l'intera Divina Commedia. Certo, uno potrebbe "barare" e mettere
sul computer anche la Divina Commedia. E allora noi, per essere sicuri che
non ci siano trucchi, consegniamo un computer che abbia una memoria
complessiva molto minore dello spazio che sarebbe richiesto per codificare
tutta la Divina Commedia lettera per lettera. Ma, nonostante questo nostro
...

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2.  Davide Pioggia  
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 Altre opzioni 16 Feb 2006, 19:25
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Thu, 16 Feb 2006 19:25:49 +0100
Locale: Gio 16 Feb 2006 19:25
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Davide Pioggia ha scritto:

> ...è sempre proporzionale alla distanza da uno dei fuochi.

Eh, sì, buonanotte. L'analfabetismo scientifico di ritorno (per non parlare
di quello di andata) incombe sulla mia misera persona.

--
Saluti.
D.


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3.  Che nickname ha costui?  
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 Altre opzioni 17 Feb 2006, 10:35
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Che nickname ha costui?" <stzs...@tin.it>
Data: Fri, 17 Feb 2006 10:35:16 +0100
Locale: Ven 17 Feb 2006 10:35
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
"Davide Pioggia":

> ...
> Se poi Newton su questa "ottimizzazione della zippatura" ci ha voluto
> costruire una metafisica di "forze" e di "cause" sono affari suoi. Non
posso
> impedire che lo zipper che sta sul mio pc abbia una sua religione sul
> proprio ruolo nell'universo del pc, e se vuole può persino credere di
avere
> un'anima immortale che sopravviverà il giorno in cui si guasterà il disco
> rigido. Questi sono affari suoi: a me interessa solo che quel programma
> faccia un buon lavoro di zippatura. Se lo fa, allora dico che è uno
zipper,
> altrimenti niente, non zippa, il che è come dire che dopo che un certo
file
> l'ha analizzato quel programma non ne sappiamo più di prima.

Ci giri intorno, ci giri in torno, come una falena al fanale.
Dimmi che la scienza può fare a meno della realtà metafisica!

Ciao!!!  :o)
Livio


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4.  U22  
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 Altre opzioni 17 Feb 2006, 20:51
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "U22" <uventi...@tiscalinet.it>
Data: Fri, 17 Feb 2006 20:51:01 +0100
Locale: Ven 17 Feb 2006 20:51
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper

"Davide Pioggia" ha scritto:

> Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei
> moti
> circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in
> quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande
> intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il
> Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!

Vedo le virgolette, ma la compressione è una cosa concettualmente diversa.
Qui si tratta di *astrarre* un concetto da una congerie di dati, concetto
che *li ordina* (mette in evidenza la loro struttura).
E' un processo "standard" della mente, non solo umana. In sostanza, la
cosiddetta esperienza consiste proprio in questo: astrazione
(induttivo-deduttiva).
Nella compressione, in sostanza, ci si limita a sostituire con un segnalibro
i blocchi ricorrenti, e quindi a scriverli una sola volta. E' un processo
molto diverso.
Vero che entrambi i processi risparmiano spazio di memoria, ma il secondo
molto meno del primo. Per di più l'astrazione crea diversi livelli logici,
cosa che la compressione non fa. La compressione non è tenuta a "capire": è
un processo puramente grafico.

> Ecco dunque cosa abbiamo fatto: abbiamo "zippato il file"

Un file zippato, per poter essere usato, va dezippato. Le leggi di Keplero
invece si usano così come sono: basta assegnare un valore alle variabili.

> Già qui possiamo fare un primo confronto con quanto dicevamo sul
> falsificazionismo popperiano.

> Osserviamo infatti che finora non abbiamo mai parlato di "previsioni", ma
> ci
> siamo limitati a descrivere ciò che già avevamo osservato. Non abbiamo
> nemmeno parlato di "cause", cosa che lasceremo fare fra qualche annetto a
> Sir Isaac Newton. A noi basta descrivere i dati già osservati, e non siamo
> interessati né alle cause né alle previsioni.

Il "noi" è un plurale maiestatis? :-)
Nessuno farebbe ricerca - nessuna mente farebbe astrazioni - se non con il
fine di dominare meglio la realtà circostante, e cioè proprio per fare delle
previsioni.
Inoltre noi sappiamo bene che, se conosciamo le cause di un fenomeno, le
nostre previsioni funzioneranno, altrimenti il semplice estrarre una legge
dai dati (senza curarsi delle cause) ci costringe a non fidarci e a mettere
in campo il fato. E anche mettere alla porta il fato è una tendenza
spontanea delle menti (umane o no): la scienza e in genere la conoscenza
hanno questa motivazione.

> Eppure non si può certo dire che non abbiamo fatto una scoperta, che non
> sappiamo qualcosa di più di quel che sapevamo prima. Ora infatti sappiamo
> che un certo insieme di dati osservati possono essere zippati in un certo
> modo. Prima non lo sapevamo, ora lo sappiamo. Non è forse questa una
> *conoscenza*?

Con la remora che tu hai posto, che cioè le cause non interessano, non si è
acquisita alcuna conoscenza.
Senza che l'astrazione abbia visto delle cause, oltre che delle ricorrenze e
una loro logica "grafica", siamo ancora e sempre davanti soltanto a
informazione, che non è conoscenza. Senza che noi abbiamo scavato delle
cause, quei dati, sempre limitati, solo per avventura possono aver portato a
certe conclusioni. Mai potremmo, in tal caso, azzardarci a progettare
neppure una caffettiera, oppure dovremmo costruirne migliaia a caso e poi
"zippare" (senza comunque la garanzia che poi la caffettiera "zippata"
funzionerà). E non mi pare che la scienza, fino a oggi, abbia funzionato
così. Non avrà trovato le cause ultime, ma i suoi bravi *perché* li ha
scritti e usati. La caffettiera fa il caffè *perché*... (lunga lista).
Il processo mentale di astrazione, a mio parere, non è un processo "grafico"
di raccolta di ricorrenze, ma è la costruzione di un *simulatore dinamico*
dei fenomeni, tant'è vero che spesso basta un evento (o pochi dello stesso
tipo) per formare in noi la reazione corretta. Il *simulatore* ha poi in
realtà una struttura complementare rispetto al fenomeno esaminato, perché è
fondato sul (finalizzato al) reagire correttamente in presenza del fenomeno.
E il *simulatore* mentale, anche quando si basa solo sul "come" anziché sul
"perché", tuttavia implica perlomeno che si creda alla presenza di un
"perché", altrimenti, ripeto, di fatto affronteremmo la realtà come una
scommessa totalmente al buio. Il che non mi risulta che accada per nessuno.
Se fai riferimento alla MQ, che si dice vada accettata senza la pretesa di
capire, io, nel mio piccolo, penso invece che i relativi "perché" saranno
capiti. Questione di tempo. E di intelligenza. Non di capacità
grafico-informatiche.

> Come si fa a "falsificare" una descrizione che - proprio per come è
> costruita - è fatta in maniera tale da descrivere ciò che si è già
> osservato?

Una descrizione non si falsifica per definizione, perché, in quanto mera
descrizione, non *significa* niente.
Il significato risiede nelle cause, non nel fatto che da un accrocchio di
materiali to', guarda, esce il caffè!
Solo se la descrizione fosse la sintesi grafica di infiniti fatti (di tutti
i fatti possibili) potremmo considerarla affidabile senza bisogno di
conoscere le cause. Ma questo è impossibile. Invece, ripeto, talvolta
bastano pochi fatti per fornire dei "perché" ottimanente affidabili. Tant'è
vero che il caffè lo bevi anche tu, e te lo servono in una tazza
*perché*..., altrimenti non dovresti lamentarti se te lo versano sul tavolo
e ti dicono "lecchi, signore, dato che la tazza non ha un perché" :-) Ma tu
puoi provare infiniti oggetti di forma qualunque e arrivare alla conclusione
che per il caffè ci vuole la tazza, e fregartene del "perché". Ma faresti
male, perché con il tè ti ritroveresti daccapo. E non c'è solo il tè: c'è la
camomilla, il cappuccino, le tisane, il vino, l'acqua e la coca-cola e anche
la pepsi-cola e l'amaro lucano. Avresti quindi bisogno, per sapere il da
farsi in ogni circostanza, di più infiniti di quanti, Cantor, ne sogna la
tua filosofia :-)

> Ma allora non possiamo più fare finta di non vedere il passo successivo,
> che
> è quello di fare delle *previsioni* sulla posizione dei pianeti nei
> giorni,
> mesi e anni futuri. E quelle previsioni saranno "falsificabili", sicché
> potremo dire di aver fatto della "scienza".

La falsificabilità, come mi sembra chiaro anche dal passo di Popper che tu
stesso hai riportato in un altro thread, non riguarda in sé l'esperimento,
altrimenti confonderemmo la falsificabilità con la verificabilità.
Riguarda il fatto che una teoria sia posta senza che si possa neppure
*pensare* di metterla in discussione.
In altre parole: non è falsificabile una petizione di principio in cui
neppure i termini possono essere definiti.
Detto in modo ancora più grezzo: non è falsificabile quando mette in
condizione di non sapere cosa dire, se non prenderla per buona o rifiutarla
senza altre alternative e senza poter neppure discutere nel merito.
Non andrei oltre nell'interpretare il criterio di falsificabilità.

> Se noi avessimo raccolto una astronave proveniente dallo spazio, ultimo
> relitto di un lontano sistema solare distrutto dalla esplosione della
> propria stella, e se su quella astronave avessimo trovato le tavole
> astronomiche del moto di quei pianeti fino al momento dell'esplosione,
> quando fossimo riusciti a zippare tutti quei dati su certe ellissi
> percorse a velocità areolare costante eccetera, ebbene in quel caso il
> fatto
> di non poter più utilizzare quello "zip" per fare delle "previsioni"
> avrebbe
> forse relegato il nostro lavoro nella non-scienza?

No, avremmo imparato un algoritmo; ne sapremmo di più sui moti celesti;
sapremmo che magari non ci sono solo orbite ellittiche ma anche quadrate, e
quindi avremo allargato i nostri orizzonti in vista di viaggi futuri. Avendo
poi davanti un *fatto* (un'astronave con le sue mappe), perché mai dovremmo
buttare i dati che ci possono fornire? Solo perché il sistema da cui
provengono non c'è più? (Come minimo, salta fuori una playstation in cui
uomini dei mondi dalle orbite ellittiche si battono a suon di sillogismi
contro uomini dei mondi dalle orbite quadrate.)

> Più in generale, non possiamo forse dire di aver scoperto qualcosa ogni
> qualvolta riusciamo a "comprimere" un gran mole di dati un algoritmo di
> dimensioni ridotte che è in grado di riprodurre tutti quei dati, e questo
> a
> prescindere dalla possibilità di fare delle "previsioni"?

Impariamo qualcosa se cerchiamo la *comprensione*, non la "compressione".
E la comprensione non serve solo alla previsione, ma anche a strutturare la
mente, a metterla in condizione di estendere i propri orizzonti, ossia a
metterci in condizione di muoverci in un territorio più ampio.

> Ma perché tirare il collo in questo modo ai termini? Perché
> dobbiamo per forza far coincidere la "previsione" con la "scienza"?

Semplice: altrimenti la scienza non serve a niente. Non solo a far meglio
domani, ma neppure a farci prevedere la sua stessa utilità domani (quindi
mai).
Come vedi, Epimenide è sempre in agguato :-)

> Ma c'è soprattutto un altro problema che investe pienamente
> l'epistemologia
> "falsificazionista" e dal quale invece è immune quella "dello zipper".
> Infatti come abbiamo visto nel thread su Popper il falsificazionismo alla
> fine si trova a dover ricorrere, in un modo o nell'altro, a "come stanno
> veramente le cose", cioè ad realtà che sta "là fuori" ed è oggettivamente
> quel che è.

Non necessariamente. Così confondiamo verificazionismo e falsificazionismo.

...

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5.  uahlim  
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 Altre opzioni 19 Feb 2006, 09:56
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: uah...@bynoia.com (uahlim)
Data: Sun, 19 Feb 2006 09:56:52 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 09:56
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
U22 ha scritto:

> Nella compressione, in sostanza, ci si limita a sostituire con un segnalibro
> i blocchi ricorrenti, e quindi a scriverli una sola volta. E' un processo
> molto diverso.

Non è molto diverso, invece.
Entrambi sono simili al processo di nominazione, ad esempio quando
associamo un insieme di immagini simili come causate dallo stesso ente
stiamo comprimendo, la chiamiamo realtà.

Il processo inverso invece è la realtà virtuale, la creazione di immagini
comprimibili e spiegabili come causate da un ente.

Anche lo zip cerca una struttura ed ordina i dati secondo quella struttura.

Il processo è proprio quello di cercare strutture ricorrenti e di
sostituirle con dei segnalibri.

No, la diversità è solo apparente, i processi sono molto simili invece.

Tra l'altro è una balla quella della versione del sistema tolemaico che
non riusciva ad essere accurato, in realtà la compressione del sistema
tolemaico con i cerchi teneva conto anche di effetti di secondo ordine
della teoria di Newton, perchè aggiungendo moti circolari a moti circolari
avevano in pratica sviluppato i moti periodici in una specie di serie di
Fourier.

E' vero pero' che la semplificazione non accurata di Keplero permise di
buttare l'acqua sporca e tenere il bambino e di evidenziare una regolarità
diversa legata alla posizione del sole e dei pianeti e di formulare la
legge di gravitazione universale.

--
Emilio? Voil'him!
Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it


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6.  Marco V.  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 16:03
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Marco V." <marvas732...@yahoo.it>
Data: Sun, 19 Feb 2006 16:03:24 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 16:03
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
"U22" <uventi...@tiscalinet.it> ha scritto nel messaggio
news:LOpJf.8087$uQ4.3853@tornado.fastwebnet.it...

> Se ti passa un trattore su un piede, mi auguro che ti consoli il pensiero
> che la forza che ha esercitato sul tuo alluce sia solo una metafisica, e
> che non ti fa male "perché" il trattore è passato sul tuo piede, ma fa
> male e basta, per cui domani il piede sotto il trattore ce lo metterai di
> nuovo. Le cause e le forze sono metafisica, no? O sono necessari infiniti
> passaggi di trattore per farti rilevare graficamente la legge che associa
> trattore e unghia incarnita? :-)

Beh, qui interviene prepotentemente il realismo metafisico del senso
comune:-), di cui si usa dire che ha assicurato la sopravvivenza all'essere
umano - e che, in sostanza, certe forme di espistemologia evoluzionistica
tentano di sfruttare per venire a capo del problema del "perché" del
successo delle teorie scientifiche.

> Al contrario, proprio solo quello non può averne. Che alla fine è
> l'auspicio di tutta questa tua lunga esposizione della teoria dello "zip":
> che nessuno debba andare mai al di là dei segni, della forma. Ma basta che
> tu ti chieda il perché di questa tua istanza per vedere che è
> contraddittoria.

Questo è un punto delicatissimo. Nessuno "deve" andare al di là dei segni? O
nessuno "può"? Se nessuno "deve", e non perché nessuno "può", allora è come
dici in fondo: siamo di fronte ad una metafisica. Ma siamo di fronte ad una
metafisica anche se viene dimostrato che "si può" (si può concepire la
scienza come un insieme di "compressioni"), ma altri continuano - qui la
metafisica - a dire che "non si deve".

Procedendo lunga la strada che ha condotto da Aristotele a Kant, si arriva
*infallibilmente* alla teoria dello "zip" - cioè a quell'autocomprensione
della scienza prodotta dalla teoria algoritimica dell'informazione. E' quel
processo cui certe filosofie si riferiscono parlando di "perdita della
realtà".

> Stai facendo un salto illecito fra il programma (che hai scritto tu per
> quanche ragione o scopo) e te che ne giudichi il risultato.
> La *tua* conoscenza dipende dal *tuo* giudizio sul risultato, e, prima
> ancora, nei criteri con cui hai costruito il programma.
> La metafisica, ripeto, non c'entra con Galileo e soci.
> Semmai proprio il culto del segno che tu esponi è una metafisica.

Può di certo essere una metafisica - ma il suo essere una metafisica non
implica che tale "culto del segno" non sia capace di fare a meno di un'altra
metafisica (quella delle cause). La domanda è allora se la...domanda (che
ponevi sopra) <<Ma senza un senso dei segni e uno scopo, mi spieghi che cosa
mai significa "zippare"? Chi lo fa e perché mai? Cosa si aspetta? >> abbia
*necessariamente* diritto di cittadinanza nell'autocomprensione della
scienza. Riesce, la teoria dello "zip", a zippare l'impresa scientifica
stessa? Se quella necessità c'è, allora la teoria della "compressione" è
insufficiente a produrre l'autocomprensione teorica della scienza. Molto
probabilmente, la risposta della teoria dello "zip" a questa domanda si
trova in questa frase di Davide: <<Non posso impedire che lo zipper che sta
sul mio pc abbia una sua religione sul proprio ruolo nell'universo del
pc[...]. Questi sono affari suoi: a me interessa solo che quel programma
faccia un buon lavoro di zippatura>>.

Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di
Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un"
algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva,
che quello sia l'unico algoritmo) sia interpretato come "le posizioni dei
pianeti del sistema solare" o come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta
di una delle interpretazioni possibili - dove il significato della parola
"interpretazione" è, rigorosamente, quello stabilito dalla logica formale da
Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore epistemologico della
teoria dello "zip" non sarebbe altro che la conseguenza di quella
*indifferenza*. Per la teoria algoritmica, in quanto posta alla base di una
comprensione epistemologica, *non* c'è nessuna ragione per cui il fatto che
storicamente le tavole di Brahe sia state costruite annotando le posizioni
dei pianeti, e che queste annotazioni abbiano costituito l'insieme numerico
che, di fatto, le leggi di Keplero riescono ad algoritmizzare - non c'è
nessuna ragione, dicevo, per cui questo fatto storico debba avere
necessariamente un posto, un "segno", nell'autocomprensione epistemologica
della scienza. Va capito in profondità quanto sto per dire: per la teoria
epistemologica dello "zip", *quello stesso* fatto storico è una delle
interpretazioni possibili. Se non si capisce questo, allora ci si lascia
sfuggire la radicalità della posizione "algoritmica". E questo sarebbe
filosoficamente un delitto, perché la teoria algoritimica è, di fatto, la
punta avanzata della scienza, che ci promette tante "meraviglie" (che poi
siano incubi e non meraviglie, è altro paio di maniche; e non per niente ho
messo le virgolette:-)).

Senza però rispondere alla tua domanda, non possiamo escludere che la punta
avanzata della scienza, quella che riesce a "riassumere" in sè più cose di
qualunque altro campo della scienza, sia poi essenzialmente incapace di dar
vita ad una autocomprensione dell'attività scientifica, dominata com'è dalla
passione neopitagorica di vedere numeri laddove altri vedono "cose". La
ragione di quella essenziale indifferenza cui mi riferivo sopra, però, ha
una lunga storia - e, ad esempio, viene alla luce prepotentemente,
paragonando la teoria dei naturali di Dedekind con la teoria dei naturali di
Peano (di qualche anno successiva). Dedekind e Peano scrivono
sostanzialmente gli *stessi* assiomi, solo che Peano antepone ai suoi
assiomi quattro "explicationes" (le chiama così, nel suo latino scientifico
sine flexione), che sostanzialmente gli servono per *saturare* il
significato di certi segni, e far sì che la sua struttura assiomatica parli
*solo* dell'insieme dei numeri naturali, quello che si insegna alle
elementari. Dedekind questo non lo fa. E allora, se persino nel mondo dei
numeri si registra questo "contrasto" tra "saturazione" ed "insaturazione",
vuol proprio dire che sotto l'"indifferenza" cui mi riferivo sopra, cova
veramente qualcosa di grosso, e di rilevante dal punto di vista teorico.

Un saluto,

Marco


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7.  Davide Pioggia  
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 Altre opzioni 19 Feb 2006, 16:56
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Sun, 19 Feb 2006 16:56:35 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 16:56
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Marco V. ha scritto:

> Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di
> Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un"
> algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva,
> che quello sia l'unico algoritmo)

Infatti, per il teorema di Chaitin, che è poi una formulazione alternativa
del teorema di Goedel (il teorema di Goedel si ricava dalla formalizzazione
del "paradosso del mentitore", mentre quello di Chaitin si ricava dalla
formalizzazione del "paradosso di Berry").

>  sia interpretato come "le posizioni dei pianeti del sistema solare" o
> come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta di una delle interpretazioni
> possibili - dove il significato della parola "interpretazione" è,
> rigorosamente, quello stabilito dalla logica
> formale da Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore
> epistemologico della teoria dello "zip" non sarebbe altro che la
> conseguenza di quella *indifferenza*.

Ecco! :-)

>  Per la teoria algoritmica, in quanto posta alla base di una comprensione
> epistemologica, *non* c'è nessuna ragione per cui il fatto che
> storicamente le tavole di Brahe sia state
> costruite annotando le posizioni dei pianeti, e che queste annotazioni
> abbiano costituito l'insieme numerico che, di fatto, le leggi di Keplero
> riescono ad algoritmizzare - non c'è nessuna ragione, dicevo, per cui
> questo fatto storico debba avere necessariamente un posto, un "segno",
> nell'autocomprensione epistemologica della scienza. Va capito in
> profondità quanto sto per dire: per la teoria epistemologica dello "zip",
> *quello stesso* fatto storico è una delle interpretazioni possibili. Se
> non si capisce questo, allora ci si lascia sfuggire la radicalità della
> posizione "algoritmica".

Sì!!!

Te l'ho detto che saresti stato un magnifico bibliotecario, Guglielmo ;-)

>  E questo sarebbe filosoficamente un delitto, perché la teoria
> algoritimica è, di fatto, la punta avanzata della scienza,

Sì, è la punta del diamante, quella che si usa per tagliare anche i
diamanti.

>  che ci promette tante "meraviglie" (che poi siano incubi e non
> meraviglie, è altro paio di maniche; e non per niente ho messo le
> virgolette:-)).

Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma - come dicevi tu - se non si capisce
qual è la "portata del discorso" sfugge completamente quali sono le grandi
dinamiche che sono in atto all'interno del cosiddetto "pensiero
occidentale".

Liquidare questo discorso come una sega mentale di scienziati con velleità
filosofiche, pensando che si tratti di faccende che non interessano nessuno,
e che i "veri problemi" sono quelli di arrivare a fine mese con lo
stipendio, o andare a fare le sfilate per difendere i "diritti
inalienabili", può essere una posizione da rispettare massimamente dal punto
di vista "umano", ma è una posizione miope.

E' come ballare sulla coperta del Titanic pensando che le cose "reali" sono
quelle pareti che ci circondano, mentre la legge di Archimede è una cosa
"lontana", di cui si occupano solo certi apprendisti stregoni.

E d'altra parte sarebbe sbagliato anche farsi prendere dall'ansia
inquisitoria, e mettersi a lanciare delle scomuniche contro queste
"diavolerie", e quei maledetti dei loro sostenitori. Sarebbe come pensare di
sciogliere l'iceberg intimandogli di "pentirsi".

Insomma, qui si fa di tutto tranne l'unica cosa che sarebbe sensata, che è
quella di prendere in mano un bel librone di idrostatica e di
fluidodinamica, se proprio ci si vuole riappropriare del proprio destino.

Lo dico "contro i miei interessi" ;-)

> Senza però rispondere alla tua domanda, non possiamo escludere che la
> punta avanzata della scienza, quella che riesce a "riassumere" in sè più
> cose di qualunque altro campo della scienza, sia poi essenzialmente
> incapace di dar vita ad una autocomprensione dell'attività scientifica,
> dominata com'è dalla passione neopitagorica di vedere numeri laddove altri
> vedono "cose".

Come dicevo prima, se il diamente viene montato in modo opportuno può
tagliare anche il diamante.

> Dedekind e Peano scrivono sostanzialmente gli *stessi* assiomi, solo che
> Peano antepone ai suoi assiomi quattro "explicationes" (le chiama così,
> nel suo latino scientifico sine flexione), che sostanzialmente gli servono
> per *saturare*
> il significato di certi segni, e far sì che la sua struttura assiomatica
> parli *solo* dell'insieme dei numeri naturali, quello che si insegna alle
> elementari. Dedekind questo non lo fa.

E' perché Peano era italiano, e non aveva il coraggio di fare a meno
definitivamente delle "statuine" (if you know what I mean).

> E allora, se persino nel mondo dei numeri si registra questo "contrasto"
> tra "saturazione" ed "insaturazione", vuol proprio dire che sotto
> l'"indifferenza" cui mi riferivo sopra, cova veramente qualcosa di grosso,
> e di rilevante dal punto di vista teorico.

Beh, sì, come dite voi "inquisitori dell'Essere" :-) c'è di mezzo la grossa
faccenda del "nichilismo". Come uno potesse veramente "scegliere il nulla".

--
Saluti.
D.


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8.  Marco V.  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 22:53
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Marco V." <marvas732...@yahoo.it>
Data: Sun, 19 Feb 2006 22:53:12 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 22:53
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
"Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org> ha scritto nel messaggio
news:43f89666@newsgate.x-privat.org...

> Infatti, per il teorema di Chaitin, che è poi una formulazione alternativa
> del teorema di Goedel (il teorema di Goedel si ricava dalla
> formalizzazione
> del "paradosso del mentitore", mentre quello di Chaitin si ricava dalla
> formalizzazione del "paradosso di Berry").

Lo stesso Goedel scrive, nella sua introduzione al lavoro del 1931, che la
sua proposizione indecidibile (che parla di non-dimostrabilità e non di
non-verità) "si collega strettamente" al paradosso del mentitore (nonché,
dice, all'antinomia di Richard). Proprio per questo, c'è ovviamente un nesso
strettissimo tra il teorema di Goedel e quello di Tarski. Ci si può spingere
fino al punto di dire che il lavoro di Goedel del 1931 abbia sostanzialmente
anticipato il teorema di Tarski. Una cosa interessante è che Goedel, in una
nota (la [14], vedo), a quella introduzione, scrive che <<ogni antinomia
epistemologica potrebbe venire usata per una analoga dimostrazione di
esistenza di proposizioni indecidibili>>. Non sono sicuro che questa nota di
Goedel risalga effettivamente al 1931 e non sia stata aggiunta dopo, ma in
ogni caso è interessante quel "epistemologica", che in pratica si riconduce
alla bibartizione, effettuata da Ramsey, delle antinomie in "logiche" ed
"epistemiche" (Goedel dice "epistemologiche").

> Te l'ho detto che saresti stato un magnifico bibliotecario, Guglielmo ;-)

Da Baskerville? Ma non provenivo da Burgos?;-).

> Sì, è la punta del diamante, quella che si usa per tagliare anche i
> diamanti.

Già, pare proprio così.

> Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma - come dicevi tu - se non si
> capisce
> qual è la "portata del discorso" sfugge completamente quali sono le grandi
> dinamiche che sono in atto all'interno del cosiddetto "pensiero
> occidentale".

Sì, certo, sono pienamente d'accordo. La "crociata" è inutile. Ed è
inutile - impotente - anche qualora si dovesse avvertire, o magari
"dimostrare", che è in atto una crociata di senso contrario. Come più volte
hai detto tu stesso, nella seconda metà del XIX secolo è accaduto, nella
scienza, *qualcosa*. Prevalentemente, il luogo di questo accadimento fu la
Germania. Questo "qualcosa" è ancora in atto - ed anzi, c'è da credere che
stia quasi tardando a dare i suoi risultati, se si prende come arco di tempo
l'ultimo secolo, lo si divide in due, e si guarda a ciò che è stato fatto.

> E' perché Peano era italiano, e non aveva il coraggio di fare a meno
> definitivamente delle "statuine" (if you know what I mean).

Yes, I do. Quella tra Peano e Dedekind è una differenza densa
di...significato, è proprio il caso di dire. Certo, doveva essere una
"statuina" particolarmente preziosa:-).

> Beh, sì, come dite voi "inquisitori dell'Essere" :-) c'è di mezzo la
> grossa
> faccenda del "nichilismo". Come uno potesse veramente "scegliere il
> nulla".

A volte vien da credere che, semplicemente, siano venute a mancare *le
parole per poter dire ciò che "tutti" vorremmo ancora dire e vorremmo ancora
che fosse detto*. Abbiamo invece una infinità crescente di parole che ci
dicono ciò che non vorremmo che fosse detto. E non solo: abbiamo una
infinità crescente di parole che ci dicono che le parole che vorrebbe che
fossero dette, perché fosse detto ciò che vorremmo, non possono essere
dette. La settima proposizione di Wittgenstein, se non l'ha ancora notato
nessuno, va definitivamente rivisitata così: su ciò che più di ogni altra
cosa vorremmo che fosse detto, si deve tacere.

Questo è per me, e da molto tempo, uno di quei casi paradigmatici in cui è
la "forza" stessa a dirmi che un atto di forza contro quella mancanza, un
voler dire "e basta! *queste*, perdio, sono le parole che tutti vorremmo che
fossero dette, perché dicono le cose che vogliamo che siano vere! diciamole
una buona volta, che diamine!", sia sostanzialmente impotente. Questa è,
essenzialmente, l'*impotenza* che si coglie oggi nel discorso della
religione (perché anche la religione dispone di un discorso, altrimenti
tacerebbe), quando si offre all'uomo come il discorso che dice ciò che
l'uomo vuole che sia detto, dicendogli: "io sto qui e ti dico ciò che tu
vuoi che sia detto. Che aspetti, allora, a farmi tuo?".

Questa è una cosa che *tento* sempre di far capire a chi mi propone la
"fede" dura e pura, quella che dice le cose che, magari, "tutti" si
vorrebbero sentir dire:
tento di far capire la potenza del discorso razionale. Anche la "fede",
quando smuoveva le montagne, era, e si proponeva come, discorso razionale.
Però, se quelle parole ci mancano, e ci manca ciò che quelle parole
saprebbero dire (due sensi differenti di "mancare"; ma anche identici), non
è che ce le possiamo inventare. Dovrebbero essere quelle parole, a
reinventarci. Ma ciò significa, ancora, che non possiamo essere noi ad
inventare le parole che ci reinventino. Potremmo prolungare all'inifnito
questa sequenza, ma falliremmo. Devono essere *loro*.

Un saluto,

Marco


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9.  qf  
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 Altre opzioni 20 Feb 2006, 07:55
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "qf" <que...@ettore.it>
Data: Mon, 20 Feb 2006 07:55:16 +0100
Locale: Lun 20 Feb 2006 07:55
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Quando ho un momento di tempo ti rispondo con calma.
Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola
sugli spalti di icfm.
Il concetto di 'indifferente'.
Avevo già osservato, rispondendo a Davide, che tutto il suo ragionamento era
epimenideo, e questa tua citazione del concetto lo dimostra.

La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?
Chi giudica dell'indifferenza non è indifferente per definizione.
Se mi è indifferente chi bussa alla mia porta, l'indifferenza riguarda me
che emetto quel giudizio? Se l'indifferenza si estendesse a tutto (ossia
fosse "assoluta"), allora io non avrei modo di distinguermi da chi bussa
alla mia porta. Ciò perché io sono 'differente' (logicamente) rispetto a chi
*a me* è indifferente.

La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento senza
senso su cui appoggia. Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che,
ripeto, non è affatto 'indecidibile', ma senza senso, perché l'affermante e
l'affermato non hanno la medesima autorità in un sistema intelligente,
mentre in un sistema formale sì, dato che in esso i segni sono i segni
indipendentemente dal livello logico in cui compaiono.

Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronuncuando un non-senso,
dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia esistenza prima
ancora di andare avanti a parlare.

Perché, ripeto, un sistema algoritmico o della zip-religion non sta in piedi
autonomamente? Perché non è dotato di alcuna gerarchia logica, ma solo di
un'architettura grafica, la quale è totalmente priva di significati. Per i
significati è necessaria un'interazione fra soggetti, non uno scambio di bit
graficamente ordinati fra macchine.

E' vero che con le macchine stiamo facendo e faremo meraviglie. Ma lo stiamo
facendo e lo faremo *noi*.
Questo *noi*, che rende insensata (ma istruttiva!) la proposizione
epimenidea e tutto ciò che le si specchia, è "trascendentale" rispetto a
ogni segno, a ogni forma, a ogni grafica. Il principio di senso (fondamento
del *noi*) *genera* ogni possibile tecnica di astrazione, ossia è proiettivo
(centrifugo), non è affatto lo "zip" centripeto di un serbatoio di dati
"indifferente".

"Indifferente" a chi? "Indifferente" in assoluto? E come si differenziano
gli enti nell'ambito dell'"indifferente"?
Lo vedi che che è una metafisica!? Dirò di più: è una religione, una fede.

Vedi cosa succede a non credere al drago del mio garage?
Si cade nel non-senso, come Alice in Wonderland.

Un saluto.
qf

"Marco V."  ha scritto:


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10.  Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 21 Feb 2006, 01:08
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Tue, 21 Feb 2006 01:08:19 +0100
Locale: Mar 21 Feb 2006 01:08
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
qf ha scritto:

> Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola
> sugli spalti di icfm.
> Il concetto di 'indifferente'.

Sì, certo, si può essere entusiasti perché qualcuno mostra di aver compreso
un certo discorso sulla indifferenza.

D'altra parte quel discorso sulla indifferenza non diceva di sé di essere
indifferente, ed in particolare non diceva di sé di essere indifferente al
fatto di poter essere compreso. Anzi, ogni discorso, nel momento in cui
viene espresso, dice implicitamente di sé di voler essere compreso ed
ascoltato, e questo vale anche per un discorso sulla indifferenza.

> Avevo già osservato, rispondendo a Davide, che tutto il suo ragionamento
> era epimenideo, e questa tua citazione del concetto lo dimostra.
> La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?

No, anzi, come ormai dovrebbe essere chiaro, su questa faccenda del
"nichilismo" (per non parlare del "relativismo") si muovono delle "grandi
passioni".

D'altra parte non puoi nemmeno pensare di poter fare l'Epimenide della
situazione ogni volta che nello stesso contesto saltano fuori due aggettivi
opposti. Uno che si mostri entusiasta di parlare della indifferenza non è,
solo per questo, uno che si contraddice. Dovrebbe essere uno che dice di sé
di essere indifferente a tutto, e che si mostri entusiasta di dirlo.

> La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento
> senza senso su cui appoggia.

Negli ultimi settant'anni le migliori teste del pianeta si sono concentrate
tutte sullo studio delle proprietà degli algoritmi, e tu dici che tutte
quelle riflessioni hanno un «fondamento senza senso».

Ma allora tanto vale classificarle come "diavolerie moderne". Tanto una
etichetta vale l'altra.

Intanto quelle cose che hanno un "fondamento senza senso" (e che, in quanto
tali, non dovrebbero nemmeno esistere) si stanno organizzando, e vengono a
bussare alla tua porta. Per quanto tempo puoi fare finta che nessuno stia
bussando? Spero per te che tu abbia la camera da letto lontano
dall'ingresso, e comunque ti consiglio di non mettere oggetti preziosi nelle
vicinanze di quella porta.

> Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che, ripeto, non è
> affatto 'indecidibile', ma senza senso...

Però guarda caso questa cosa senza senso, ogni qualvolta si riesce a
portarla dentro un sistema formale, produce dei "teoremi limitativi". E,
guarda caso, ogni volta che un teorema limitativo ci dice che non è
possibile fare una certa cosa, non solo ci si rende conto che effettivamente
quella cosa nessuno è mai riuscita a farla, ma passano gli anni ed i decenni
e - per quanto ci si provi - nessuno riesce a farla.

Per essere una cosa senza senso, ne dice di cose!

> ...perché l'affermante e l'affermato non hanno la medesima autorità in un
> sistema intelligente, mentre in un sistema formale sì, dato che in esso i
> segni sono i segni indipendentemente dal livello logico in cui compaiono.
> Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronuncuando un non-senso,
> dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia esistenza
> prima ancora di andare avanti a parlare.

Mi sembri uno di quelli che impedire che qualcuno faccia del sesso anale
(che poi a loro cosa gliene frega?) si mettono a gridare in piazza che è una
cosa "contro natura". Ma come fa una cosa che fa un uomo ad essere contro
natura?

Così quando tu parli dei "sistemi formali" sembra che stia descrivendo
qualcosa che non appartiene alla "vera natura umana", ma sia una cosa
"artificiale". Quando invece la "sintassi" è connaturata proprio al
linguaggio, e questo a sua volta è probabilmente l'essenza ultima dell'uomo.

Dunque, quando affermi «io non esisto» per prima cosa non stai dicendo una
cosa senza senso, perché se fosse senza senso tu non capiresti cosa dici, ed
invece capisci benissimo che tu hai detto di non esistere. Al limite avrai
detto una cosa falsa, visto che se sei lì a dire che non esisti dovrai pur
esistere.

Ma a parte questo, anche quando si faccia vedere che un certo "paradosso"
viene fuori da un non-senso, ciò non ti impedisce di metterti a riflettere
su quel paradosso per cercare di capire se lo si possa trasportare
all'interno di un sistema formale, dove ogni singolo ente nominato è
definito in maniera univica, sicché non ci sono non-sensi, ma solo
contraddizioni.

Ma tu qui dici che il "sistema formale" è "arficiale", non è la "vera natura
umana", e allora buonanotte. Tanto valeva dire fin dall'inzio che "sono
tutte diavolerie moderne", così per lo meno risparmiavamo la fatica di dover
pseudo-argomentare.

> Perché, ripeto, un sistema algoritmico o della zip-religion non sta in
> piedi autonomamente? Perché non è dotato di alcuna gerarchia logica, ma
> solo di un'architettura grafica, la quale è totalmente priva di
> significati.

Vabbe', ma tu non stare lo stesso troppo vicino alla porta di ingresso.

> E' vero che con le macchine stiamo facendo e faremo meraviglie.
> Ma lo stiamo facendo e lo faremo *noi*.

Ma io non nego che ci sia un "noi".

Anzi, io ho sempre ammesso che ogni cosa che si dice e che si fa esprime una
certa *volontà*, e che quella volontà ha necessariamente un *soggetto*.

In questo io seguo totalmente il discorso di Marco. Anzi, lo porto più
avanti, perché sono anche il primo a dire che un certo discorso è "vero"
nella misura in cui la volontà che si fa portatrice di quel discorso ha i
mezzi (quasiasi essi siano) per imporsi sulle altre volontà.

Io da sempre vado dicendo che se il tuo Drago Invisibile dispone di milioni
o meglio ancora di miliardi di volontà che sono disposte a qualunque
sacrificio per testimoniarne la verità, allora esso è vero.

Dunque tutto si fonda sulla volontà che le cose stiano in un certo modo, e
la volontà - come sappiamo - richiede un soggetto.

Ora che abbiamo chiarito questo fatto, dovrebbe anche essere chiaro che ci
può essere una volontà che vuole che là fuori nello spazio ci siano dei
pianeti che girano sulle loro orbite, e che la conoscenza sia la conoscenza
di quegli oggetti, ed anche un'altra volontà che vuole che l'esistenza o
meno di quegli oggetti sia tutto sommato indifferente, e che l'atto della
conoscenza si ponga in un altro momento, quando ormai quei cosiddetti
pianeti sono già diventati numeri, e quei numeri vengono poi "compressi".

E' vero che uno potrebbe osservare che ci deve pur essere un momento in cui
qualcuno osserva qualcosa e trasforma quelle sue osservazioni in numeri su
una tabella, ma è anche vero che tutto questo potrebbe venire "liquidato"
limitandosi a dire che "in qualche modo" sono date delle tabelle piene di
numeri. Così nesuno negherebbe che "là fuori" ci sono dei pianeti, ma
semplicemente verrebbe considerato "non rilevante" tutto ciò che non sia la
pura e semplice "elaborazione di (segni) dati". E anche la definizione di
"scienza" subirebbe un analogo destino: non più la "previsione di fatti", ma
la "compressione di dati".

> Vedi cosa succede a non credere al drago del mio garage?

Di quante divisioni dispone il Drago che sta nel tuo garage?

Solo questo conta ai fini della "logica pura". Perché la logica pura è
tautologia, e la tautologia per eccellenza è che esiste ciò che dispone dei
mezzi per esserci e continuare ad esserci.

Detto questo, ti faccio osservare che ora che abbiamo tutti riconosciuto che
il mondo è prodotto dalle volontà che lo vogliono, e che ogni volontà
possiede un soggetto, ora che abbiamo abbiamo posto quel "noi" al centro
della nostra ontologia, proprio perché quel "noi" è diventato esplicito, e
non si specchia più nelle cose che vengono osservate, ma è esso stesso la
cosa che viene osservata, ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è
sul punto di evaporare, come una bolla che può esistere fino a quando
nessuno la tocca. Solo che questo "noi" è ancora più delicato della bolla,
perché non può essere toccato nemmeno con lo sguardo, e sopporta(va) di
essere guardato solo nello specchio della "realtà oggettiva".

Infatti se è vero che è vero ciò che è voluto da un soggetto che ha i mezzi
per (im)porre la sua volontà, allora nessuno può più salvarti dalla
vertigine del... com'è che lo chiamate?, ah, sì, del "relativismo".

--
Saluti.
D.


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