Questa sera ho ripensato alla mia lettura del Dhammapada, libro del canone buddhista. Ebbi un'impressione fortemente positiva dalla lettura di questa opera. Improvvisamente mi sono ricordato del misto di attrazione e repulsione che ha segnato la mia lettura di alcuni testi di Schopenhauer, giudicato da me filosofo geniale e rozzo. Al di là delle sue idee personali, alcune delle quali mi provocarono non poco sgomento, la sua filosofia finì per crearmi una sorta di nausea, La critica che mi sentii di muovere in fondo era semplice: Schopenhaeur descrive la realtà accentuandone i caratteri tragici e dimenticando il valore di tutte le esperienze positive. Tuttavia stasera ho avuto la netta sensazione d'aver sciupato una grande occasione, e penso d'aver intuito qualcosa di assai importante.
Il problema per me, nell'approccio alla filosofia di Schopenhauer, è il suo presunto pessimismo. Dico "presunto", perché stavolta credo d'aver intuito una strada alternativa a quella solita, che fa del filosofo di Danzica uno dei più grandi pessimisti della storia della filosofia. In fondo bene e male non sono cose, sono due giudizi che noi uomini applichiamo alla realtà con lo scopo di ottenerne un vantaggio. Mi sembra di capire, dunque, che il pessimismo di "Il mondo come volontà e rappresentazione", non sia altro che il frutto di un giudizio (apparentemente terribile, insostenibile), che la filosofia ha espresso sulla vita. Secondo tale giudizio la vita è una strada sbagliata; tuttavia la soluzione non è estinguerla, ma *rassegnarsi*. E' evidente, se è vero che bene e male non sono altro che due giudizi umani (certo non arbitrari, ma emessi secondo una logica non solo umana, ma che ci trascende), che il "pessimismo" schopenhaueriano altro non è se non uno strumento, una vera e propria invenzione, che ha lo scopo di fornire all'umanità una via filosofica per un'esistenza migliore. Mi sembra di intuire che Schopenhauer sia solo uno dei rari pensatori che abbia avuto il coraggio di allargare il giudizio negativo fino ai suoi limiti estremi e non, come solitamente si crede, uno spregiatore della vita. In pratica: Schopenhauer si comporterebbe con la vita come un maestro che sceglie per il suo discepolo un metro di giudizio assai severo, proprio perché ne conosce in fin dei conti tutto il valore. E forse la mia considerazione ai suoi tempi non poteva essere espressa, in quanto nessuno era preparato a comprenderla senza prima aver saggiato quanto controproducente fosse l'ottimismo imperante. Relativizzando cioè l'operato di Schopenhauer al suo tempo, si potrebbe scoprire che forse egli usasse toni tragici con il solo scopo di porsi in antitesi con un ottimismo ingenuo e sognante, foriero di errori e illusioni, all'epoca largamente dominante. Forse lo stesso Schopenhauer combatteva dentro di sé con esso e la sua opera potrebbe esser letta come un work in progress. Cercherò di verificare tutto questo ampliando le mie letture e le mie conoscenze. Per adesso ho potuto ascoltare una bella frase di Manlio Sgalambro (o almeno presumo, non sono sicuro che sia proprio sua) su youtube:
"La catastrofe imminente è un tema, non un problema."
Credo che in questa frase sia magistralmente condensato tutto ciò che io ho cercato di esprimere in questo messaggio..
A voi la palla, spero di trovare tanti stimoli qui sul newsgroup per il proseguimento delle mie meditazioni.
> Il problema per me, nell'approccio alla filosofia di Schopenhauer, > è il suo presunto pessimismo. Dico "presunto", perché stavolta > credo d'aver intuito una strada alternativa a quella solita, che fa > del filosofo di Danzica uno dei più grandi pessimisti della storia > della filosofia. > [...] Relativizzando cioè l'operato di > Schopenhauer al suo tempo, si potrebbe scoprire che forse egli > usasse toni tragici con il solo scopo di porsi in antitesi > con un ottimismo ingenuo e sognante, foriero di errori e illusioni, > all'epoca largamente dominante. > Forse lo stesso Schopenhauer combatteva dentro di sé con esso > e la sua opera potrebbe esser letta come un work in progress. > Cercherò di verificare tutto questo ampliando le mie letture e le > mie conoscenze. Per adesso ho potuto ascoltare una bella frase > di Manlio Sgalambro (o almeno presumo, non sono sicuro che sia > proprio sua) su youtube:
> "La catastrofe imminente è un tema, non un problema."
> Credo che in questa frase sia magistralmente condensato tutto > ciò che io ho cercato di esprimere in questo messaggio..
> A voi la palla, spero di trovare tanti stimoli qui sul newsgroup per > il proseguimento delle mie meditazioni.
Mi sembra corretta l'idea che S. non abbia descritto l'aspetto negativo della vita come una specie di constatazione finale -- altrimenti tanto valeva che si sparasse subito, e comunque sarebbe stata evidente l'inutilità dell'operazione (convincere la gente a spararsi?) -- ma per porsi un problema, una domanda o una serie di domande. Ossia che, da filosofo, abbia posto un problema -- del resto evidente a tutti -- e non soluzioni o ricette.
Aggiungo che 'negativo' è evidentemente un attributo relativo. Non è detto per esempio che sia male per un gruppo ciò che è male per il singolo, o che sia male per la specie ciò che è male sia pure per molti dei suoi membri. Quante morti sono servite per mettere a punto (o selezionare secondo alcuni) degli anticorpi? E quanto dolore per mettere a punto la medicina? Credo che sui mali del mondo -- dal nostro punto di vista di umani -- si potrebbe scrivere più di un libro. In realtà le biblioteche ne sono già piene.
Io penso almeno due cose sul tema: 1. che ogni crescita o evoluzione, per quanto dolorosa, è apprendimento; 2. che ogni crescita o evoluzione allarga il territorio d'azione e quindi presenta nuove sfide, nuove possibilità d'errore, nuovi "mali".
Poi ne penso una terza, a margine: che lamentarsi è operazione autoreferenziale di nessuna utilità. E fra Shopenauer e Leopardi non so chi si è esercitato di più di questo sport, che secondo me è solo uno spreco di energie. Siccome siamo liberi, sta a noi risolvere la nostra vita, e -- senza dovere affatto essere ottimisti -- non sono certo le geremiadi a risolverla.
Circa la catastrofe imminente, mi pare che non ci sia stato tempo nella storia in cui qualcuno non abbia sentito la catastrofe imminente. E in effetti ce ne sono state: catastrofi naturali e catastrofi causate da conflitti o altro di "umano". E poi la "catastrofe" personale quale è considerata la morte da tutte le Cassandre di tutti i tempi. Quindi evidentemente non è un problema oggettivo ma solo l'effetto immediato dell'incertezza che sta nell'animo di ciascuno e che, di nuovo, sta a ciascuno risolvere rimboccandosi le maniche, e non certo a matrigne o patrigni o lamentazioni.
Io non so, infine e per inciso, se Shopenauer e Leopardi conoscessero la musica o quanta ne ascoltassero, ma di sicuro penso che ne avrebbero dovuto ascoltare di più.
"qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> ha scritto nel messaggio
> Poi ne penso una terza, a margine: che lamentarsi è operazione > autoreferenziale di nessuna utilità. E fra Shopenauer e Leopardi non so > chi si è esercitato di più di questo sport, che secondo me è solo uno > spreco di energie.
Ma dire il "negativo" è necessariamente una lamentazione? O è *comodo*, ai fini di una economia delle energie, porre che lo sia necessariamente?
> Io non so, infine e per inciso, se Shopenauer e Leopardi conoscessero la > musica o quanta ne ascoltassero, ma di sicuro penso che ne avrebbero > dovuto ascoltare di più.
Sch. conosceva (ed ascoltava) la musica e i musicisti (stretti rapporti con Wagner, ad esempio). Egli ha sviluppato una vera e propria teoria della musica (c'è addirittura un suo saggio specifico: "L'arte della musica"). Per Sch. la musica è l'unica attività libera da ogni intento rappresentativo (dunque dalla relazionalità implicata dal "fenomeno": relazione soggetto/oggetto) e dunque si trova nella massima prossimità alla contemplazione della pura essenza della volontà. In ciò la musica ha, per Sch., uno statuto assolutamente privilegiato rispetto a tutte le altre arti: <<La musica non è quindi affatto, come le altre arti, l'immagine delle idee, bensì immagine della volontà stessa, della quale sono oggettività anche le idee. Perciò l'effetto della musica è tanto più potente e insinuante di quel delle altre arti: imperocché queste ci danno appena il riflesso, mentre quella esprime l'essenza. Essendo adunque la medesima volontà che si oggettiva, tanto nelle idee quanto nella musica, ma solo in modo affatto diverso, deve trovarsi non proprio una diretta somiglianza, ma tuttavia un parallelismo, un'analogia tra la musica e le idee, delle quali è fenomeno molteplice e imperfetto il mondo visibile>>. [da "Il mondo come volontà e rappresentazione"]
On 22 Nov, 10:42, "qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> wrote:
> Mi sembra corretta l'idea che S. non abbia descritto l'aspetto negativo > della vita come una specie di constatazione finale -- altrimenti tanto > valeva che si sparasse subito, e comunque sarebbe stata evidente l'inutilità > dell'operazione (convincere la gente a spararsi?) -- ma per porsi un > problema, una domanda o una serie di domande. Ossia che, da filosofo, abbia > posto un problema -- del resto evidente a tutti -- e non soluzioni o > ricette.
Schopenhauer non ha posto proprio nessun problema. Anzi ha prospettato anche un rimedio: la "Noluntas", per raggiungere la quale ci sarebbero tre strumenti: l'arte (e in special modo la musica), la compassione (intesa anche come gesto d'amore verso il prossimo), l'ascesi (intesa come estinzione della "volontà di vita", ma non della vita, essendo Schopenhauer fortemente contrario al suicidio, anche se in certe sue affermazioni mi pare di scorgere qualche contraddizioni a riguardo, contraddizioni tuttavia che non mi paiono coinvolgere il nucleo essenziale della sua filosofia). Tuttavia il rimedio proposto da Schopenhauer non è qualcosa che possa risolvere tutti i problemi che la vita ci oppone: diciamo che il rimedio consiste proprio nella consapevolezza che quei problemi non hanno alcuna soluzione. E quindi Schopenhauer non pone affatto problemi, li constata. Certo la filosofia di Schopenhauer sembra porre un problema a chi è prigioniero di una cultura illusoriamente ottimista: in questo senso Schopenhauer pone un problema, cioè mostra l'inconsistenza di una certa visione ottimista della realtà. Questa cultura si rivela controproducente, perché l'illusione reca con sé prima o poi la delusione. Per risolvere questo problema non c'è che la decisione di abbandonare questo incauto ottimismo. Io volevo semplicemente proporre questa interpretazione della filosofia di Schopenhauer: il suo presunto pessimismo è tutto in relazione all'ottimismo *assurdo* della nostra cultura, svanito il quale il "pessimismo" schopenhaueriano perde completamente senso: e allora appare la possibilità di riformulare il suo pensiero in termini più attuali, non più intrisi di tragedia: in fondo il buddhismo zen in Oriente ha già compiuto questa operazione. Provo a fare un esempio: il pensiero di Schopenhauer è stato definito un pandemonismo, in opposizione al panlogismo di Hegel. Io opterei per una interpretazione affatto relativista dell'operato filosofico di Schopenhauer: il pandemonismo di Schopenhauer come distruzione del panlogismo hegeliano, non come "verità eterna e unica". In fondo Hegel aveva tentato di fare una specie di summa del pensiero occidentale: Schopenhauer rivelerebbe il fallimento di questo tentativo. Per fartela breve: la vita deve apparire "una strada sbagliata", per usare un'espressione dello stesso Schopenhauer, a chi ha voluto fare della vita ciò che la vita assolutamente non è; ma al di fuori di quest'errore di sopravvalutazione, non ha più senso il ritratto a tinte fosche della nostra esistenza.
> Aggiungo che 'negativo' è evidentemente un attributo relativo. Non è detto > per esempio che sia male per un gruppo ciò che è male per il singolo, o che > sia male per la specie ciò che è male sia pure per molti dei suoi membri. > Quante morti sono servite per mettere a punto (o selezionare secondo alcuni) > degli anticorpi? E quanto dolore per mettere a punto la medicina? > Credo che sui mali del mondo -- dal nostro punto di vista di umani -- si > potrebbe scrivere più di un libro. In realtà le biblioteche ne sono già > piene.
La constatazione della relatività di ogni evento negativo non induce affatto alla liberazione. Relatività non significa inesistenza: né ci è utile mettere in discussione la validità del nostro punto di vista umano: così facendo si finisce per affermare che la verità per l'uomo non esiste, avallando un contraddittorio relativismo assoluto. Il negativo è relativo, sono d'accordo con te: ma questo non deve indurci all'affermazione della sua inesistenza, Se pure volessimo chiamare il male un bene minore resta il fatto che ci sono beni minori. Il negativo resta, ed è illusorio potersene liberare con una considerazione come la tua: è proprio l'illusione che lo stesso Schopenhauer, e prima di lui non filosoficamente Buddha (ma chissà quanti altri, non saprei), può aiutarci a distruggere secondo me. Se in questo mondo per la nostra salute serve la morte, non val la pena di scommettere sul mondo. Infatti la stessa relatività di bene e male conduce alla consapevolezza che nessuna salvezza si può ottenere che non sia una forma di suprema indifferenza, distacco. Questa è la Noluntas schopenhaueriana secondo me, la consapevolezza che ogni bene si trascina dietro un male, per cui il mondo è dominato dall'insensatezza. Ecco che il mondo non deve allora rappresentare più nulla per noi; ecco che la rappresentazione deve "cadere": e questo è il *nirvana*. Il Nirvana non è la negazione dell'esistenza, non è il rifugio nel non-essere; Schopenhauer afferma che il *nulla*, il nirvana cioè, è un *passaggio*. Potremmo allora prenderlo alla lettera, e pensare che esso sia anche un passaggio da una cultura chiusa nel cerchio vizioso dell'illusione-delusione a una cultura più realista. Per quest'altra cultura non avrebbe più senso concepire la vita come una tragedia. Il buddhismo zen descrive l'universo con grange serenità: mi sembra che sia un buon esempio per noi.
> Io penso almeno due cose sul tema: > 1. che ogni crescita o evoluzione, per quanto dolorosa, è apprendimento; > 2. che ogni crescita o evoluzione allarga il territorio d'azione e quindi > presenta nuove sfide, nuove possibilità d'errore, nuovi "mali".
Convengo su te circa queste due affermazioni; tuttavia non penso che tu ne sappia trarre le dovute conseguenze. I miei motivi sono espressi in quanto ho scritto più sopra.
> Poi ne penso una terza, a margine: che lamentarsi è operazione > autoreferenziale di nessuna utilità. E fra Shopenauer e Leopardi non so chi > si è esercitato di più di questo sport, che secondo me è solo uno spreco di > energie.
E convengo anche sull'inutilità del lamento. Tuttavia non penso affatto che la filosofia di Schopenhauer sia una lamentazione. Anzi noto che le lamentazioni vere e proprie fanno parte della cultura veterotestamentaria, e che sono connesse direttamente con l'incauto ottimismo che prima ho descritto. Infatti si lamenta solo chi crede di poter ottenere qualcosa dal proprio lamento: in realtà è "l'ottimista" che si lamenta (non è un caso che Schopenhauer criticava l'ebraismo per il suo ottimismo). Schopenhauer in realtà mette in luce anche questo: non serve a niente lamentarsi, tanto il mondo è dominato dall'insensatezza. Se mi dovessi accorgere che in lui c'è qualche lamento, lo giudicherei una contraddizione filosofica. Tuttavia mi pare che l'anima della filosofia schopenhaueriana non abbia nulla di lamentoso. Proponevo di relativizzare la filosofia di Schopenhauer, anzi mi pare che lui stesso si muoveva su un piano piuttosto relativista: non a caso definiva il suo sistema qualcosa di affatto personale. Ciò significa che siamo autorizzati anche a collocarlo nell'epoca che lo diede alla luce e a interpretarlo in maniera piuttosto libera.
Quanto a Leopardi, io penso che di fronte alla sua disperazione il giudizio negativo, quasi di condanna che dài tu, sia del tutto fuori luogo. Leopardi era più poeta che filosofo: non vedo perché mai, di fronte a un'espressione artistica, sia pure tutta intrisa di disperazione, si debba parlare di "lamento". Quello di Leopardi è solo un canto addolorato, tutto qui. Trovo che il più alto messaggio di Leopardi sia essenzialmente poetico, non filosofico. In ogni caso Leopardi offrì a suo modo una soluzione:
[...] E piegherai Sotto il fascio mortal non renitente Il tuo capo innocente: Ma non piegato insino allora indarno Codardamente supplicando innanzi Al futuro oppressor; ma non eretto Con forsennato orgoglio inver le stelle, Né sul deserto, dove E la sede e i natali Non per voler ma per fortuna avesti; Ma più saggia, ma tanto Meno inferma dell'uom, quanto le frali Tue stirpi non credesti O dal fato o da te fatte immortali.
Questi sono gli ultimi versi di "La ginestra". Qui c'è un invito alla consapevolezza, non c'è nessuna lamentazione. L'uomo deve accettare lo stato di cose, senza obliare la propria finitudine. Trovo sia un insegnamento assai valido in fondo. Ma non credo che la poesia, tantomeno quella di Leopardi, sia riducibile a *insegnamento*. Leopardi *cantava*, tutto qui, questo è il meglio che ci ha dato.
> Siccome siamo liberi, sta a noi risolvere la nostra vita, e -- senza dovere > affatto essere ottimisti -- non sono certo le geremiadi a risolverla.
E qui invece noto una grande contraddizione: se veramente vogliamo portarci fuori dall'ottimismo, dobbiamo accettare una volta per tutte che la vita non va risolta, a meno che non vogliamo cadere nell'inganno e raddoppiare tutti i nostri guai. "Vita" è qualcosa di troppo grosso, perché un uomo possa porsi l'obiettivo di risolverne tutte le contraddizioni. Semmai potrei ipotizzare che molto più alto del pensiero di Schopenhauer sia quello di Nietzsche, in quanto sostituisce alla *rassegnazione* lo *amor fati*. In fondo amare il destino conduce agli stessi risultati della rassegnazione, perché amare il destino è anche accettazione della realtà. Tuttavia se non è zuppa è pan bagnato. Per quanto il pensiero di Nietzsche possa essere definito più alto, esso si muove nell'orizzonte aperto in Occidente da Schopenhauer - e di questo Nietzsche forse se ne voleva dimenticare. Mi viene in mente anche una poesia di Montale:
"Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina
...
On 22 Nov, 15:38, "Marco V." <marvas732...@yahoo.it> wrote:
> > Io non so, infine e per inciso, se Shopenauer e Leopardi conoscessero la > > musica o quanta ne ascoltassero, ma di sicuro penso che ne avrebbero > > dovuto ascoltare di più.
> Sch. conosceva (ed ascoltava) la musica e i musicisti (stretti rapporti con > Wagner, ad esempio).
Per inciso: i compositori preferiti di Schopenhauer erano Bellini Rossini e Mozart, non Wagner.
> "qf" >> Poi ne penso una terza, a margine: che lamentarsi è operazione >> autoreferenziale di nessuna utilità. E fra Shopenauer e Leopardi non so >> chi si è esercitato di più di questo sport, che secondo me è solo uno >> spreco di energie.
> Ma dire il "negativo" è necessariamente una lamentazione? O è *comodo*, ai > fini di una economia delle energie, porre che lo sia necessariamente?
Altro è la cronaca dei fatti -- solito discorso, -- e altro è un giudizio sui fatti. Se io descrivo il mondo con tutto quello che contiene, di niente ma proprio di niente posso dire che è negativo o positivo. E' e basta. Poi alcune cose per alcuni sono negative -- e se le devono risolvere rimboccandosi le maniche -- e alcune positive -- e su quelle è bene che non si facciano illusioni ma continuino a darsi da fare per perfezionarle o per vedere meglio se e quanto sono positive e per chi.
"Dire il negativo" è giudicarlo negativo, quindi si esce dalla cronaca per prendere posizione, senza confessare che il negativo è ovviamente negativo per chi lo giudica negativo. E poi nella scelta della cronaca e del punto di vista su di essa, tu mi insegni, già si dà un giudizio. Se tu educhi qualcuno mostrandogli solo la cronaca nera, che idea si fa del mondo?
> Sch. conosceva (ed ascoltava) la musica e i musicisti (stretti rapporti > con Wagner, ad esempio).
Beh, non è gran buon segno. Come diceva Woody Allen: "Quando ascolto Wagner mi vien voglia di invadere la Polonia" :-) L'uso della cavalcata delle walchirie in Apocalipse Now è molto significativo, esattamente così come l'"odora di vittoria" riferito al napalm.
> Per Sch. la musica è l'unica attività libera da ogni intento > rappresentativo (dunque dalla relazionalità implicata dal "fenomeno": > relazione soggetto/oggetto) e dunque si trova nella massima prossimità > alla contemplazione della pura essenza della volontà.
Si può dire solo per alcune opere, come il clavicembalo ben temperato o l'arte della fuga, ma non certo per Wagner. Ah, ma se S. parla di "volontà", allora capisco la faccenda di Wagner e della Polonia :-) Poi mi piacerebbe proprio sapere che cos'è "la pura essenza della volontà".
> In ciò la musica ha, per Sch., uno statuto assolutamente privilegiato > rispetto a tutte le altre arti: > <<La musica non è quindi affatto, come le altre arti, l'immagine delle > idee, bensì immagine della volontà stessa, della quale sono oggettività > anche le idee. Perciò l'effetto della musica è tanto più potente e > insinuante di quel delle altre arti: imperocché queste ci danno appena il > riflesso, mentre quella esprime l'essenza. Essendo adunque la medesima > volontà che si oggettiva, tanto nelle idee quanto nella musica, ma solo in > modo affatto diverso, deve trovarsi non proprio una diretta somiglianza, > ma tuttavia un parallelismo, un'analogia tra la musica e le idee, delle > quali è fenomeno molteplice e imperfetto il mondo visibile>>. > [da "Il mondo come volontà e rappresentazione"]
Giusto. Lo ho letto secoli fa :-) e ho pensato bene di dimenticarmene (si vede che per me era molto significativo :-)
La musica, per chi la scrive, è idea -- musicale ovviamente -- elaborata secondo norme comuni e secondo lo stile personale. Come le altre arti. La differenza è nel livello _apparente_ di mediazione: il suono non ha intermediari in quanto suono (contrariamente all'immagine e allo scritto), mentre alle sue spalle c'è un intero sistema tecnologico e di notazione (sostanzialmente binaria) che lo genera. Credo che l'equivoco sia in questa apparente assenza di mediazione, in questa apparente immediatezza del messaggio musicale, che invece ha in sostanza più intermediari delle altre arti: dal pensiero alla notazione opportunamente regolata e strutturata, e allo strumento che genera il suono, con tutta la tecnologia che ciò comporta, e infine anche alla personalità e alla tecnica dell'esecutore. Direi che l'arte musicale è fra tutte la più tecnologica dall'inizio alla fine, persino più del cinema, ammesso di considerarlo come arte. Credo perciò che quello che S. ha scritto qui sia solo funzionale alla sua tesi sulla volontà. Che semmai -- ammesso di saper definire cos'è --nell'arte si manifesta sempre, non solo nella musica.
Quindi secondo me S. doveva ascoltare più musica, ma meno Wagner. E magari entrare nella sua tecnologia. Avrebbe probabilmente sospettato che la straordinaria forza di quell'arte -- e dell'arte in genere -- non può non avere le medesime radici di tutto ciò che è "negativo" nell'uomo, tolto il quale "negativo" non ci sarebbe neanche la musica, o sarebbe scipita come un minestrone senza sale. Le radici sono le stesse anche di quelle idee che nessuno potrebbe considerare positive, e che qualcuno -- che a sua volta amava molto Wagner -- ha messo in atto. E' di questo genere di "volontà" nella sua "pura essenza" che S. parla? Come Nietzsche?
Naturalmente ogni vivente cerca di affermare la propria presenza nel mondo, un mondo che faceva a meno di lui e che se ne frega se scompare. Se chiamiamo "volontà" questo affermarsi spontaneo dell'esistenza, forse se ne capisce un po' il senso, ma temo che non sia questo il punto di vista di S. e di N.
"qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> ha scritto nel messaggio
>Poi alcune cose per alcuni sono negative -- e se le devono risolvere >rimboccandosi le maniche -- e alcune positive -- e su quelle è bene che non >si facciano illusioni ma continuino a darsi da fare per perfezionarle o per >vedere meglio se e quanto sono positive e per chi.
Sì, ma queste righe qui sopra non contengono già un giudizio? Ti proponevo poi tempo fa, e come forse ricorderai, la domanda se l'alternanza positivo-negativo (qualunque sia la modalità di questa alternanza) non sia essa stessa unificabile in un negativo.
>Se tu educhi qualcuno mostrandogli solo la cronaca nera, che idea si fa del >mondo?
Ma quelle filosofie del negativo (chiamiamole così in modo provvisorio, per non ipotecare già il termine "nichilismo") non si limitano a mostrare solo la cronaca nera. Esse intendono determinare anche il senso del "positivo".
> Beh, non è gran buon segno. Come diceva Woody Allen: "Quando ascolto > Wagner mi vien voglia di invadere la Polonia" :-) > L'uso della cavalcata delle walchirie in Apocalipse Now è molto > significativo, esattamente così come l'"odora di vittoria" riferito al > napalm.
Quoque tu un pacifista, Qf?:-)). Ovviamente scherzo e credo di poterti dare ragione. Però non ridurrei alla questione Wagner (che è certamente importante per afferrare l'atmosfera culturale di un'epoca) la teoria della musica di Sch. Essa invece va compresa assieme al concetto schopenhaueriano di "rappresentazione", del quale costituisce sostanzialmente un corollario filosofico.
>Credo che l'equivoco sia in questa apparente assenza di mediazione, in >questa apparente immediatezza del messaggio musicale, che invece ha in >sostanza più intermediari delle altre arti: dal pensiero alla notazione >opportunamente regolata e strutturata, e allo strumento che genera il >suono, con tutta la tecnologia che ciò comporta, e infine anche alla >personalità e alla tecnica dell'esecutore.
Tu conosci(=ascolti) la musica sicuramente molto, molto più di me (che la ascolto pochissimo). Parli di "messaggio musicale". Una volta Uto Ughi si incavolò come una bestia contro Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, perché questi (che magari ha guadagnato più di Ughi) aveva detto che la musica è un linguaggio con un suo messaggio (pacifista, immagino). Ma veramente ha senso parlare di "messaggio musicale"? Qual è il messaggio della BWV 147? Tutte le cose che elenchi (la notazione musicale, la tecnologia dei dispositivi di produzione del suono etc.) non sono ciò che la musica è. La teoria della musica di Sch. parte invece dalla premessa (che trova fondazione nell'opera di Sch.) che le arti siano contemplazione delle idee, cioè delle eterne ed immutabili oggettivazioni della volontà; ovviamente, come dicevi, qui è presupposta la teoria della volontà di Sch. L'immediatezza della musica consiste per Sch. nel fatto che la musica non è immagine delle idee, cioè immagine delle eterne oggettivazioni della volontà, ma immagine immediata della volontà stessa. Questa teoria di Sch., nel suo complesso, è in grado di spiegare due cose: perché nell'arte l'uomo percepisca una liberazione del proprio animo; il perché dell'effetto particolarmente potente della musica. A Schopenhauer non deve essere sfuggito, tra le altre cose, che l'esecuzione di un brano musicale consuma l'eseguito: alla fine non rimane più alcuna oggettività, se non spartito e muti strumenti, i quali non sono musica ma solo il supporto materiale della struttura formale e tecnologica della sua possibilità.
> Naturalmente ogni vivente cerca di affermare la propria presenza nel > mondo, un mondo che faceva a meno di lui e che se ne frega se scompare. > Se chiamiamo "volontà" questo affermarsi spontaneo dell'esistenza, forse > se ne capisce un po' il senso, ma temo che non sia questo il punto di > vista di S. e di N.
Certamente a Sch. e Nietz. non è sfuggito ciò che non può più oramai sfuggire a nessuna teoria filosofica: che questo essere *del* mondo prima e dopo ed indipendentemente dalla volontà che è *nel* mondo, è una *rappresentazione*. Ma altrettanto certamente il loro discorso sulla volontà non prescinde da quell'affermarsi spontaneo dell'esistenza di cui parli: vuole invece penetrarne a fondo il significato.
> "qf" >>Poi alcune cose per alcuni sono negative -- e se le devono risolvere >>rimboccandosi le maniche -- e alcune positive -- e su quelle è bene che >>non si facciano illusioni ma continuino a darsi da fare per perfezionarle >>o per vedere meglio se e quanto sono positive e per chi.
> Sì, ma queste righe qui sopra non contengono già un giudizio?
Ritieni un giudizio dire che dobbiamo cercare di correggere quelle che *per noi* sono negative e cercare di curare quelle che *per noi* sono positive? A me non sembra un giudizio.
> Ti proponevo poi tempo fa, e come forse ricorderai, la domanda se > l'alternanza positivo-negativo (qualunque sia la modalità di questa > alternanza) non sia essa stessa unificabile in un negativo.
Forse avrò risposto che non so che cosa significa tale unificazione. E francamente non l'ho capito adesso. Scusami la gnuccaggine. Forse intendi che l'alternanza include un cessare del positivo, un cessare che di per sé è negativo? Ma anche il cessare del negativo è un positivo, tanto che alcuni (forse persino filosofi) dicono che il piacere è solo il cessare del dolore. Ma non so se intendi qualcosa di simile, che mi sembrerebbe un sofisma.
> quelle filosofie del negativo (chiamiamole così in modo provvisorio, per > non ipotecare già il termine "nichilismo") non si limitano a mostrare solo > la cronaca nera. Esse intendono determinare anche il senso del "positivo".
Beh, su quelle basi mi sembra un po' pregiudiziale. Come parlare di nascite durante un funerale :-))
> Però non ridurrei alla questione Wagner (che è certamente importante per > afferrare l'atmosfera culturale di un'epoca) la teoria della musica di > Sch.
Spero proprio di no, anche se i nomi che ha riportato Pastore mi lasciano un po' tanto perplesso: se S. ama Bellini e Rossini... e Mozart, intanto significa che di Mozart è interessato prevalentemente al melodramma. Ma comunque accostare un Flauto Magico o un Don Giovanni a Bellini e Rossini... Ma sant'iddio! A quel tempo si conosceva tutto Bach e si conoscevano Vivaldi e Scarlatti -- il padre e il divino cembalista figlio -- e mi si viene a parlare di Bellini e di Rossini, cioè del più volgarotto melodramma all'italiana, che segna il nostro precipitare in un irreversibile provincialismo dopo un '700 che ha insegnato la musica al mondo intero, inclusi Bach e Mozart? E' dunque questa la musica su cui S. costruisce la sua filosofia? La mia memoria inconscia aveva ben ragione di essere diffidente della sua teoria musicale. Anzi la mia dimenticanza di essa probabilmente era dovuta al fatto che a 20 anni (lo ho letto in quegli anni) conoscevo praticamente tutta la musica che è mai stata scritta fin dall'epigramma di Sicilo, e quindi ho subito rimosso il punto di vista di S.
> Essa invece va compresa assieme al concetto schopenhaueriano di > "rappresentazione", del quale costituisce sostanzialmente un corollario > filosofico.
L'arte non è rappresentazione ma creazione. E' traccia inequivocabile del divino nell'umano. Essa dà vita all'inerte, e attraverso di esso trasmette vita. Perciò io amo la tecnologia: attraverso di essa -- nell'unione fra capacità tecnica e pura invenzione -- si può produrre arte. La tecnica del colore, la tecnica strumentale, la tecnica dello scalpello e del marmo e della creta e del bronzo sono fra le tecnologie che han reso possibile l'arte fin dalle origini. Ma non per "rappresentare": per dare vita all'inerte
>>Credo che l'equivoco sia in questa apparente assenza di mediazione, in >>questa apparente immediatezza del messaggio musicale, che invece ha in >>sostanza più intermediari delle altre arti: dal pensiero alla notazione >>opportunamente regolata e strutturata, e allo strumento che genera il >>suono, con tutta la tecnologia che ciò comporta, e infine anche alla >>personalità e alla tecnica dell'esecutore.
> Tu conosci(=ascolti) la musica sicuramente molto, molto più di me (che la > ascolto pochissimo). Parli di "messaggio musicale".
Assolutamente non nel senso di contenuto morale o di qualsiasi altra natura (politica o altre stronzate [cit.]) Messaggio nel senso di comunicazione: visiva, uditiva, tattile, ecc. Messaggio musicale, come idea musicale, è un tema con le sue variazioni, la sua struttura e la sua dinamica. Messaggio musicale è appunto messaggio musicale e stop. Il messaggio della decima di Shostakovich che sto ascoltando ora è lo splendore di un'architettura melodica, armonica, timbrica e ritmica che a me non ha mai detto altro. Nemmeno quella che è ufficialmente definita opera: penso all'aria della regina della notte del flauto magico -- che è detta un'opera massonica. Quest'ultima stronzata [cit.] mi è del tutto indifferente: quell'aria ha un suo splendore, una bellezza irripetibile in quanto musica. Quand'anche Mozart avesse voluto dire qualcosa di diverso -- ma non ci credo proprio -- a me la cosa sarebbe del tutto indifferente.
> Una volta Uto Ughi si incavolò come una bestia contro Lorenzo Cherubini in > arte Jovanotti, perché questi (che magari ha guadagnato più di Ughi) aveva > detto che la musica è un linguaggio con un suo messaggio (pacifista, > immagino).
Uto Ughi aveva ragione: è una solenne stronzata [cit. dal presidente della camera] degna di un emerito coglione [cit. dal presidente del consiglio] (Uto Ughi per inciso, invecchiando, ha perso un po' di gigioneria, quindi riesce a fare della musica sul serio, purificata della sovrastruttura narcisistica dell'esecutore.)
> Tutte le cose che elenchi (la notazione musicale, la tecnologia dei > dispositivi di produzione del suono etc.) non sono ciò che la musica è.
Gianrico, se fosse qui, probabilmente ti azzannerebbe alla gola :-) La musica, senza le tecnologia (raffinatissima) della musica, non esisterebbe. Nessun musicista che vale gli spaghetti che mangia non è esperto tecnologo musicale. Come potrebbe scrivere per violino o per pianoforte ecc. se non ne conoscesse la tecnica e i limiti? Come potrebbe Michelangelo scolpire la Pietà se non fosse il sublime artigiano che è? E come si fa a separare l'opera dal suo scalpello? Il suono del cembalo dal cembalo? E l'idea musicale dal suono? Come per ogni arte, anche per la musica: accanto all'idea c'è un sublime artigianato che le dà forma, e quella precisa forma che è il più alto segno -- immortale -- di tale idea: la sua orma nel mondo. Non per nulla la notazione musicale è sostanzialmente digitale, la forma di scrittura che sappiamo bene tutti ormai che è la più potente.
> La teoria della musica di Sch. parte invece dalla premessa (che trova > fondazione nell'opera di Sch.) che le arti siano contemplazione delle > idee, cioè delle eterne ed immutabili oggettivazioni della volontà; > ovviamente, come dicevi, qui è presupposta la teoria della volontà di Sch.
Sì, è un discorso ideologico. Perciò non mi ha interessato a suo tempo e ho pensato bene di dimenticarlo.
> L'immediatezza della musica consiste per Sch. nel fatto che la musica non > è immagine delle idee, cioè immagine delle eterne oggettivazioni della > volontà, ma immagine immediata della volontà stessa.
La musica è idea musicale *organizzata*. Per rendersene conto si può ascoltare l'Offerta Musicale di Bach. L'idea (il tema) non è sua, ma del suo "padrone": Bach si limita a comporre delle variazioni sul tema, e mette insieme uno dei più alti capolavori della musica di tutti i tempi. Tecnica, una tecnica divina capace di costruire una cattedrale con dei ciottoli. Anche qui un divino artigiano, lo spirito di Dio -- cioè la creazione -- che dà vita agli strumenti. Se parliamo di volontà di esistenza, che è quella che fa esistere Agilulfo, il cavaliere inesistente di Italo Calvino, potrei capire questa idea di volontà come spirito creatore, e quindi la sua parentela stretta con l'arte. Ma la volontà di cui parlano Shopenauer e Nietzsche mi sembra più quella di certi cancellieri d'altri tempi e di certi presidenti del consiglio dei nostri tempi :-)) Che cosa vuole la "volontà" di cui parlano?
> Questa teoria di Sch., nel suo complesso, è in grado di spiegare due cose: > perché nell'arte l'uomo percepisca una liberazione del proprio animo; il > perché dell'effetto particolarmente potente della musica.
Circa la prima che hai detto, lo escluderei proprio. Seguire la musica è liberatorio -- quando lo è -- come ogni emozione che riesce a estraniare dallo stress quotidiano con la sua capacità di coinvolgimento proprio fisico. Circa l'effetto potente della musica, io penso risalga alla sua struttura -- melodica armonica timbrica e ritmica -- che attraverso l'apparato uditivo riesce a interessare e impegnare -- davvero più di ogni altra arte -- le strutture cerebrali e come conseguenza l'intera persona. L'apparato uditivo è quello che più di ogni altro è soggetto a un'immedesimazione con lo stimolo, e quindi causa il "trascinamento" dell'umore da parte dello stimolo stesso. Basti pensare che anche un ritmo puramente meccanico può indurci non solo a battere il piede per seguirlo, ma riesce a influenzare il passo e persino il battito cardiaco -- non per nulla le donne hanno inventato i tacchi, che rendono ipnotico il loro passo. Quindi direi che dovremmo ricordarci sempre di distinguere la res-extensa dalla res-cogitans -- come non hanno capito i vari Damasio & soci, e come risponderò all'articolo trasferito da icf a icfm per opera di Solania .
> A Schopenhauer non deve essere sfuggito, tra le altre cose, che > l'esecuzione di un brano musicale consuma l'eseguito: alla fine non rimane > più alcuna oggettività, se non spartito e muti strumenti, i quali non sono > musica ma solo il supporto materiale della struttura formale e tecnologica > della sua possibilità.
Non sono più musica ma lo sono stati. Non sono stati semplici supporti mentre suonavano: erano musica.
...
"qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> ha scritto nel messaggio
> Ritieni un giudizio dire che dobbiamo cercare di correggere quelle che > *per noi* sono negative e cercare di curare quelle che *per noi* sono > positive? > A me non sembra un giudizio.
Intendevo dire che dentro quelle frasi, che parlano della "cura" e della "correzione" che l'uomo rivolge verso le "cose", si cela un universo intero da indagare e che è un delitto filosofico non indagare. Le filosofie "del negativo" hanno contribuito ad impedire la commissione di questo delitto. Perché la filosofia è autenticamente fatta così (prendere o lasciare): indagine delle cose che crediamo scontate.
> Forse avrò risposto che non so che cosa significa tale unificazione. E > francamente non l'ho capito adesso. Scusami la gnuccaggine. > Forse intendi che l'alternanza include un cessare del positivo, un cessare > che di per sé è negativo? Ma anche il cessare del negativo è un positivo, > tanto che alcuni (forse persino filosofi) dicono che il piacere è solo il > cessare del dolore. Ma non so se intendi qualcosa di simile, che mi > sembrerebbe un sofisma.
Ne parlammo a settembre. Mi consentirai un'antipatica autocitazione:
<<E allora che facciamo: siccome c'è sia il positivo che il negativo, diciamo che la vita è metà positiva e metà negativa? Ovviamente no. E l'alternanza tra positivo e negativo, è un positivo (p) o un negativo (n)? Domanda la cui risposta sfocia logicamente in una aporia, perché se pn è un negativo (è infatti un negativo, che un positivo sia sostituito da un negativo), np è un positivo - e riotteniamo così la sequenza di p e di n. Come allora sarai d'accordo, il completamento della indagine non può significare la giustapposizione del positivo al negativo. Allora va detto che nell'indagine di Leopardi la considerazione non del solo negativo (n), ma anche del positivo (p) e delle alternanze (pn e np), non è affatto tralasciata, ma è proprio ciò cui il poeta si dedica con l'intelligenza propria della parola (costruendo un monumento della e alla lingua che parliamo), dopo averlo sentito nel corpo. >>
Con "unificazione" intendevo dire che la filosofia. che è il tentativo di pensare *assieme* le cose, non può accontentarsi di enunciare che nella vita c'è il bello ed il brutto, anche perché queste cose le senti dire durante i pomeriggi televisivi dai vip e dalle vip.
>Ma sant'iddio! A quel tempo si conosceva tutto Bach e si > conoscevano Vivaldi e Scarlatti -- il padre e il divino cembalista > figlio -- e mi si viene a parlare di Bellini e di Rossini, cioè del più > volgarotto melodramma all'italiana, che segna il nostro precipitare in un > irreversibile provincialismo dopo un '700 che ha insegnato la musica al > mondo intero, inclusi Bach e Mozart?
Anch'io credo che Bellini e Rossini abbiano certamente il loro posto nella musica, ma che altrettanto certamente non valgano un Mozart, il quale a sua volta non vale un Bach, il quale non è valso da nessun altro. Tieni però presente che Bellini e Rossini erano contemporanei di Sch. La conoscenza della musica, però, non è di per sé teoria *filosofica* della musica. Certo, possiamo dire che la musica non ha bisogno del filosofo che le venga a snocciolare la teoria - ed anzi direi che se c'è una attività che non ha questo bisogno, questa è *proprio* la musica (e la ragione di questa peculiarità è ben chiara alla teoria filosofia di Sch.!). Ma va detto anche che non esiste una conoscenza della musica che possa rigettare una teoria filosofica della musica, se non dopo essersi a sua volta trasformata in filosofia.
> L'arte non è rappresentazione ma creazione. > E' traccia inequivocabile del divino nell'umano. > Essa dà vita all'inerte, e attraverso di esso trasmette vita. > Perciò io amo la tecnologia: attraverso di essa -- nell'unione fra > capacità tecnica e pura invenzione -- si può produrre arte. > La tecnica del colore, la tecnica strumentale, la tecnica dello scalpello > e del marmo e della creta e del bronzo sono fra le tecnologie che han reso > possibile l'arte fin dalle origini. Ma non per "rappresentare": per dare > vita all'inerte
Dunque per te l'arte reca la traccia del divino dell'umano perché essa è creazione in senso eminente, dove la creazione è una prerogativa essenziale del divino. Prometeo ruba il fuoco agli dèi donandolo agli uomini. Ma la creazione artistica necessita o meno di una idea che *non* viene creata? Quanto alla nozione schopenhaueriana (ma poi in fondo kantiana) di "rappresentazione". Dicevo, appunto, che per Sch. l'arte consente (precariamente) all'uomo di superare in un certo senso la sfera delle rappresentazioni fenomeniche (nell'ambito delle quali la facoltà conoscitiva è asservita per Sch. alla volontà). Dunque per Sch. l'arte non si risolve in nessun modo nel dominio della rappresentazione, ma anzi riesce ad oltrepassarlo. Ma, appunto, questo oltrepassamento, che fonda la teoria schopenhaueriana dell'arte, richiede la comprensione del concetto di "rappresentazione" (che si tira appresso tutta la filosofia di Sch.).
> Assolutamente non nel senso di contenuto morale o di qualsiasi altra > natura (politica o altre stronzate [cit.]) > Messaggio nel senso di comunicazione: visiva, uditiva, tattile, ecc. > Messaggio musicale, come idea musicale, è un tema con le sue variazioni, > la sua struttura e la sua dinamica. > Messaggio musicale è appunto messaggio musicale e stop. Il messaggio della > decima di Shostakovich che sto ascoltando ora è lo splendore di > un'architettura melodica, armonica, timbrica e ritmica che a me non ha mai > detto altro.
Appunto, non c'è quest'"altro" alla cui comunicazione l'opera musicale sia asservita. Il "tema" è dato dalle variazioni stesse della musica. Ma allora in che senso possiamo ancora connettere un messaggio alla musica e parlare di "messaggio musicale"?
> Uto Ughi aveva ragione: è una solenne stronzata [cit. dal presidente della > camera] degna di un emerito coglione [cit. dal presidente del consiglio] > (Uto Ughi per inciso, invecchiando, ha perso un po' di gigioneria, quindi > riesce a fare della musica sul serio, purificata della sovrastruttura > narcisistica dell'esecutore.)
Ah sì, è vero: lui è un narcisista. Ma le sue grandiose esecuzioni non eseguono il suo narcisismo, e tanto ci basta. La sua individualità riesce a sublimare, nel senso fisico del termine (hai presente la polemica tra lui e Giovanni Allevi?).
> La musica, senza le tecnologia (raffinatissima) della musica, non > esisterebbe.
Senza l'andare di corpo, l'uomo non esisterebbe; ma senza l'uomo, non esisterebbe l'artista; ma senza l'artista non esisterebbe l'arte; dunque, senza l'andare di corpo, non esisterebbe l'arte:-). [visto che mi parlavi di mangiare gli spaghetti].
> Nessun musicista che vale gli spaghetti che mangia non è esperto tecnologo > musicale. > Come potrebbe scrivere per violino o per pianoforte ecc. se non ne > conoscesse la tecnica e i limiti? > Come potrebbe Michelangelo scolpire la Pietà se non fosse il sublime > artigiano che è? > E come si fa a separare l'opera dal suo scalpello? Il suono del cembalo > dal cembalo? E l'idea musicale dal suono?
L'artigianato c'è, ma non *è* strettamente l'arte. E' poi verissimo che non possiamo separare il suono del cembalo dal cembalo, ma il cembalo che non possiamo separare dal suono del cembalo, è il *cembalo-che-suona*, e non il cembalo che non suona. Il costruttore di cembali dovrà avere dimestichezza con ciò che il cembalo dovrà fare (suonare), ma se il cembalo non fosse separabile dal suono avremmo che il costruttore di cembali non è separabile dal musicista. Quest'ultima separazione deve sussistere, per cui devono sussistere le sue condizioni di possibilità. Se diciamo che il suono del cembalo non è separabile dal cembalo, allora saremmo costretti, per mantenere in piedi la separazione costruttore di cembali/musicista, a reperire il fondamento di questa separazione nella differenza suono/musica (allora la separazione diventerà quella cembalo-che-suona/cembalo-che-fa-musica). In ogni caso, il costruttore di cembali deve essere separabile dall'artista e noi, che vogliamo costruire una teoria dell'intera faccenda, dovremmo garantire a tutti i costi quella separazione.
> Sì, è un discorso ideologico. Perciò non mi ha interessato a suo tempo e > ho pensato bene di dimenticarlo.
Scusa, ma perché "ideologico"? Solo perché fa riferimento alla "volontà"? Secondo me l'aggettivo "ideologico" va usato con parsimonia, visto che per altri ad essere "ideologico" sarebbe un discorso sull'arte come intuizione dell'Assoluto etc. Insomma, il rischio è che non se ne esca più.
>Che cosa vuole la "volontà" di cui > parlano?
Volere.
>Circa l'effetto potente della musica, io penso risalga alla sua > struttura -- melodica armonica timbrica e ritmica -- che attraverso > l'apparato uditivo riesce a interessare e impegnare -- davvero più di > ogni altra arte -- le strutture cerebrali e come conseguenza l'intera > persona.
Damasio sarebbe d'accordo:-).
> Non sono più musica ma lo sono stati. Non sono stati semplici supporti > mentre suonavano: erano musica.
Sopra parlavo appunto della inseparabilità dello strumento che suona dal suono dello strumento. Qui parliamo dello strumento che non suona (più). Questo non è in alcun modo musica - e questo suo non essere in alcun modo musica, deve essere in ogni modo garantito e tutelato da una teoria della musica che non voglia provocare il collasso della musica sopra lo strumento.
> E' stata vissuta una vita, durante l'esecuzione, e quella vita è stata > trasferita nell'anima di chi ha ascoltato. Perciò è finita.
Esatto: è stata vissuta una vita. Ma allora si tratta di capire in che senso questo è reso possibile solo alla musica. Non esiste nessun rapportarsi ad un quadro o a una scultura (per citare due forme emblematiche - sarei tentato di dire "eterne", visto che impegnano in
...
>> Ritieni un giudizio dire che dobbiamo cercare di correggere quelle che >> *per noi* sono negative e cercare di curare quelle che *per noi* sono >> positive? >> A me non sembra un giudizio.
> Intendevo dire che dentro quelle frasi, che parlano della "cura" e della > "correzione" che l'uomo rivolge verso le "cose", si cela un universo > intero > da indagare e che è un delitto filosofico non indagare.
Ma certamente. L'indagine è implicita già nel significato dei verbi 'cura' e 'correzione'. Cura e correzione di che cosa e come e perché ecc.
> Le filosofie "del > negativo" hanno contribuito ad impedire la commissione di questo delitto.
Se vuoi dire che hanno scoperto che possiamo avere il mal di pancia -- in senso lato -- e che quindi dobbiamo curarlo e prevenirlo senza espellere le budella come fanno le oloturie, d'accordo. Ma non tutti i "negativi" delle filosofie del negativo hanno questa caratteristica di chiarezza e distinzione. E nemmeno di oggettività.
> Perché la filosofia è autenticamente fatta così (prendere o lasciare): > indagine delle cose che crediamo scontate.
Naturalmente. Il tempo, per esempio :-) Ma non è forse scontato anche che fin da prima di Cassandra molta umanità ama lamentarsi e non affatto indagare, per esempio, sul perché si lamenta? Ennò! Quella è psicologia, e quindi è tabù, e quindi su quella e in base a quella non si indaga. Per poi magari prendere per buone le bufale che vengono dalla fisica trapiantando pari pari i vari principi di indeterminazione e bla bla.
>> Forse avrò risposto che non so che cosa significa tale unificazione. >>[...]
> Ne parlammo a settembre. Mi consentirai un'antipatica autocitazione:
E' invece simpaticissima se mi fa cogliere il punto. Evidentemente non l'ho colto allora.
> <<E allora che facciamo: siccome c'è sia il positivo che il > negativo, diciamo che la vita è metà positiva e metà negativa? > Ovviamente no.
Ma che per ciascuno ha momenti positivi e altri negativi lo possiamo dire. Chi è sfigato ne avrà più di negativi. Ma anche per chi vede sempre il mezzo bicchiere vuoto ci sono più negativi, ma solo perché se li crea lui.
> E l'alternanza tra positivo e negativo, è un positivo (p) o > un negativo (n)? Domanda la cui risposta sfocia logicamente in una aporia, > perché se pn è un negativo (è infatti un negativo, che un positivo sia > sostituito da un negativo), np è un positivo - e riotteniamo così la > sequenza di p e di n.
Ma anche ammesso che sia così semplice -- e non lo è mai, -- chi decide che quella sequenza è negativa, se non il punto di vista di ciascuno sul bicchiere?
> Come allora sarai d'accordo, il completamento della indagine non può > significare la giustapposizione del positivo al negativo.
Per ciascuno invece è proprio così: chiedi a chiunque se preferisce scopare o prendere martellate sugli alluci!
> Allora va detto > che nell'indagine di Leopardi la considerazione non del solo negativo (n), > ma anche del positivo (p) e delle alternanze (pn e np), non è affatto > tralasciata,
Il positivo è -- come in A Silvia -- ricordato solo per rendere ancora più tragica la conclusione: Silvia non c'è più, sob! E non c'è più la gioventù, ri-sob! Allora che razza di positivo è? Nossignore, è un positivo deliberatamente negativizzato, descritto con le lacrime agli occhi. Che è peggio, come dicevo sopra, che essere sfigati, perché si addobba a lutto anche un battesimo.
«Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale,»
Che già dice che è defunta. Ecco che il funerale è cominciato. Poi c'è tutto il discorso funebre che si conclude così:
«All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.»
Mi dici dove è il positivo con quella premessa e con quella chiusa gotica? E chi lo autorizza a parlare del "vero"? E' forse "vero" che tutti muoiono giovani? E se invece si muore, magari senza soffrire troppo, dopo aver riempito la vita e si è proprio stanchi, dove è il negativo?
> ma è proprio ciò cui il poeta si dedica con l'intelligenza > propria della parola (costruendo un monumento della e alla lingua che > parliamo), dopo averlo sentito nel corpo. >>
Sull'abilità nella parola non ci sono dubbi, ma non ci sono dubbi neppure sul fatto che non c'è neanche la più pallida ombra di positivo nei suoi scritti. E' tutta un'orazione funebre dall'inizio alla fine. E quella io non la chiamo filosofia ma autocommiserazione. La psicologia mi darebbe ragione in pieno, ma lasciamola fuori per non dare scandalo alla purezza della filosofia. Ma almeno, per favore, non chiamiamo filosofia quella leopardiana. Ottima letteratura per necrologi e pietre tombali. Azz! Se fosse stato un musicista avrebbe scritto solo marce funebri.
> Con "unificazione" intendevo dire che la filosofia. che è il tentativo di > pensare *assieme* le cose, non può accontentarsi di enunciare che nella > vita c'è il bello ed il brutto,
Naturalmente. Ma vallo a dire ai Leopardi vari. Si mettono subito a piangerti sulla spalla. C'è un mio ex-allievo attivissimo e alquanto geniale che, quando ci troviamo davanti a un problema di quelli tosti dice "Beh, tanto dobbiamo finire sotto terra!" Poi il problema lo si risolve, ma non senza che io, prima, non lo abbia mandato a fare quella cosa dopo la quale si tira lo sciacquone.
> Tieni però > presente che Bellini e Rossini erano contemporanei di Sch.
Sì ma Bach era già stato scoperto da Mendelssohn, e la musica italiana del 600 e del 700 aveva illuminato il mondo prima di precipitare nel melodramma "romantico" (dove si mostra chiara la degenerazione del romantico in sentimentale, che doveva portare inevitabilmente alla canzonetta all'italiana).
> La conoscenza della musica, però, non è di per sé teoria *filosofica* > della > musica. Certo, possiamo dire che la musica non ha bisogno del filosofo che > le venga a snocciolare la teoria [...] Ma va detto anche > che non esiste una conoscenza della musica che possa rigettare una teoria > filosofica della musica, se non dopo essersi a sua volta trasformata in > filosofia.
Una teoria dell'arte, capitolo dell'estetica, non è mai mancata. Ma io credo poco alle teorie su qualcosa da parte di chi sul qualcosa è solo un orecchiante. Bisogna tuffarcisi dentro senza riserve, fino a diventarne esperti, inclusa la storia di quel qualcosa, che sempre dice molto sulla sua natura. Dopo ci si può anche fare sopra una filosofia, e quella filosofia avrà la giusta credibilità al di là delle tendenze o gusti personali del suo autore.
> Dunque per te l'arte reca la traccia del divino dell'umano perché essa è > creazione in senso eminente, dove la creazione è una prerogativa > essenziale del divino.
Quando un'opera è arte autentica porta un segno inconfondibile e per me profondamente significativo: l'assenza di tempo. Vien fatto di dire che essa è inevitabile, che non poteva non essere, e che contingentemente è solo stata tratta da un involucro -- evento che forse qualcuno chiamerebbe l'"apparire".
> Prometeo ruba il fuoco agli dèi donandolo agli uomini.
O gli dèi offrono ad alcuni uomini -- verosimilmente grazie alla trasparenza del loro spirito -- la loro ambrosia. Più prosaicamente mio padre diceva che il Padreterno butta il sale sulla terra e a qualcuno cade in testa un granello un po' più grosso della media. E aveva ragione, perché nell'arte c'è sempre una grande intelligenza, una profonda intelligenza del reale e dell'anima umana, quella che io chiamo appunto 'trasparenza'.
> Ma la creazione artistica necessita o meno di una idea che *non* viene > creata?
Non so se su questo thread, dicevo che ciò che noi siamo, con le tracce che spontaneamente lasciamo per quello che siamo, è il generatore di segni su cui si esercita la nostra creazione. E quella creazione ri-crea anche noi finché non riusciamo a emanciparci dal cordone ombelicale dell'esser "stati" creati e quindi dal tempo. L'arte che raggiunge il suo vertice nei grandi (quelli colpiti da un macigno di sale :-), porta il segno dell'assoluto.
> Dunque per Sch. l'arte non si risolve in > nessun modo nel dominio della rappresentazione, ma anzi riesce ad > oltrepassarlo.
Però chiedo di nuovo: rappresentazione di cosa?
> Ma, appunto, questo oltrepassamento, che fonda la teoria > schopenhaueriana dell'arte, richiede la comprensione del concetto di > "rappresentazione" (che si tira appresso tutta la filosofia di Sch.).
Appunto, rappresentazione di cosa?
> Appunto, non c'è quest'"altro" alla cui comunicazione l'opera musicale sia > asservita. Il "tema" è dato dalle variazioni stesse della musica. Ma > allora > in che senso possiamo ancora connettere un messaggio alla musica e parlare > di "messaggio musicale"?
Messaggio nel senso elementare di comunicazione. Niente di più o di meno.
>> (Uto Ughi per inciso, invecchiando, ha perso un po' di gigioneria, quindi >> riesce a fare della musica sul serio, purificata della sovrastruttura >> narcisistica dell'esecutore.)
> Ah sì, è vero: lui è un narcisista. Ma le sue grandiose esecuzioni non > eseguono il suo narcisismo, e tanto ci basta.
Ennò, Quand'era più giovane sentivi Uto Ughi, non Mendelssohn o Brahms o Beethoven. E questo "esibirsi" era fastidioso. L'esecutore non deve prevaricare l'autore ma penetrarlo il più a fondo possibile. Esecuzione non è travestimento dell'opera con i panni dell'esecutore.
> (hai presente la polemica tra lui > e Giovanni Allevi?)
Vagamente, ma non mi ha interessato. Mi interessava di più la maturazione di un esecutore il cui talento era indiscutibile.
>> La musica, senza le tecnologia (raffinatissima) della musica, non >> esisterebbe.
> Senza l'andare di corpo, l'uomo non esisterebbe; ma senza l'uomo, non > esisterebbe l'artista; ma senza l'artista non esisterebbe l'arte; dunque, > senza l'andare di
On 24 Nov, 10:37, "qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> wrote:
> "Marco V."
> > Le filosofie "del > > negativo" hanno contribuito ad impedire la commissione di questo delitto.
> Se vuoi dire che hanno scoperto che possiamo avere il mal di pancia -- in > senso lato -- e che quindi dobbiamo curarlo e prevenirlo senza espellere le > budella come fanno le oloturie, d'accordo. Ma non tutti i "negativi" delle > filosofie del negativo hanno questa caratteristica di chiarezza e > distinzione. E nemmeno di oggettività.
Secondo me, in un certo senso, hanno proprio scoperto che abbiamo il "mal di pancia". Tutte le altre filosofie occidentali, almeno nella maggioranza dei casi, hanno cercato di occultare la tragicità dell'esistenza e di dimostrare che in realtà il "mal di pancia" è più un'illusione che altro. Ecco allora il punto: Schopenhauer mostra che ignorare il male non è un buon affare, perché serve solo a peggiorare le cose. Cade così il senso della divinità onnipotente e buona, creatrice di tutte le cose e sovrana indiscussa del creato, oppure della Ragione universale (che, in fondo, è figlia di quel senso del divino). Quello che succede è questo: la vecchia dicotomia positivo/negativo, la quale vedeva prevalere l'elemento positivo, si rivela fallace, in quanto quella positività era del tutto illusoria. Schopenhauer è anche un distruttore. Per lui, come per Nietzsche, la realtà coincide col negativo, ma questo negativo, al di fuori dall'illusione che vuole negarlo, non si rivela affatto negativo secondo me: si rivela semplicemente l'esistenza. Inoltre in queste ore ci ho pensato su e sono arrivato alla conclusione che l'amor fati di Nietzsche è ancora troppo legato all'ottimismo platonico-cristiano. Non vedo proprio per quale motivo dovrei amare il destino, qualunque esso sia: quando mi fratturai le rotule imprecai tanto e avevo le mie ragioni; l'amor fati forse è compromesso con l'idea d'una giustizia universale. In un certo senso nel nostro orrore nei confronti del male è riposto un profondo significato che non dobbiamo ignorare. Tuttavia faccio sempre l'ìpotesi che amor fati in Nietzsche significhi altro. Forse Nietzsche vuol evitare che l'uomo sogni un altro mondo, un mondo dietro il mondo, per questo invita ad amare il destino; a desiderare proprio il reale invece che un'idea vuota. Se tutto è volontà di potenza, la volontà deve volere se stessa più intensamente, senza dispersioni: e questo è forse l'amore per il destino che Nietzsche ci suggerisce, un amore completamente diverso. E' possibile che Nietzsche rimproverasse a Schopenhauer una sorta di compromissione con la vecchia cultura: per Nietzsche con quella cultura non era possibile interloquire senza finire col volare troppo bassi. Ma penso che, in ogni caso, la riflessione di Schopenhauer sia stata fondamentale al raggiungimento di una cognizione adeguata del positivo.
"Solo il cambiamento è eterno, perpetuo, immortale."
Questo pensiero di Schopenhauer mi è utile per capire che la sua personale visione dell'esistenza non deve essere assunta come un immutabile. Dopo aver mostrato l'illusorietà delle vecchie concezioni dominanti in Occidente, si può tranquillamente tornare a parlare di *positività* dell'esistenza, anche se in un altro senso.
> > Perché la filosofia è autenticamente fatta così (prendere o lasciare): > > indagine delle cose che crediamo scontate.
> Naturalmente. Il tempo, per esempio :-) > Ma non è forse scontato anche che fin da prima di Cassandra molta umanità > ama lamentarsi e non affatto indagare, per esempio, sul perché si lamenta?
Perfetto: si lamenta perché si è fatta un'idea sbagliata sulle cose: ha sopravvalutato il mondo.
> Ennò! Quella è psicologia, e quindi è tabù, e quindi su quella e in base a > quella non si indaga. Per poi magari prendere per buone le bufale che > vengono dalla fisica trapiantando pari pari i vari principi di > indeterminazione e bla bla.
Non esiste solo la psicologia *ottimista*, erede di un certo *Occidente illuso*.
> > <<E allora che facciamo: siccome c'è sia il positivo che il > > negativo, diciamo che la vita è metà positiva e metà negativa? > > Ovviamente no.
> Ma che per ciascuno ha momenti positivi e altri negativi lo possiamo dire. > Chi è sfigato ne avrà più di negativi. Ma anche per chi vede sempre il mezzo > bicchiere vuoto ci sono più negativi, ma solo perché se li crea lui.
Io penso che la "sfiga" sia un'ampia dimostrazione dell'inesistenza di un positivo che domina il reale: se esiste la "sfiga", il mondo è ingiusto. Certo, oltre allo "sfigato" c'è il fortunato: ma questa coesistenza ci obbliga ad abbandonare l'idea che il positivo domini nella realtà. Così la concezione del male come *privatio boni* si rivela fallace. Fortuna + sfortuna = insensatezza. Questa è un'equazione che faremmo bene a non ignorare.
> > E l'alternanza tra positivo e negativo, è un positivo (p) o > > un negativo (n)? Domanda la cui risposta sfocia logicamente in una aporia, > > perché se pn è un negativo (è infatti un negativo, che un positivo sia > > sostituito da un negativo), np è un positivo - e riotteniamo così la > > sequenza di p e di n.
> Ma anche ammesso che sia così semplice -- e non lo è mai, -- chi decide che > quella sequenza è negativa, se non il punto di vista di ciascuno sul > bicchiere?
Qui spunta fuori l'idea che la verità non esista. Non si tratta di decidere: se è vero che bene e male sono giudizi, è pur vero che non sono creazioni artistiche, ma giudizi dati secondo una logica, una necessità ferrea. Quindi non ha senso, dalla mia prospettiva, imputare tutto a una decisione.
> > Allora va detto > > che nell'indagine di Leopardi la considerazione non del solo negativo (n), > > ma anche del positivo (p) e delle alternanze (pn e np), non è affatto > > tralasciata,
> Il positivo è -- come in A Silvia -- ricordato solo per rendere ancora più > tragica la conclusione: Silvia non c'è più, sob! E non c'è più la gioventù, > ri-sob! > Allora che razza di positivo è? Nossignore, è un positivo deliberatamente > negativizzato, descritto con le lacrime agli occhi. Che è peggio, come > dicevo sopra, che essere sfigati, perché si addobba a lutto anche un > battesimo.
Ma Silvia davvero morì, questo è innegabile. E che razza di realtà positiva è una realtà dove alcuni, senza alcuna motivazione, muoiono prima degli altri? Forse è umano ridere di fronte alla morte prematura? Sebbene gli inglesi amino celebrare il funerale con una festa, per chi è immerso nel lutto si tratterebbe solo di un rito per rendergli meno amara la scomparsa del suo caro. Va da sé che anche Leopardi rideva; ma si tratta allora di collocare il riso nella sua giusta dimensione.
> > Tieni però > > presente che Bellini e Rossini erano contemporanei di Sch.
> Sì ma Bach era già stato scoperto da Mendelssohn, e la musica italiana del > 600 e del 700 aveva illuminato il mondo prima di precipitare nel melodramma > "romantico" (dove si mostra chiara la degenerazione del romantico in > sentimentale, che doveva portare inevitabilmente alla canzonetta > all'italiana).
Probabilmente il melodramma piaceva a Schopenhauer perché le sue trame mettevano in luce la tragicità della vita in tutta la sua sconcertante semplicità. In questo senso direi che la musica di Wagner è più *ottimista*, e che in essa c'è qualcosa di troppo filosofico forse per i gusti di Schopenhauer, il quale evidentemente non volevo doppioni della sua opera. Schopenhauer forse preferiva una musica che rappresentasse la tragedia senza alcun intento consolatorio, ottenendo così la consolazione automaticamente, senza minimamente alludervi. In questo senso credo di capire perfettamente i gusti di Schopenhauer e li condivido: nonostante Wagner fosse un musicista d'avanguardia per la sua epoca, l'opera italiana non gli è da meno anzi forse nella sua leggerezza riesce meglio. Le opere liriche di Mozart sono assai più vicine al melodramma italiano di quanto si possa pensare, del resto sono tutte scritte in italiano, eccetto Il flauto magico. Mozart è assai gioviale, tuttavia il Don Giovanni fa eccezione: qui i toni sono cupi. Reputo Mozart un grande musicista internazionale: c'è qualcosa di italiano nella sua musica, tanto è vero che il suo viaggio in Italia tornò molto utile per la sua formazione. Per me il melodramma italiano è davvero grande, ma il suo valore artistico sfugge a chi non riesce a rimanere impassibile di fronte al suo incanto. Il tanto criticato sentimentalismo del melodramma italiano appare tale solo a chi si fa prendere dalla materia di quest'arte senza starne al di sopra; quindi per me è valida le seguente equazione: sentimentalista + melodramma = incomprensione. Non è Bellini il sentimentalista, è l'ascoltatore che si lascia possedere dalla sua musica che non riesce a capirla. Quando ho ascoltato Bellini in teatro mi sono reso conto che c'erano due generi d'ascoltatore: il sentimentalista, che fugge impaurito e bolla come sentimentalista Bellini; l'antiromantico, che di solito piange quasi di fronte alla tragedia che vede e ascolta sulla scena, ma in realtà è solo tremendamente impressionato (e pare a tutti un gran romantico). Chi rimane in qualche modo freddo ha il modo d'apprezzare al meglio la musica. Penso che il melodramma, al di là del successo esteriore, non sia una musica tanto capita quanto sembrerebbe, anzi penso che meriti d'essere valutato con maggiore attenzione. Ci sono vari modi d'approcciarlo: quello più comune ne ignora il reale valore e spesso induce molti a esprimere giudizi sommari. Bach, Wagner, Schoenberg vanno molto di moda presso gli intellettuali; tuttavia per me Vivaldi, Bellini, Respighi, Berio non sono da meno. La vocazione musicale italiana è assai incline al melodramma, anche nella musica contemporanea italiana si nota questa componente. Fa parte della nostra indole; e Scarlatti e Vivaldi sono più simili a
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>> > Le filosofie "del >> > negativo" hanno contribuito ad impedire la commissione di questo >> > delitto.
>> Se vuoi dire che hanno scoperto che possiamo avere il mal di pancia -- in >> senso lato -- e che quindi dobbiamo curarlo e prevenirlo senza espellere >> le >> budella come fanno le oloturie, d'accordo. Ma non tutti i "negativi" >> delle >> filosofie del negativo hanno questa caratteristica di chiarezza e >> distinzione. E nemmeno di oggettività.
> Secondo me, in un certo senso, hanno proprio scoperto > che abbiamo il "mal di pancia".
Cioè l'acqua calda.
> Tutte le altre filosofie occidentali, > almeno nella maggioranza dei casi, hanno cercato di > occultare la tragicità dell'esistenza e di dimostrare che in > realtà il "mal di pancia" è più un'illusione che altro.
Non mi pare. Hanno cercato di dare una ratio al dolore. Sia al livello individuale sia al livello "cosmico". Neppure la religione cristiana indica illusioni: c'è la croce a dimostrarlo. Dice però che il dolore, pur essendo quello che è, cioè appunto dolore, individuale o collettivo o cosmico, è anche sempre un momento di maturazione. Ma persino i materialisti/darwinisti ammettono che la cosiddetta selezione naturale -- che è fondata sulla morte e sul dolore che essa comporta -- costituisce un passo avanti nel perfezionarsi delle specie. Quindi nessuno pensa che il mal di pancia sia un'illusione. Cartesio, per esempio, fa rotta verso il suo cosiddetto e tanto deprecato "dualismo" con in mente, dichiaratamente, il progresso della medicina, e quindi proprio la cura della sofferenza.
> Ecco > allora il punto: Schopenhauer mostra che ignorare il male non > è un buon affare, perché serve solo a peggiorare le cose.
Ignorare il male credo che non lo faccia proprio nessuno, quindi mi immagino che S. avesse in mente qualcosa d'altro.
> Cade così il senso della divinità onnipotente e buona, > creatrice di tutte le cose e sovrana indiscussa del creato, > oppure della Ragione universale (che, in fondo, è figlia > di quel senso del divino). Quello che succede è questo: la > vecchia dicotomia positivo/negativo, la quale vedeva prevalere > l'elemento positivo, si rivela fallace, in quanto quella > positività era del tutto illusoria.
Ma, a parte che non è vero quello che stai dicendo (o che dice S.) perché nell'ambito del divino si precisa la presenza del male sotto forma di demonio ecc., e che la "ragione universale", come dicevo poco fa, ha in mente perlomeno la medicina ma anche il diritto, non mi pare che nella "vecchia dicotomia" si vedesse prevalere l'elemento positivo -- la gente andava all'inferno per l'eternità !!! e la medicina e il diritto codificavano malattie e reati. Quindi di illusioni non ce n'erano proprio.
> Schopenhauer è anche > un distruttore. Per lui, come per Nietzsche, la > realtà coincide col negativo, ma questo negativo,
Questo si era capito :-)
> al di > fuori dall'illusione che vuole negarlo,
Illusione che, ripeto, non c'è mai stata.
> non si rivela affatto > negativo secondo me: si rivela semplicemente l'esistenza.
No, è solo un punto di vista sull'esistenza. Il mezzo bicchiere vuoto. E che un punto di vista personale si elegga a definire l'esistenza stessa, mettendosi cioè, come si dice, dalla parte di Dio, lo ritengo imbarazzante. Il mio mal di pancia è il mio mal di pancia, e cerco di curarlo e di inventare medicine e comportamenti che lo evitano o lo guariscono quando si presenta. Punto. Fare del mio mal di pancia una questione metafisica che definisce l'esistenza stessa, ripeto, lo trovo alquanto imbarazzante.
> Inoltre in queste ore ci ho pensato su e sono arrivato alla > conclusione che l'amor fati di Nietzsche è ancora troppo > legato all'ottimismo platonico-cristiano.
Certo, l'autoflagellazione non basta mai. Il male e il dolore devono assolutamente essere visti ovunque, senza misericordia. Se non basta, c'è il cilicio, ma il lutto deve essere comunque permanente e onnipresente.
> Non vedo proprio > per quale motivo dovrei amare il destino, qualunque esso > sia:
"Amare" in quell'accezione significa accettazione lucida, quella che fa prendere atto della realtà e che quindi rende l'azione più efficace, e perciò favorisce la realizzazione di sé. E la realizzazione di sé è il bene massimo per una persona. Si potrebbe dire che è la sua felicità. Amor fati significa dunque prendere in carico ciò che si è, senza recriminare con babbo e mamma e società e chissà chi. Sacco in spalla e pedalare, sapendo che, non disprezzando ciò che si è, si realizzerà il meglio possibile di sé, e quindi "si starà bene", e si arriverà alla fine con la coppa ricolma, per così dire con Davide (quell'altro :-)), e pronti ad andarsene senza rimpianti. Il porsi invece come nemici di se stessi produrrà esattamente il contrario: infelicità e disperazione. Cioè è il male peggiore. Atteggiamento psichicamente suicida.
> quando mi fratturai le rotule imprecai tanto e avevo le > mie ragioni;
C'è chi ha passato di peggio, te l'assicuro. Io non costruirei una filosofia sulle tue personali rotule :-) Tra l'altro, oggi, se ne fanno di bellissime in titanio. Così belle e preziose che si dovrebbero poter sfoggiare in società.
> l'amor fati forse è compromesso con l'idea > d'una giustizia universale.
No, solo con il senso della realtà. Non credo che N. sarebbe d'accordo su questa tua affermazione.
> In un certo senso nel nostro > orrore nei confronti del male è riposto un profondo significato > che non dobbiamo ignorare.
Prima di leggere il tuo profondo significato lasciami dire che l'orrore nei confronti del male è di nuovo un punto di vista tuo. Del male si prende atto, e nel prenderne atto si va anche a vedere se il male è un assoluto oppure se è un male solo per me, come le mie rotule fratturate o, peggio, la mia negazione dell'amor fati -- che è un male tutto tra me e me.
> Tuttavia faccio sempre > l'ìpotesi che amor fati in Nietzsche significhi altro.
A parte che non ho ancora visto il tuo profondo significato, penso proprio che per N. significhi altro.
> Forse Nietzsche vuol evitare che l'uomo sogni un altro > mondo, un mondo dietro il mondo, per questo invita ad > amare il destino; a desiderare proprio il reale invece che > un'idea vuota.
Direi che è molto meglio vederla così.
> penso che, in ogni caso, la riflessione di > Schopenhauer sia stata fondamentale al raggiungimento > di una cognizione adeguata del positivo.
C'era un tale che si martellava un dito, per così dire. Gli chiedono: "quando provi piacere?" "quando lo manco" risponde lui.
Ho ricordato questa variante di una nota storiella per osservare che non è necessario mostrare a nessuno il male, perché nessuno è così stupido da non vederlo. In altre parole io ci vedo del masochismo, che significa il compiacimento nel mettere il dito nella piaga, cioè un certo gusto per il melodramma e l'autocommiserazione, atteggiamento tipicamente romantico, tipo Werther, Manfred e quant'altri soggetti romantici del genere. Ne riparleremo più sotto a proposito di musica.
> "Solo il cambiamento è eterno, perpetuo, immortale."
Ma è come dire che il mutamento è immutabile, che è una dichiarazione chiaramente... cretese. Sembra la scoperta dell'acqua calda, ma è molto peggio, perché in realtà non c'è logica, come avrebbe rilevato B. Russell: anche il cambiamento del cambiamento è eterno ecc.?
> Questo pensiero di Schopenhauer mi è utile per capire > che la sua personale visione dell'esistenza non deve > essere assunta come un immutabile. Dopo aver mostrato > l'illusorietà delle vecchie concezioni dominanti in Occidente, > si può tranquillamente tornare a parlare di *positività* > dell'esistenza, anche se in un altro senso.
In che senso? Nel senso magari di non buttare a mare tutto quello che si è detto fino allora, ma cercare di capirci qualcosa? Magari considerando i contesti? Se non si è capito, io non ho mai avuto nessuna simpatia per questi eroi romantici e per i loro drammi noir.
>> non è forse scontato anche che fin da prima di Cassandra molta umanità >> ama lamentarsi e non affatto indagare, per esempio, sul perché si >> lamenta?
> Perfetto: si lamenta perché si è fatta un'idea sbagliata > sulle cose: ha sopravvalutato il mondo.
No: ha semmai sopravvalutato se stessa eleggendosi a giudice del mondo e pretendendo che il mondo vada sulle sue dita, invece di cercare di navigare per il mare che c'è e per la barca che c'è.
> Non esiste solo la psicologia *ottimista*, erede di > un certo *Occidente illuso*.
Quale è questo "occidente illuso" devo ancora capirlo. Cavolo! Abbiamo sempre rimproverato alla religione, specie cristiana, di essere lugubre e cimiteriale, con la morte in tutte le chiese e su tutti gli altari (e il nero-lutto permanente dei preti), e adesso mi venite a dire che siamo vissuti in uno sconsiderato ottimismo, ignorando il dolore e il male? Un po' di senso della realtà credo proprio che non ci starebbe male.
Io direi invece che è una "filosofia" proprio contemporanea quella del nascondere il male, la sofferenza e la morte. Sono spariti persino i funerali, tanto per non turbare l'illusione tutta televisiva dell'eterna giovinezza e del male risolto in un lucido ospedale con affascinanti medici e infermieri e con apparati tecnologici che odorano di eternità. E il caro estinto oggi è di sfolgorante bellezza e persino sorride (straordinario il film omonimo con un grande Rod Steiger) Ha descritto bene questo nascondimento del dolore il Pulitzer Becker con il suo "Denial of death". Ma è roba di adesso, di una società dei consumi che viene dopo due secoli dalle lamentazioni di Schopenauer, mica prima di lui ! E questa società è proprio figlia di costoro -- gli Schopenauer e i Nietzsche -- con la loro caparbia negazione del passato per proporre in
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> > Secondo me, in un certo senso, hanno proprio scoperto > > che abbiamo il "mal di pancia". > Cioè l'acqua calda.
Scoprire il "mal di pancia" significherebbe scoprire un male; ma non si può scoprire il male definendo un'indigestione un bene minore. Perciò devi ancora scoprire davvero il *mal* di pancia. Lo so che sai che le indigestioni esistono; non era questo il punto.
> Non mi pare. Hanno cercato di dare una ratio al dolore. Sia al livello > individuale sia al livello "cosmico".
Io penso che si possa scoprire la necessità della sofferenza, che si possa scoprirne la causa; ma non la ragione.
> Neppure la religione cristiana indica illusioni: c'è la croce a dimostrarlo.
Sì, è vero quello che dici sulla croce: Cristo ci invita a non essere di questo mondo, che è dominato dal dolore, ma non nega che l'esistenza umana rimane immersa nel dolore; tanto è vero che il Figlio di Dio nel cristianesimo, per essere veramente uomo e veramente Dio, deve patire e morire. Questo nucleo teologico è senza dubbio valido, ma non è esplicitato nella Bibbia e accanto ad esso vi è anche un'altra concezione: il Dio Creatore. E' Dio stesso che crea il mondo dal quale dobbiamo distaccarci. Su questo Dio si espresse magistralmente Jung in "Risposta a Giobbe": Yahvè mandò Cristo sulla Terra per riparare al torto che aveva fatto all'uomo. Non ci resta che tentare di andare oltre questo vicolo cieco teologico.
> Dice però che il dolore, pur essendo quello che è, cioè appunto dolore, > individuale o collettivo o cosmico, è anche sempre un momento di > maturazione.
Se è vero questo, è vero che il dolore è necessario alla maturazione. Scorgo una necessità ma non una ragione.
> Ma persino i materialisti/darwinisti ammettono che la > cosiddetta selezione naturale -- che è fondata sulla morte e sul dolore che > essa comporta -- costituisce un passo avanti nel perfezionarsi delle specie.
La selezione naturale comporta sofferenza e al contempo ne è fondata: tutto ciò produrrebbe progresso. Allora il dolore sarebbe il prezzo del progresso. La spinta al progresso quindi procura dolore. Ecco la causa del dolore: la spinta al progresso. Ecco svelato il motivo per cui il dolore è necessario. In tutto ciò io scorgo la necessità del dolore e la sua causa, ma non la sua ragione.
> Quindi nessuno pensa che il mal di pancia sia un'illusione. Cartesio, per > esempio, fa rotta verso il suo cosiddetto e tanto deprecato "dualismo" con > in mente, dichiaratamente, il progresso della medicina, e quindi proprio la > cura della sofferenza.
Non nego che Cartesio cercasse per sé e per gli altri un sollievo alla sofferenza. Ma non è questo il punto: il punto è che il sollievo è un sollievo e che il rimedio non c'è. Se anche - ma sarebbe impossibile - debellassimo tutte le malattie, avremmo ancora di che soffrire. E' la stessa lotta per l'esistenza che si trascina dietro dolore e morte; del resto l'hai detto proprio tu. Il perfezionamento della specie li richiede; li richiederà in eterno: è una ricerca della perfezione che non avrà mai fine: l'immagine stessa della Volontà di vivere schopenhaueriana, eternamente insoddisfatta.
> Ma, a parte che non è vero quello che stai dicendo (o che dice S.) perché > nell'ambito del divino si precisa la presenza del male sotto forma di > demonio ecc., e che la "ragione universale", come dicevo poco fa, ha in > mente perlomeno la medicina ma anche il diritto, non mi pare che nella > "vecchia dicotomia" si vedesse prevalere l'elemento positivo -- la gente > andava all'inferno per l'eternità !!! e la medicina e il diritto > codificavano malattie e reati. Quindi di illusioni non ce n'erano proprio.
In Occidente ha trionfato il Dio biblico; il Dio a cui non va imputato nulla, perché tutto ciò che fa è bene; mentre il demonio è il nemico di Dio. Fu Jung a suggerire in luogo della Trinità un quaternio aggiungendovi un altro elemento, il Diavolo. Ma non è questa la concezione tipica dell'Occidente. Che tutto sia *in* Dio, invece, anche il male, ci è assolutamente indifferente (non cambierebbe nulla). L'errore dell'Occidente non è stato quello di ignorare i reati e le malattie, ma quello d'essersi costruito un'idea del mondo che non teneva conto del disvalore che essi indubbiamente aggiungono al mondo. L'eterno tormento, poi, è solo una bestemmia, niente di più. Nessun uomo lo penserebbe seriamente, è solo un modo per sbottare o un discorso per spaventare. (La filosofia di Schopenhauer non descrive il mondo come un inferno dantesco. Ti spiegherò meglio più giù.)
> > ma questo negativo, > > non si rivela affatto > > negativo secondo me: si rivela semplicemente l'esistenza. > No, è solo un punto di vista sull'esistenza. Il mezzo bicchiere vuoto. > E che un punto di vista personale si elegga a definire l'esistenza stessa, > mettendosi cioè, come si dice, dalla parte di Dio, lo ritengo imbarazzante.
Se c'è un bicchiere mezzo pieno, c'è anche un bicchiere mezzo vuoto: c'è un bicchiere con un po' d'acqua dentro. Consideriamo entrambi gli aspetti, il pieno e il vuoto. Io non guardo solo al vuoto ma ad entrambi; tu invece guardi solo al pieno. Se Dio non ha riempito per intero il bicchiere io non me la prendo; però constato che il bicchiere avrebbe potuto contenere più acqua. Il livello dell'acqua sta più in basso dell'orlo del bicchiere.
> Il mio mal di pancia è il mio mal di pancia, e cerco di curarlo e di > inventare medicine e comportamenti che lo evitano o lo guariscono quando si > presenta. Punto. > Fare del mio mal di pancia una questione metafisica che definisce > l'esistenza stessa, ripeto, lo trovo alquanto imbarazzante.
"Il mio mal di pancia è il mio mal di pancia": una tautologia. Più utile sarebbe l'introspezione, l'indagine, non la ripetizione dell'ovvio. Non si tratta di fare del mal di pancia una questione metafisica, si tratta di fare questioni metafisiche che non prescindano dall'introspezione e dall'indagine, in modo che la superficilaità dello sguardo non pregiudichi la soluzione delle questioni. L'esistenza stessa per me include in sé tutto, anche il mal di pancia; non c'è nessun al di là, ma solo un oltre; perciò certi *particolari* non possono essere relegati nel dimenticatoio dalla riflessione filosofica, come se ci fosse una "esistenza stessa" che fosse al di là delle proprie indigestioni. C'è qualcosa oltre l'indigestione, non lo metto in dubbio, ma non un al di là che ne sia al riparo: quando mi ruppi le rotule la mia esistenza stessa non era al di là di me stesso; come sempre per tutti e tutto. C'era altro oltre la frattura; ma niente che fosse al di là di essa e che fosse me. (Da dove deriva il tuo imbarazzo? Non mi aspettavo una reazione simile.)
> Certo, l'autoflagellazione non basta mai. Il male e il dolore devono > assolutamente essere visti ovunque, senza misericordia. > Se non basta, c'è il cilicio, ma il lutto deve essere comunque permanente e > onnipresente.
I miei messaggi sono chiarissimi: ho detto che la compresenza necessaria di bene e male dà qualcosa di tragico alla vita, tutto qui; a chi crede nella *commedia della vita* bisogna mostrare che la vita è una tragedia. Nessun cilicio o lutto; non ho affatto detto che il dolore e il male sono ovunque. Sto solo dicendo che la vita ha un connotato tragico. Non può il bene trionfare se il male serve al bene: il bene infatti ha bisogno del male; non lo potrebbe mai distruggere senza distruggere anche se stesso. Né si può immaginare un compromesso storico del bene col male: i due principi sono antitetici. E' questa la tragedia della vita.
> > Non vedo proprio > > per quale motivo dovrei amare il destino, qualunque esso > > sia: > "Amare" in quell'accezione significa accettazione lucida, quella che fa > prendere atto della realtà e che quindi rende l'azione più efficace, e > perciò favorisce la realizzazione di sé. E la realizzazione di sé è il bene > massimo per una persona. Si potrebbe dire che è la sua felicità.
Ma così una parola può significare qualunque cosa. Per quale motivo dovrei amare le fratture per accettarle? Non potrei limitarmi ad accettarle e lasciare alla mia anima il suo orrore?
> Amor fati significa dunque prendere in carico ciò che si è, senza > recriminare con babbo e mamma e società e chissà chi. Sacco in spalla e > pedalare, sapendo che, non disprezzando ciò che si è, si realizzerà il > meglio possibile di sé, e quindi "si starà bene", e si arriverà alla fine > con la coppa ricolma, per così dire con Davide (quell'altro :-)), e pronti > ad andarsene senza rimpianti.
Non recrimino con nessuno, nemmeno con il tuo Dio. Ma constato che i miei sogni sono più belli delle sue idee, e questo mi basta. Se poi volessimo parlare di un altro Dio, allora le cose cambierebbero. Non critico il senso del divino in sé, ma un certo senso del divino. Non è me (o te) che disprezzo, ma il tuo Dio, il quale però, bada, non esiste. O dirsivoglia: Dio è diverso da come te lo immagini.
> Il porsi invece come nemici di se stessi produrrà esattamente il contrario: > infelicità e disperazione. > Cioè è il male peggiore. Atteggiamento psichicamente suicida.
E' proprio l'amor fati che conduce alla lotta interiore. Anche i tuoi sogni sono superiori alle idee del tuo Dio; per cui mi auguro che anche tu possa trovare in te la serenità che ho trovato io in me. L'universo si mostra per quello che è solo se diventiamo consapevoli del nostro valore: i nostri sogni valgono di più di quanto noi immaginiamo a volte. Questo significa, per te, farsi Dio, mettersi dalla parte di Dio? Ebbene fallo anche tu. Il vero suicidio è delegittimare la propria immaginazione credendo in un Dio che la giudica falsa, superba, ignorante... Invece l'orrore dell'anima di fronte al negativo non va represso. Fa parte della vita.
> "MAURO PASTORE" > > "Solo il cambiamento è eterno, perpetuo, immortale." > Ma è come dire che il mutamento è immutabile, che è una dichiarazione > chiaramente... cretese. > Sembra la scoperta dell'acqua calda, ma è molto peggio, perché in realtà non > c'è logica, come avrebbe rilevato B. Russell: anche il cambiamento del > cambiamento è eterno ecc.?
Obiezione più che ragionevole la tua, generata forse dall'ambiguità di questa parte del mio discorso. Effettivamente Schopenhauer definisce il mondo (della rappresentazione) come un perenne cambiamento, tuttavia individua un principio del mondo, principio che chiama volontà, immutabile. Tuttavia a noi non è data altra forma di conoscenza della volontà che non sia una sua rappresentazione. Quindi se la volontà è immutabile, la rappresentazione della volontà cambia sempre. Schopenhauer la rappresentava come un impulso cieco e distruttivo; tuttavia la medesima cosa noi possiamo rappresentarla anche in modo affatto diverso, soprattutto in considerazione del fatto che con lui si chiude (non per tutti, certamente) un'epoca e finisce una mentalità. Io me la rappresento come una fonte misteriosa; anzi ti cito anche un mio piccolo componimento poetico dove (me ne sto accorgendo solo adesso) è racchiusa e prefigurata una mia personale visione di oggi:
come una limpida sorgente d'acqua che scorre senza meta così è la vita
In questi versi la Volontà cieca e distruttiva diventa una sorgente il cui scorrere è privo di alcuna meta: e la vita non è più lotta ma *vagabondaggio*: l'assenza di finalismo in Schopenhauer viene descritta in maniera altamente drammatica, mentre nei miei versi non c'è più dramma, sebbene vi si potrebbe intuire pur sempre un fondo tragico: l'assenza di punti di riferimento. Ma si tratta di una tragedia senza più drammi. La raccolta da cui ho tratto i versi recava questa citazione biblica al suo principio: "[...] non desiderare" (Rm 7,7), che è un po' il corrispettivo dell'invito di Schopenhauer alla *negazione* della Volontà. In effetti i versi sciolgono il dramma e illuminano la citazione secondo un'ottica tutta particolare, orientaleggiante.
La Volontà è immutabile, ma non nel senso di staticità, tanto è vero che Schopenhauer le attribuiva il carattere della costanza. Essa è un tendere, ma un tendere che non muta mai: non è come un monolito; io la paragonerei a un eterno tramonto. E' una e infinita, sicché le volontà individuali non sono che delle sue determinazioni. La volontà di andare al mare o in montagna è ancor meno della volontà individuale: questa è sempre la stessa nell'arco dell'intera vita, e le sue volontà particolari, come il volere andare al mare o in montagna, ne sono a loro volta delle determinazioni. La Volontà però non è Causa, così anche le stesse volontà individuali; perciò la ferrea necessità che domina in tutto e per tutto non rende l'uomo un burattino, qualcosa di mosso: si potrebbe parlare di un determinismo acausale, o forse "determinismo" non è la parola più adatta, non saprei. Certo è che tutto ciò che noi vogliamo è un voluto anche della stessa Volontà; e anche la stessa *negazione* della Volontà ne è quindi un voluto. Questa negazione non è un annullamento nel senso comune del termine, ma semplicemente un rovesciamento della Volontà voluto dalla stessa Volontà. Questa è eterna e quindi non si può annullare; tuttavia nel suo tendere perenne è distinguibile un passaggio dall'esaltazione della Volontà stessa (Voluntas) alla sua negazione (la Noluntas, cioè il distacco della Volontà da se stessa). La Volontà vera e propria forse si potrebbe chiamarla forse col termine tedesco Wille per non creare troppe confusioni: infatti la Volontà è eterna e costante e Voluntas e Noluntas non sono esattamente il Wille. Schopenhauer parla anche di "annullamento della Volontà", ma qui il nulla non corrisponde più al concetto normalmente diffuso in Occidente di nulla, ma all'orientale "Nirvana". Se in un individuo si realizzasse completamente la negazione della Volontà, la rappresentazione si annullerebbe e si raggiungerebbe la conoscenza assoluta della Volontà, al di fuori d'ogni rappresentazione; e allora la stessa Volontà si rivelerebbe, per cui non potremmo certo più chiamarla tale. Ma la negazione completa è preclusa all'individuo, sicché tutto ciò che possiamo ottenere e far *cadere* la rappresentazione, prender consapevolezza che essa è tale, in modo che l'illusione resti ma non ci inganni. Quindi il Nirvana, in senso assoluto, ci è precluso, mentre ci è dato solo un relativo nirvana. Come l'uomo moderno sa che non è il Sole a muoversi ma la Terra, eppure continua a vederlo muoversi, così l'individuo che ha raggiunto il nirvana ha ancora davanti a sé le illusioni, tuttavia non se ne fa ingannare. Per indicare questo processo Schopenhauer ricorre a un'altra metafora orientale: "strappare il velo di Maya". Possiamo solo strappare e vedere attraverso i brandelli, tuttavia l'orizzonte non ci apparirà mai per intero. Ti riporto un'altra mia poesia, scritta durante la mia precedente infatuazione per Buddha e Schopenhauer:
VIVERE E MORIRE
Ho imparato a guardare l'illusione fuori dall'illusione
Ho imparato a sognare ad occhi aperti, veglierò ad occhi chiusi
Dentro la nebbia la verità è il nulla e non vedevo nulla
Ma sono giunto sulla vetta più alta e ora vedo la nebbia
Quando il vapore si farà rugiada guarderò la rugiada
Non ho niente di meglio per spiegare che cosa sia quella parziale negazione della Volontà alla quale l'uomo può pervenire. Naturalmente la faccenda non è delle più semplici; ma è proprio la vita stessa che non è semplice! Ed è fatta spesso d'alti e bassi...
Quando leggevo Schopenhauer mi sembrava che lui volesse dire che i fenomeni in realtà non esistono ma che esiste solo il noumeno, che è Volontà. Ma questa Volontà è una; se dunque fosse vero tutto questo la molteplicità non esisterebbe. Anche se leggendo i testi di Schopenhauer si può facilmente cadere in questo fraintendimento, Schopenhauer afferma che tutto è Volontà, ma non che la Volontà è tutto. In altri termini: la Volontà è in ciascuna cosa e nel tutto; ma non esiste solo la Volontà. Il fraintendimento dipendeva dal fatto che Schopenhauer parla di nulla come passaggio, e questo all'inizio non mi era chiaro. "Il mondo è nulla", è solo l'espressione che bolla l'inganno come un inganno. Significa cioè: l'inganno è finito. Schopenhauer usa questo linguaggio quasi enigmatico perché ritiene che la filosofia non possa andare oltre la via negativa alla verità, essendo quella positiva permessa solo a ciò che lui chiama *misticismo* (che non è religione).
> Se non si è capito, io non ho mai avuto nessuna simpatia per questi eroi > romantici e per i loro drammi noir.
Lo vedo; io dico però che lo Schopenhauer non era un vero e proprio romantico, non era un Werther o un Ortis.
> No: ha semmai sopravvalutato se stessa eleggendosi a giudice del mondo e > pretendendo che il mondo vada sulle sue dita, invece di cercare di navigare > per il mare che c'è e per la barca che c'è.
Il mare è infido! La barca è fragile. Non possiamo che navigare così. Lungi da me la pretesa che il mondo vada in modo diverso. Cerco solo di scorgere nelle nuvole gli indizi della tempesta o di non aver fiducia eccessiva nei pescecani. La situazione è questa: vedi un'ombra bianca sotto l'acqua e devi emettere il tuo giudizio: non ti devi illudere, anche se il riflesso bianco è seducente: devi dare il tuo giudizio, e dev'essere un giudizio grave. Non puoi trattare il pescecane come se fosse un delfino. Se vorrai giocarci lui si potrebbe spaventare e attaccarti; se vorrai scappare lui penserà che sei una preda perfetta... Per cui te ne devi stare lì con lui, in acqua, senza speranza né paura. L'Occidente ha sperato tanto che il pescecane fosse un animale giocondo, o qualche volta ha tentato la fuga; pochi sono stati i veri uomini di mare. Gli squali sono degli animali bellissimi; ma non sono dolci come dei cagnolini. Dire questo, dire che la situazione in cui versiamo è quella che è, che il mare non ha nulla di dolce, non significa esprimere un giudizio assoluto, ma solo distruggere un inganno. La ragione, la giustizia universali non sono la mascella di uno squalo fitta di denti; sono solo i pensieri del nuotatore che guarda l'ombra bianca sopra l'acqua e se ne innamora. Se sappiamo abbandonare questo inganno, potremmo giocare con la Morte Bianca senza incontrare più la delusione. L'Occidente, in massima parte, ha tentato di giocare con Dio ma ha finito per giocare con la morte, senza saperlo; e ciò non conviene. Nessun disprezzo dunque da parte mia (Schopenhauer era un tipaccio, io mi reputo diverso da lui).
> Quale è questo "occidente illuso" devo ancora capirlo. > Cavolo! Abbiamo sempre rimproverato alla religione, specie cristiana, di > essere lugubre e cimiteriale, con la morte in tutte le chiese e su tutti gli > altari (e il nero-lutto permanente dei preti), e adesso mi venite a dire che > siamo vissuti in uno sconsiderato ottimismo, ignorando il dolore e il male?
L'ossessione del lutto può dipendere dalla sua rimozione.
> Io direi invece che è una "filosofia" proprio contemporanea quella del > nascondere il male, la sofferenza e la morte. > Ma è roba di adesso, di una società dei consumi che viene dopo due secoli > dalle lamentazioni di Schopenauer, mica prima di lui !
E' vero, c'è la rimozione del pensiero della morte, condivido. Ma c'era già prima di lui. C'erano tante illusioni e tanti conseguenti disastri: pensa al cristiano che si dice: "Dio mi salverà, *io* non morirò!", e poi finisce per considerare la sua vicenda sulla Terra un pellegrinaggio: poi alla fine non si trova però nessun santuario dove lui possa dire ancora *io!*, e chissà quante occasione perse... La mia filosofia vuol essere un antidoto a
...
> "MAURO PASTORE" > > "qf" > > Probabilmente il melodramma piaceva a Schopenhauer > > perché le sue trame mettevano in luce la tragicità della > > vita in tutta la sua sconcertante semplicità. > E che c'entra questo con la musica? Che c'entrano le storie gotiche dei > melodrammi ottocenteschi con la musica?
Buona obiezione. Il teatro però con la musica c'entra assai. Se vogliamo parlare solo di musica pura allora è un conto; ma in questo caso la "Passione secondo Giovanni" di Bach, per esempio, sarebbe ancor da meno del melodramma italiano. Bach, luterano, realizzava alla perfezione il programma musicale della sua chiesa: mettere la musica al servizio della parola biblica. Certo Bach non è solo questo, non c'è dubbio, ma è anche questo. Il Vangelo nella Passione secondo Giovanni è più centrale della musica stessa; tuttavia non accetterei mai di chiamare quella musica una musica di second'ordine. Né sarebbe possibile separare in quell'opera la parola dalla musica e mettere da parte i testi considerandoli un *optional*. Se si vuole ascoltare quell'opera, tra l'altro ricca di recitativi, non ci si potrà rassegnare a sorvolare sulle parole: e in questo caso apparirà una trama, la passione di Gesù, un mondo, una storia. Ci si potrebbe chiedere cosa c'entrino allora i racconti biblici della Passione di Bach con la musica, e la risposta sarebbe: dove c'è fusione tra musica e parola non si può riferirsi all'una senza far riferimento all'altra. E la centralità della parola sulla musica nella Passione ci obbliga, per usufruire appieno della musica, che sebbene non sia la protagonista assoluta è una vetta, a comprendere un intero mondo: il mondo del cristianesimo, della Bibbia, e naturalmente il mondo religioso di Bach stesso, che non a torto i luterani definiscono un musicista teologo la cui opera non appartiene a nessuno in particolare ma proprio a tutti. Se io volessi fissarmi sugli occhi della Gioconda dimenticando il suo sorriso, non capirei più a fondo quegli occhi. La Passione, come la Gioconda, costituisce un'unità: musica e parola fuse insieme in modo che la naturalità del discorso non venisse travolta ma risaltasse in pieno. Il caso del melodramma italiano è un caso di musica non pura. Qui non c'è la Bibbia ma un mondo completamente diverso. Non c'è Gesù, c'è la Sonnambula o qualche altro personaggio simile. Non sarebbe un'operazione corretta paragonare i due mondi per stabilire quale dei due sia meglio; anzi credo che Gesù si rivolterebbe nella tomba, lui che diceva "siete dèi" e non veninva capito da nessuno. Per esprimere una valutazione sulle due arti si dovrà tener conto che si tratta prima di tutto di due cose diverse. Poi si potrà procedere a una stima; né sarebbe giusto trattare Vivaldi e Bellini come due ciclisti in corsa per il gran premio della montagna. Molti darebbero per favorito Vivaldi, assai più quotato; alcuni, come te, si sentirebbero offesi dal paragonare l'arte di vivaldi a quella di Bellini; ma il punto è questo: se il paragone non sussiste, non può sussistere nemmeno un giudizio netto di superiorità. E' meglio la commedia o la tragedia? Se lo chiedevano i greci e le risposte non erano sempre univoche. Nonostante Goldoni non sia sublime come Alfieri, Alfieri non è sagace come Goldoni. Tutto dipende da cosa cerchiamo. Ti pare possibile paragonare Goldoni e Alfieri e mettere in ridicolo il primo giudicandolo fatuo esaltando l'altro? Si finirebbe solo con l'eslatazione della seriosità, scambiano la serietà di Alfieri per seriosità e dimenticando che Goldoni era serio quanto Alfieri. Forse l'arte è fatta solo per commuovere o anche per ridere? Anche ridendo lo spirito si eleva. Lo stesso dicasi per il confronto tra la musica dell'età barocca e il romanticismo musicale. Ha davvero un senso il confronto? E ti pare che si debba scegliere della musica romantica solo lo spirito di pesantezza teutonico, dimenticando lo spirito di leggerezza nostrano? Se tu cerchi pesantezza Bellini ti parrà un mostro. Le premesse sono importanti. Solo dopo aver compiuto questo *lavoro* si potrà provare a indicare qualche preferenza, con il beneficio dell'inventario però: perché le opere d'arte, tra l'altro, non sono cose morte ma vive, perciò la vita non può essere imprigionata in un giudizio stile olimpionico. Non dico affatto che tu non capisca Vivaldi né Bellini quando rifiuti di riconoscere dignità a entrambi, dico che Bellini non fa per te evidentemente perché non ti è congeniale. Di qui a dire che il melodramma non vale niente o quasi niente ce ne corre. Riconoscere l'estraneità di una musica alla nostra sensibilità eviterebbe di fare della nostra sensibilità un metro di giudizio: quando una musica non mi dice niente, io spesso avverto che in essa c'è qualcosa che non so e mi astengo di dare giudizi. Se non sento, sto ben attento a non confondere il mio non-senso con la sensazione che ci danno le cose brutte o mediocri.
> Librettisti infami nella forma e nella sostanza, che hanno saputo fottere > anche capolavori come quelli shakespeariani per darli in pasto, conditi con > musica da banda di paese, ai loggioni risorgimentali e poi al kitch della > Carnegie Hall ! > E quanto genio ha sprecato qull'usanza barbara ! Verdi è musicalmente un > genio, sul piano melodico: un'inventiva torrenziale. Ma solo in vecchiaia ha > cominciato a scrivere musica strutturalmente degna della mitteleuropa di > allora (dai Mendelssohn ai Brahms ecc. per non dire i Beethoven o gli > Schubert e gli Shumann). E quasi lo stesso vale per Rossini e compagnia > bella, che invece hanno trasformato i teatri di musica in circhi in cui -- > come ci ricordava Davide -- il tenore vuole scopare la soprano ma il > baritono non vuole :-))
Qui starai facendo rivoltare nella tomba Beethoven, che per Rossini aveva una emorme ammirazione. Ma poi: non credo che si possa dissezionare un'opera di Verdi dicendo: questo sì, questo no: Verdi è Verdi, è quello che è: le melodie di Verdi non possono essere estrapolate, le opere d'arte costituiscono un'unità. Se uno tentasse di musicare le sue melodie diversamente, esse non sarebbero le stesse: il melomane che fischietta il coro del Nabucco non c'entra nulla con Verdi; nemmeno un coro del Nabucco privato dell'orchestrazione sarebbe la melodia di Verdi: la melodia vive anche dell'armonia, c'è un rapporto di simbiosi; se un genio musicasse le melodie di Verdi, non avremmo più Verdi ma altro. Su Verdi rimase celebre il giudizio di Stravinsky: mai un compositore avrebbe scritto con così poco, con mezzi tanto semplici. Per quanto cercasse di evolvere la forma, la musica di Verdi ha il suo fascino nella sua estrema semplicità. I librettisti poi, io penso che è il caso di capire la differenza tra un libretto d'opera e un passo del Vangelo: ma non è importante l'altezza del soggetto: si può fare grande arte addirittura con soggetti vili. Pulcinella per l'artista non è inferiore a Gesù. Shakespeare non si arrabbierebbe, perché i libretti d'opera non hanno valore autonomo: la loro validità va valutata all'interno dell'unità dell'opera. Un libretto tratto da Shakespeare non c'entra nulla con Shakespeare; oggi si fanno i film, ieri le opere; i film non c'entrano nulla coi romanzi da cui sono tratti, così i libretti con Shakespeare.
> Wagner fa sentire la voglia di invadere la Polonia, come dice Woody Allen > :-)) ma la sua musica -- indipendentemente a sua volta dai testi -- è > strutturalmente al livello del miglior sinfonismo tedesco, pur non avendo > l'apporto inventivo degli italiani che ho appena citato.
A me Wagner fa venir voglia di correre nudo in un bosco. La sua arte non è adeguata troppo ai tempi, vista tutta la paura per il corpo che circola. Non ho mai realizzato questa mia voglia ma ringrazio Wagner per tutto ciò che mi ha dato.
> Macché ! Nessuna musica rappresenta la tragedia, neanche la marcia funebre > della terza sinfonia di Beethoven o la morte di Sigfrido nell'anello del > Nibelungo o i Requiem di Mozart e di Verdi ecc. > La musica non rappresenta proprio niente in termini descrittivi.
Per intendere cosa volessi dire bisognerebbe rifarsi al concetto di rappresentazione nella filosofia di Schopenhauer. Non c'entra nulla il descrittivismo.
> Tu ascolta la musica di Purcell, senza capire un'acca dell'inglese arcaico, > e ti renderai conto che il testo stesso è musica, dal punto di vista > fonetico, melodico e armonico e timbrico e ritmico. Il testo, in musica, _è > strumento musicale_ e non affatto racconto. Cosa che neppure Verdi aveva > capito fino al suo geniale Requiem e al Falstaff (libretto indegno ma musica > finalmente d'alto livello). > E non credo che Schopenauer fosse così ingenuo da non averlo capito.
La parola è definita anche dalla sua fonetica. Nel canto, se ci sono delle parole, non si può mai prescindere completamente da un certo significato. Se noi non ci pensiamo, esso penetra in parte in noi, inconsciamente. Di questo se ne sono occupati anche gli scienziati: quando tu senti un discorso in giapponese, anche se non sai il giapponese qualcosa di quella lingua ti giunge: perché la parola non è il segno scritto, è un suono: anche quando parliamo in mente ascoltiamo dei suoni: quando alcuni suoni vengono impiegati per il canto la fusione è tale che non è possibile operare una distinzione netta. Anzi ti dirò di più: c'è qualcosa di musicale anche in Dante o Baudelaire, perché la musica è un concetto più ampio di quel che si crederebbe. Se un tamburo fa musica, musica può essere anche un verso di Dante, pur senza essere solo musica.
> > Il tanto criticato > > sentimentalismo del melodramma italiano appare tale > > solo a chi si fa prendere dalla materia di quest'arte senza > > starne al di sopra; quindi per me è valida le seguente > > equazione: sentimentalista + melodramma = incomprensione. > Temo tu abbia molto frainteso. Vedi sopra. > Il
> "MAURO PASTORE" > Un bel discorso, ammesso che significhi qualcosa. Infine però mi chiedo se > chi non conosce la musica non può raggiungere la consapevolezza. > Permettimi di dubitarne molto. > C'è gente che di musica non capisce una mazza e magari capisce tutto di arti > figurative. Dici che è inconsapevole?
No, perché anche un'altra arte può essere adatta, anche l'arte di vivere. Oltretutto penso che ci sia chi salti il primo gradino dell'arte e passi direttamente alla compassione. Ma poi si potrebbero fare mille riflessioni: non esiste solo la musica in senso proprio, anche un ruscello può essere *musica*.
> Circa la "liberazione" lasciamo perdere, che non è certo la musica a guarire > le nevrosi e le psicosi. Aiuta, certo, ma aiuta soltanto, così come la > musica in macchina nel traffico aiuta a non tirare moccoli.
Io qui ho il dovere di avvertirti che sei proprio fuori strada. La filosofia di Schopenhauer non è una terapia; qui non è in gioco qualche discorso clinico sulla schizofrenia o chissà cos'altro del genere.
> >> Non c'è strumento musicale che > >> non sia nato dalla musica, che non vi sia intimamente fuso.
> > Poiché anche l'ugola è uno strumento musicale, > > dovrei dedurre che l'ugola è nata dalla musica? > Ovviamente. La voce -- non solo umana -- *è* musica naturale, di cui i > musicisti si sono solo approfittati. > Le inflessioni e i percorsi della voce umana sono canto. Sempre. Per chi sa > ascoltare, ovviamente.
Bella ammissione e bella elusione: si tratta di spiegare chi sia questo Artigiano che ci ha creati e di dimostrare che esso non sia dopo tutto nient'altro che una metafora. Ci riusciresti? Francamente io non ho mai ascoltato Dio. Credo che le nostre orecchie non possano udirlo, ammesso che suoni qualcosa per noi.
> Un saluto > qf
--
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>> > Secondo me, in un certo senso, hanno proprio scoperto >> > che abbiamo il "mal di pancia".
>> Cioè l'acqua calda.
> Scoprire il "mal di pancia" significherebbe scoprire un male; ma > non si può scoprire il male definendo un'indigestione un bene > minore.
Primo: anche una donna che partorisce ha il mal di pancia. E' Un male? E' un male davvero -- per chi ce l'ha -- se si tratta di cancro al colon. Secondo: nessuno dice che il male è un bene minore. Si può dire semmai che in un bilancio più generale quello che è visto come male dall'ombelico del singolo, non è invece un male visto da una prospettiva più ampia, come nel caso della partoriente.
> Perciò devi ancora scoprire davvero il *mal* di pancia. > Lo so che sai che le indigestioni esistono; non era questo il punto.
Allora deve essere ancora un altro, ma non continuiamo a rimandare ad altro, per favore, sennò siamo ancora qui fra un secolo :-)
>> Non mi pare. Hanno cercato di dare una ratio al dolore. Sia al livello >> individuale sia al livello "cosmico".
> Io penso che si possa scoprire la necessità della sofferenza, che si > possa scoprirne la causa; ma non la ragione.
Se ti calpestano un piede, non solo c'è la causa (il piede altrui che pesta il tuo in metropolitana), ma c'è anche una ragione, per esempio l'affollamento della metropolitana nell'ora di punta. *Sempre* c'è una causa e c'è una ragione. Per tutto. Non c'è sofferenza o male che non abbia una causa e una ragione. Per esempio la mafia è riconosciuta come un male da tutti tranne che dai mafiosi. La causa è un contesto degradato; la ragione del degrado è una specifica cultura. Non credo si possano avere dubbi.
> Cristo ci invita a non > essere di questo mondo, che è dominato dal dolore, ma non nega che > l'esistenza umana rimane immersa nel dolore;
Non mi pare che sia come tu dici. Cristo invita all'integrità, alla coerenza, cioè a essere giusti _in questo mondo_, e non dice che il regno di Dio è sull'Olimpo o sulle nuvole, ma è proprio nell'essere giusti. Tutte le sue parabole sono molto chiare su questo tema. Cristo non è un baciapile.
E Cristo non è un personaggio lugubre come le chiese che gli hanno costruito. E' un personaggio duro come il diamante, ma trasparente e solare proprio come il diamante. Le chiese lugubri in sostanza celebrano più il delitto commesso contro di Lui che Lui stesso. E in sostanza mostrano di non credere alla Sua immortalità, cioè a una resurrezione che -- nei termini di cui dicevo a Vincenzo -- non è affatto metaforica, dato che la sua realtà è nella mente di ognuno e nel cuore di molti. Insomma, Cristo non è un Leopardi. Non afferma affatto che l'esistenza umana è immersa nel dolore, sob ! Ma ti pare che il figlio di Dio sconfessi la Creazione dicendo che è un cesso? :-)) Via, andiamo!
> tanto è vero che il > Figlio di Dio nel cristianesimo, per essere veramente uomo e veramente > Dio, deve patire e morire.
Nossignore ! Patisce e viene ucciso perché è un giusto, non perché è un uomo. Chi lo condanna e uccide, e chi poi per secoli specula sulle sue spoglie, raramente patisce e viene ucciso -- in compenso fa patire e uccide molti. E per lo scandalo che suscita -- cattivo esempio -- meglio sarebbe che si legasse una macina al collo e si gettasse nel mare. Invece te lo trovi su ogni genere di cattedra a pontificare.
> Questo nucleo teologico è senza dubbio > valido, ma non è esplicitato nella Bibbia e accanto ad esso vi è > anche un'altra concezione: il Dio Creatore.
Come lo hai espresso tu non è esplicitato da nessuna parte, se non dalle varie degenerazioni filosofico-dottrinali del messaggio di Cristo.
> E' Dio stesso che crea il > mondo dal quale dobbiamo distaccarci. Su questo Dio si espresse > magistralmente Jung in "Risposta a Giobbe": Yahvè mandò Cristo sulla > Terra per riparare al torto che aveva fatto all'uomo. Non ci resta > che tentare di andare oltre questo vicolo cieco teologico.
Io non ho mai nutrito particolare simpatia per Jung, ma se davvero ha detto una cosa del genere, allora ha detto una cazzata solenne. La teologia delle Scritture non ha alcun vicolo cieco, né nel Vecchio né nel Nuovo Testamento.
Ciò che espone al male è la libertà, ovviamente, e Cristo viene a educare a farne invece frutto (vedi parabola dei talenti), non a fare del disfattismo sull'opera di suo padre. Vediamo di non fare della teologia che risulta uno sberleffo non solo per la logica ma anche per il sacrificio del Giusto.
>> Dice però che il dolore, pur essendo quello che è, cioè appunto dolore, >> individuale o collettivo o cosmico, è anche sempre un momento di >> maturazione.
> Se è vero questo, è vero che il dolore è necessario alla maturazione. > Scorgo una necessità ma non una ragione.
La mitosi è una lacerazione, ma non è solo una necessità: ha anche la precisa ragione del generare due _identici_ da uno, che implica appunto _necessariamente_ una lacerazione. Assolutamente razionale.
>> Ma persino i materialisti/darwinisti ammettono che la >> cosiddetta selezione naturale -- che è fondata sulla morte e sul dolore >> che >> essa comporta -- costituisce un passo avanti nel perfezionarsi delle >> specie.
> La selezione naturale comporta sofferenza e al contempo ne > è fondata: tutto ciò produrrebbe progresso.
Preciso due o tre cose che evidentemente ho espresso male. La selezione naturale (ammessa vera) è fondata non tanto sulla morte del meno adatto, quanto sulla sua non riproduzione, ed è questo a essere sostanzialmente la sofferenza del meno adatto: la sua fine è la fine. La morte c'è invece anche anche per il più adatto, e non è necessariamente sofferenza; e la sua fine non è la fine.
Certo poi che senza il ricambio generazionale ci sarebbe non progresso, ma sclerosi. Perciò definire la morte come "male" è improprio, se non è un'uccisione o una morte per un male intrinsecamente doloroso. Quindi solo accidentalmente è male e sofferenza.
Dicendo che l'evoluzione è fondata sulla morte alludevo dunque al ricambio generazionale, ovviamente: non era la solita lagna romantico-cimiteriale. Quindi non ho fatto la solita lamentazione o leopardata che dir si voglia, come tu l'hai interpretata. E non mi piace scrivere equazioni su queste cose,
> Allora il dolore > sarebbe il prezzo del progresso. La spinta al progresso quindi > procura dolore.
Neanche per sogno. Vedi qui sopra. Queste leopardate non sono scritte nelle stelle. Il progresso -- filogenetico o ontogenetico -- ha un costo, ovviamente, insieme a dei vantaggi. Vorresti forse l'onnipotenza per evitarlo? Io sempre più credo che dietro gli atteggiamenti leopardeschi ci sia una sindrome di onnipotenza non lasciata all'infanzia, dove soltanto è giustificata.
> Ecco la causa del dolore: la spinta al progresso. > Ecco svelato il motivo per cui il dolore è necessario.
Azz! Ma tu proprio hai una passione per le equazioni ! :-) E per di più ricavate da "dimostrazioni" tirate per i capelli, cioè basate su pregiudizi del tutto ingiustificati.
> In tutto ciò io scorgo la necessità del dolore e la sua causa, ma > non la sua ragione.
Io non scorgo invece la ragione dei pregiudizi leopardati.
La "ragione" del dolore -- che è contingente e non strutturale e cosmico -- è che nell'economia della natura niente è gratis per ovvie ragioni di equilibrio. Se vuoi la bicicletta, non solo poi devi pedalare altrimenti cadi, e in più avendo la bicicletta puoi scontrarti con altri ciclisti, ma per avere la bicicletta dovrai lavorare. E so che per alcuni il lavoro è la peggiore delle sofferenze :-)) Ma per altri no. Quindi lasciamo l'universalità delle affermazioni al teorema di Pitagora e simili.
> Non nego che Cartesio cercasse per sé e per gli altri un sollievo > alla sofferenza.
Certo, lo ha scritto chiaro e distinto.
> Ma non è questo il punto: il punto è che il sollievo > è un sollievo e che il rimedio non c'è.
Chi l'ha detto? Io dall'influenza sono guarito. E anche da rogne ben peggiori si guarisce.
> Se anche - ma sarebbe > impossibile - debellassimo tutte le malattie, avremmo ancora di che > soffrire.
Ah, se uno vuole soffrire non ha che l'imbarazzo della scelta, dall'autoflagellazione alla ricerca morbosa di tutti i mali del mondo. Ma questo è solo masochismo. Uno il suo tempo lo dovrebbe spendere meglio.
> E' la stessa lotta per l'esistenza che si trascina dietro > dolore e morte; del resto l'hai detto proprio tu. > Il perfezionamento della specie li richiede; li richiederà in eterno:
Vedi di non leopardare anche me, per favore. Ho già precisato sopra ciò che ho detto, vista la piega lugubre che tu indebitamente hai dato a ciò che io ho scritto. Qui bisogna stare attenti a parlare, altrimenti si rischia di affogare nelle lacrime fra le pietre tombali :-))
> è una ricerca della perfezione che non avrà mai fine:
E' il bello dell'esistenza. La stasi sarebbe il nulla, perciò per niente desiderabile. Il mio piacere, quando congedo un progetto, è avviarne subito un altro, che anzi avvio sempre prima che l'altro sia arrivato a termine. Quindi non vedo lacrime in tutto questo.
> l'immagine stessa > della Volontà di vivere schopenhaueriana, eternamente insoddisfatta.
La volontà di vivere non può che essere soddisfatta dal vivere. Per definizione. Quindi, finché c'è vita, essa è già soddisfatta. Ergo, essendo vivi, non c'è ragione di sprecare la volontà in forma di volontà di vivere. Sarebbe un po' come volere più sabbia nel deserto.
Il tendere alla perfezione o la passione per creare qualcosa è tutt'altra cosa, che è *dentro* al vivere, non fuori a voler vivere. Quindi dire, da parte di un vivo, che la volontà di vivere è insoddisfatta, è un paradosso.
Vale semmai quello che ho appena detto: la stasi è il nulla, e quindi non la vogliamo (alcuni la vogliono, ma così poi si scoprono inevitabilmente leopardati).
> "astolfo" > > qf > Primo: anche una donna che partorisce ha il mal di pancia. E' Un male? E' un > male davvero -- per chi ce l'ha -- se si tratta di cancro al colon. > Secondo: nessuno dice che il male è un bene minore. Si può dire semmai che > in un bilancio più generale quello che è visto come male dall'ombelico > del singolo, non è invece un male visto da una prospettiva più ampia, > come nel caso della partoriente.
Ma su, siamo seri! L'ampiezza della prospettiva non cancella i particolari, ne contiene solo tanti in più. Il tutto non annulla la parte ma la contiene. Si fa di tutto per alleviare le sofferenze delle partorienti, la sofferenza è sofferenza. Ma poi perché adesso metti in ballo la nascita? Tanto per dimenticare che le indigestioni non mettono al mondo i bambini? Ma su, ma su, un po' di attenzione in più!
> Se ti calpestano un piede, non solo c'è la causa (il piede altrui che pesta > il tuo in metropolitana), ma c'è anche una ragione, per esempio > l'affollamento della metropolitana nell'ora di punta.
Il pestaggio del piede è causato dall'altro piede, l'invadenza di questo dall'affollamento.
> *Sempre* c'è una causa e c'è una ragione. Per tutto. Non c'è sofferenza o > male che non abbia una causa e una ragione. > Per esempio la mafia è riconosciuta come un male da tutti tranne che dai > mafiosi. La causa è un contesto degradato; la ragione del degrado è una > specifica cultura. Non credo si possano avere dubbi.
Questo causalismo non funziona. Infatti la catena delle cause e degli effetti è infinita ma un mafioso non è mosso, è motore. In altre parole: vuole la mafia, perché se fosse vittima dell'ambiente si starebbe solo difendendo da una minaccia. La "ragione del degrado" è solo una causa antecedente. Nulla è senza una ragione: questo lo dice anche Schopenhauer; poi però mostra come non potremmo mai trovare una ragione per questo principio. La ragione non ha una ragione che la giustifichi. Quindi c'è un fondamento irrazionale da cui essa scaturisce. Inoltre io penso che tutte le ragioni che troviamo esistono in noi ma non *là fuori*. Sono solo nostre. Una volta lessi un'articolo di un filosofo che sosteneva che i numeri non esistono fuori di noi. Lo stesso io direi per la ragione. Esiste la tua ragione, la mia ragione, nessuna Ragione ; e il fondamento è irrazionale. La ragione in quanto tale non ha ragioni; da una ragione si può risalire a un'altra ragione; ma non si potrebbe mai spiegare il perché di questo fatto.
> Ma ti pare che il figlio di Dio sconfessi la Creazione dicendo che è un > cesso? :-)) > Via, andiamo! > > tanto è vero che il > > Figlio di Dio nel cristianesimo, per essere veramente uomo e veramente > > Dio, deve patire e morire. > Nossignore ! Patisce e viene ucciso perché è un giusto, non perché è un > uomo. ... > Vediamo di non fare della teologia che risulta uno sberleffo non solo per la > logica ma anche per il sacrificio del Giusto.
Nel senso tradizionale del termine la mia non è teologia ma ateologia. Ma io non credo più alla tradizione. Che Cristo abbia dovuto patire perché giusto e non perché uomo non cambia nulla. Intanto ha dovuto patire, intanto era pure giusto; intanto la vostra salvezza è stata pagata dal suo sangue; e l'umanità di Cristo non era apparente, non si trattava di un gioco (mi rifaccio sempre a quel che dice la tua teologia). Se ciò non dipendesse da Dio ma da Satana, un mondo in preda al volere di Satana sarebbe pur sempre tragico. Ma non vedo come un Dio Creatore, libero, non pensi a trovare delle contromisure, non crei qualcosa che bilanci il potere di Satana. Poiché so che il senso del divino ha un senso profondo, lascio alle ortiche la tua tradizione. Comunque il mondo non è una toilette; se il tuo Dio esistesse non sarebbe un arredatore di bagni, puoi stare tranquillo. La tragedia della vita la conosceva bene il primo Nietzsche. Non dimenticarti che questa discussione è sorta da questo pensiero: Schopenhauer era nella verità, ma non dobbiamo più descrivere il mondo come lo descrisse lui. Ma nemmeno come lo descrivi tu, altrimenti rimarremmo fermi a Schopenhauer. Certe visioni cupe non mi appartengono, solo che l'ottimismo incauto, per essere smentito, richiede ancora il loro uso.
> Preciso due o tre cose che evidentemente ho espresso male. > La selezione naturale (ammessa vera) è fondata non tanto sulla morte del > meno adatto, quanto sulla sua non riproduzione, ed è questo a essere > sostanzialmente la sofferenza del meno adatto: la sua fine è la fine. > La morte c'è invece anche anche per il più adatto, e non è necessariamente > sofferenza; e la sua fine non è la fine.
Se non è zuppa è pan bagnato. Uno soffre solo perché inadatto. Anche se alcuni se la passano meglio o bene, tutte le tragedie che si rispettino risparmiano qualcuno. Ma ti pare retto da una giustizia universale un mondo così?
> > Allora il dolore > > sarebbe il prezzo del progresso. La spinta al progresso quindi > > procura dolore. > Neanche per sogno. Vedi qui sopra. > Queste leopardate non sono scritte nelle stelle. > Il progresso -- filogenetico o ontogenetico -- ha un costo, ovviamente, > insieme a dei vantaggi. > Vorresti forse l'onnipotenza per evitarlo?
Mantieni un po' la calma: perché, se io sto qui a ripetere la tragicità ineludibile della vita, vorresti accusarmi di mania d'onnipotenza? Solo perché non penso che l'Onnipotente esiste? Leggi meglio quello che scrivo.
> La "ragione" del dolore -- che è contingente e non strutturale e cosmico -- > è che nell'economia della natura niente è gratis per ovvie ragioni di > equilibrio. Se vuoi la bicicletta, non solo poi devi pedalare altrimenti > cadi, e in più avendo la bicicletta puoi scontrarti con altri ciclisti, ma > per avere la bicicletta dovrai lavorare. E so che per alcuni il lavoro è la > peggiore delle sofferenze :-)) Ma per altri no. Quindi lasciamo > l'universalità delle affermazioni al teorema di Pitagora e simili.
E dove starebbe la grazia di Dio se nulla è gratis? Ma poi: poni caso a uno che cammina per la strada, gli cade un cornicione in testa e muore. Qui non c'è solo un costo, c'è un furto. Nessun uomo ha i sensi abbastanza tesi per evitare certe cose e sono cose che capitano. L'economia della natura non è perfetta: a volte le cose costano troppo, altre volte c'è qualche furfante, per esempio quel cornicione. Se un imbranato si fa male sulla bicicletta tu trovi conforto nell'evoluzionismo? Prova a interpretarlo l'evoluzionismo: so che in esso non è affatto contenuta la filosofia di Schopenhauer, ma se volessimo vedere il processo evolutivo come una commedia ci ritroveremmo a esaltare la forza cieca e il caso. Nessun lavoro potrebbe farvi fronte: uno lavora e rischia di trovarsi a mani vuote. Nelle vere commedie rischi così non ci sono.
> > Ma non è questo il punto: il punto è che il sollievo > > è un sollievo e che il rimedio non c'è. > Chi l'ha detto? Io dall'influenza sono guarito. E anche da rogne ben > peggiori si guarisce.
Ma da altre no e lo sai.
> > Se anche - ma sarebbe > > impossibile - debellassimo tutte le malattie, avremmo ancora di che > > soffrire. > Ah, se uno vuole soffrire non ha che l'imbarazzo della scelta, > dall'autoflagellazione alla ricerca morbosa di tutti i mali del mondo. Ma > questo è solo masochismo. Uno il suo tempo lo dovrebbe spendere meglio.
C'era una volta un principe che viveva sempre nel suo palazzo circondato dai piaceri e dagli agi, al quale il dolore del mondo veniva sempre nascosto. Un giorno quel principe decise di uscir fuori dalle mura della sua dimora, e vide ciò che non aveva mai sospettato: guerra, stenti, malattie, morte. Non sapeva che esisteva anche tutto questo. Il filosofo deve fare lo struzzo, mettere la testa sotto la sabbia, o amare la conoscenza? L'uomo che rimane dentro la sua reggia dorata non sarà mai un filosofo se non nella propria reggia. Fuori le sue parole verranno considerate dei bei sogni tutt'al più, ma non una filosofia.
> Vedi di non leopardare anche me, per favore.
Mi tratti un po' come una fattucchiera. Sto cercando di trasformarti in un leopardo per renderti più forte, non per rammollirti. Abracadabra! ... Ce l'ho fatta?
> > è una ricerca della perfezione che non avrà mai fine: > E' il bello dell'esistenza. La stasi sarebbe il nulla, perciò per niente > desiderabile.
Se parli di bellezza non ti contraddico. Ma la bellezza talvolta è atroce! Guarda il leopardo come è bello, e come addenta la preda!
> > l'immagine stessa > > della Volontà di vivere schopenhaueriana, eternamente insoddisfatta. > La volontà di vivere non può che essere soddisfatta dal vivere. Per > definizione. Quindi, finché c'è vita, essa è già soddisfatta. > Ergo, essendo vivi, non c'è ragione di sprecare la volontà in forma di > volontà di vivere. Sarebbe un po' come volere più sabbia nel deserto.
E' vero, la Volontà di vivere vuole la vita e la ottiene; ma la vita è volontà e la Volontà di vivere vuole se stessa. Per questo non trova mai soddisfazione: perché quando si vuole, finisce per volere di più. E' insomma un desiderio del desiderio che genera altro desiderio. In questo senso ottiene la vita, ma assieme alla vita tutta le sue pene. La Volontà davvero vuole più sabbia nel deserto, perché non è razionale; tu hai una ragione, essa no; infatti è pura volontà, principio irrazionale. Una tua ragione non serve a cambiarla. Schopenhauer precisa che il noumeno non è solo volontà. Tuttavia è anche volontà, e questo basta per distruggere l'inganno.
> Il tendere alla perfezione o la passione per creare qualcosa è tutt'altra > cosa, che è *dentro* al vivere, non fuori a voler vivere. > Quindi dire, da parte di un vivo, che la volontà di vivere è insoddisfatta, > è un paradosso.
La Volontà non è insoddisfatta perché non ottiene la vita, ma perché non gli basta mai la vita che ottiene.
>> > Probabilmente il melodramma piaceva a Schopenhauer >> > perché le sue trame mettevano in luce la tragicità della >> > vita in tutta la sua sconcertante semplicità.
>> E che c'entra questo con la musica? Che c'entrano le storie gotiche dei >> melodrammi ottocenteschi con la musica?
> Buona obiezione. Il teatro però con la musica c'entra assai.
Sì, ma il teatro non è la musica. La musica è per l'udito, non per la vista e per il dramma. La musica si ispira alle emozioni del dramma: agitata se il tenore è incazzato perché non può scopare la soprano ecc. :-)
> Se > vogliamo parlare solo di musica pura allora è un conto; ma in > questo caso la "Passione secondo Giovanni" di Bach, per esempio, > sarebbe ancor da meno del melodramma italiano.
Ti ho già pregato di non fare di questi confronti blasfemi. Ti dico solo che le passioni di Bach sono in tedesco, ma sono ascoltate con grande interesse anche dagli Arabi, che non solo non gliene fa un baffo del concetto di passione (che non sia di Maometto), e che il tedesco non lo studiano di sicuro per ascoltare Bach.
> Bach, luterano, > realizzava alla perfezione il programma musicale della sua chiesa: > mettere la musica al servizio della parola biblica. Certo Bach > non è solo questo, non c'è dubbio, ma è anche questo.
Ripeto che alla stragrande maggioranza degli ascoltatori, che non conoscono il tedesco e magari non sono neanche credenti, del come Bach si sia ispirato alle Scritture non importa assolutamente niente. Ascoltano la musica e restano a bocca aperta. Bach è un _musicista_ che cerca la propria ispirazione (in termini di emozioni) dove gli pare, e dovunque la prenda scrive capolavori _musicali_. Quei testi sono di Matteo e di Giovanni, mica di Bach! Dalla sonata in mancanza del fratello dilettissimo, ascoltandola, tu arguisci forse che si tratta del fratello dilettissimo, se non te lo dicono? Certo che no, e non sapresti neppure dire che per Elisa di Beethoven riguarda quella tale Elisa che ha in mente lui; e se non sapessi che il suo chiaro di luna si chiama così, tu ci vedresti la luna? Macché. E dimentichi che la Johannespassion è stata criticata per i riferimenti antisemiti che contiene il suo testo? C'era un interessante libro di Massimo Mila sull'argomento (mi pare fosse intitolato 'Parole e Musica').
Quindi lasciamo da parte questo pregiudizio della musica descrittiva o a programma solo perché ha dei titoli o perché associata a dei testi. E' solo una banalità senza alcun fondamento.
> Il Vangelo > nella Passione secondo Giovanni è più centrale della musica stessa;
Il Vangelo secondo Giovanni è centrale nel Vangelo secondo Giovanni, visto che ami le tautologie. Figurati se io vado ad ascoltare Bach per sentire la predica! Se voglio il Vangelo di Giovanni, io leggo il Vangelo di Giovanni, che è qui sullo scaffale basso alla mia destra, Quando voglio una passione di Bach invece accendo lo stereo qui alla mia sinistra, e ascolto _la musica_. E, da acustico professionista, la voglio perfetta. In essa le voci -- dei soli e dei cori -- sono musica, non predica. Per inciso, il primo quadro della Johannespassion è una vetta musicale assoluta (Coro: Herr, unser Herrscher ), qualunque cosa dica.
> tuttavia non accetterei mai di chiamare quella musica una musica > di second'ordine.
In tal caso ci si dovrebbero porre delle domande...
> Né sarebbe possibile separare in quell'opera > la parola dalla musica e mettere da parte i testi considerandoli > un *optional*.
In senso musicale è ovvio. In senso "religioso" non esiste.
> dove c'è fusione tra musica e parola > non si può riferirsi all'una senza far riferimento all'altra.
Ripeto che è ovvio. La parola *é* musica per sua natura, ma la musica in quanto musica non racconta mai storie. Dal testo il musicista trae ispirazione -- cioè emozione, -- ma non spaccia santini. Se è un musicista beninteso: analogamente nelle arti figurative c'è un Leonardo e ci sono i pittori di madonne.
> E la centralità della parola sulla musica nella Passione ci > obbliga, per usufruire appieno della musica, che sebbene non sia > la protagonista assoluta è una vetta, a comprendere un intero > mondo: il mondo del cristianesimo, della Bibbia, e naturalmente > il mondo religioso di Bach stesso, che non a torto i luterani > definiscono un musicista teologo la cui opera non appartiene a > nessuno in particolare ma proprio a tutti.
Proprio il fatto che appartiene a tutti -- inclusi atei, musulmani e bergamaschi :-) -- mostra che il testo è musica e solo musica, non una predica protestante o cattolica o ebraica o quant'altro. Quando la musica è provinciale (in senso religioso) e vuole essere didascalica, è sempre scadente. quella di Bach non lo è.
> Il caso del melodramma italiano è un caso di musica non pura. > Qui non c'è la Bibbia ma un mondo completamente diverso. Non > c'è Gesù, c'è la Sonnambula o qualche altro personaggio simile. > Non sarebbe un'operazione corretta paragonare i due mondi per > stabilire quale dei due sia meglio;
Guarda che sei stato tu a introdurre questo confronto! Io non me lo sarei neanche sognato. Però va detto che esiste anche il melodramma musicalmente valido: contrariamente a molta opera italiana basti pensare a Mozart, anche nelle opere in italiano, che non sono opere all'italiana.
> anzi credo che Gesù si > rivolterebbe nella tomba, lui che diceva "siete dèi" e non > veniva capito da nessuno.
Adesso si crede di averlo capito, invece lo si è frainteso da perfetti balordi.
> alcuni, come te, si sentirebbero offesi dal paragonare > l'arte di vivaldi a quella di Bellini; ma il punto è questo: se > il paragone non sussiste, non può sussistere nemmeno un giudizio > netto di superiorità.
Musicalmente il confronto si può fare. La musica è strutturata su quattro elementi: armonia, melodia, timbro e ritmo. Il resto non c'entra. Quindi c'è la musica di buona e ottima qualità e la musica di cattiva o pessima qualità. Altri confronti, parlandosi di musica, non hanno senso.
> E' meglio la commedia o la tragedia? Se lo chiedevano i greci > e le risposte non erano sempre univoche.
Paragone non pertinente. Semmai c'è chi scrive bene per il teatro e chi scrive male, tragedia o commedia che sia. Questo è un parallelo che può reggere.
> Ti pare possibile paragonare > Goldoni e Alfieri e mettere in ridicolo il primo giudicandolo > fatuo esaltando l'altro?
Per me è il contrario: sul piano letterario specificamente teatrale Goldoni è un genio, Alfieri non è nessuno. Per il teatro persino Manzoni non è nessuno, mentre per il romanzo è un autore di livello europeo (il solo in Italia dopo secoli di nullità). Nessuno di questi ultimi due ha il senso del teatro. Goldoni invece ce l'ha eccome.
> Forse l'arte è fatta solo per commuovere o anche per ridere? > Anche ridendo lo spirito si eleva.
Guarda che questa estetica ottocentesca francamente non mi tocca neanche di striscio.
> Lo stesso dicasi per il confronto tra la musica dell'età barocca > e il romanticismo musicale. Ha davvero un senso il confronto?
Nel senso di cui sopra ovviamente sì. La vetta assoluta della musica è il barocco, poi c'è una rapida decadenza cui lo stesso Mozart contribuisce in parte, fino alla fine ingloriosa nell'opera all'italiana e nell'operetta imperiale, e fino alla rivoluzione espressionista e poi atonale e aritmica e alla musica elettronica, che finalmente hanno interrotto la caduta in vite della musica non solo italiana ma europea.
> E ti pare che si debba scegliere della musica romantica solo > lo spirito di pesantezza teutonico,
Ti pare pesantezza teutonica la concertistica di Brahms? E quella di Chopin, che non è teutonico ma neanche italiano? E ti pare che le sonate di Beethoven e di nuovo il suo concertismo siano "pesanti"? Se dici queste cose significa solo che non li conosci.
> perché le opere d'arte, > tra l'altro, non sono cose morte ma vive, perciò la vita non > può essere imprigionata in un giudizio stile olimpionico.
Tecnicamente sì. Cioè non proprio di stile olimpionico ma certamente di stile professionale e non da orecchianti. L'Italia, dopo avere insegnato la musica al mondo nel '600 e nel '700 (ma anche nel '500, basti ricordare l'ammazzamogli Gesualdo da Venosa e Luca Marenzio), nell'ottocento non riesce neanche a imitare la ricchezza musicale della musica centroeuropea, salvo, ripeto, Verdi in vecchiaia, evidentemente stufo di loggioni.
> Riconoscere l'estraneità di una musica alla nostra > sensibilità eviterebbe di fare della nostra sensibilità un > metro di giudizio:
C'è la sensibilità e c'è la competenza. Vedi un po' tu. Anche nel mio mestiere di progettista ci sono entrambe, ma la competenza è quella che deve dire la prima e l'ultima parola. Alla sensibilità piacciono anche le ninfette sculettanti e analfabete dei vari sanremo (escludo solo la Ruggiero, che non è ninfetta né sculettante ma è una musicista con i fiocchi). Quindi proprio non facciamo della sensibilità un metro di giudizio!
>> ... E quasi lo stesso vale per Rossini e compagnia >> bella, che invece hanno trasformato i teatri di musica in circhi in >> cui -- >> come ci ricordava Davide -- il tenore vuole scopare la soprano ma il >> baritono non vuole :-))
> Qui starai facendo rivoltare nella tomba Beethoven, che per Rossini > aveva una emorme ammirazione.
Per Rossini musicista forse, ma ne dubito molto. Probabilmente apprezzava l'inventiva, cioè il valore melodico, che nessuno nega all'800 italiano, o a un certo 800 italiano.
> non credo che si possa > dissezionare un'opera di Verdi dicendo: questo sì, questo no: > Verdi è Verdi, è quello che è:
Sbagli, tutti i musicisti (artisti in genere) hanno una maturazione, come tutti gli altri del resto, anche non artisti. Non per nulla, anche avendo frequentato le scuole opportune e
...
> >> > Probabilmente il melodramma piaceva a Schopenhauer > >> > perché le sue trame mettevano in luce la tragicità della > >> > vita in tutta la sua sconcertante semplicità.
> >> E che c'entra questo con la musica? Che c'entrano le storie gotiche dei > >> melodrammi ottocenteschi con la musica?
> > Buona obiezione. Il teatro però con la musica c'entra assai. > Sì, ma il teatro non è la musica. La musica è per l'udito, non per la vista > e per il dramma. > La musica si ispira alle emozioni del dramma: agitata se il tenore è > incazzato perché non può scopare la soprano ecc. :-)
Lo so che la musica non è il teatro, ma esiste anche il teatro musicale. E' un dato di fatto. Se si cercasse di separare la musica dal teatro nel teatro musicale si finirebbe solo col non capirci niente di niente. Non sempre ci sono i compartimenti stagni, la musica si può fondere con le altre arti. Certo, si possono sempre usare solo le orecchie; ma così si ammazza l'opera; del resto, anche a voler usare solo le orecchie, quando un canto è fatto di parole si è spacciati. Pensa a questo: la poesia è musica. Ma la poesia è soprattutto parola, non è solo musica; né è possibile operare separazioni. Anche nel canto in parole vige la stessa legge, come pure una musica per la scena *è fatta* per unirsi alla scena. Se tu cerchi musica pura là dove non ce n'è rimani deluso (o illuso, come nel caso della Passione di Giovanni di Bach). Capire l'arte significa anche avere *gusto*. Spesso capita che una camicia e un pantalone piacciono tanto se non indossati insieme, ma se indossati insieme risultano di cattivo gusto. Quando poi un abito è un completo non è quasi mai possibile indossare i singoli elementi separatamente senza perdere qualcosa. Quindi mi dispiace per te, per tutto quello che ti perdi quando cerchi di mettere da parte il testo evangelico dalla musica nella Passione di Giovanni. Certo, essa così non risulta opera del solo Bach. Ma se la verità è questa non c'è che da prenderne atto. (Non credo comunque che vi sia nel testo della Passione dell'antisemitismo, né nella musica; forse tutto dipende dall'interpretazione che ne danno gli artisti. Ma se mi sbagliassi, non avrei timore nel dedurre che Bach era antisemita o loro complice. Non ho remore. Un genio musicale non è necessariamente un santo.) Che Bach con le Passioni avesse l'intento di mettere la musica al servizio della parola biblica è un dato di fatto; che Bach avesse delle capacità compositive eccelse è un altro dato di fatto; ne deduco che il risultato finale è riuscito: una musica *di servizio*. L'ingresso principale di un palazzo è più grande della porta di servizio: entrambe sono porte, ma la differenza c'è e si vede: sono due cose diverse. Bach scrisse tantissima musica pura, ma non è il caso della Passione. Il discorso sulla presunta superiorità della musica sulle altre arti, come pure sulla possibilità o non possibilità d'una loro fusione, o sulla superiorità dell'arte totale sulla musica, et cetera et cetera, è tutto un altro conto. Infatti non ha senso svalutare Giotto dicendo che la musica è più alta della pittura; dunque non ha nemmeno senso dire che è meglio l'Arte della fuga della Passione. Non si potrebbe chiedere a Giotto di superare i limiti della sua arte; e così via dicendo. Prova un po' ad ascoltare un recitativo della Passione di Giovanni esulando dal testo: non ne ricaverai quasi niente. Prova ad ascoltare il coro iniziale con il testo tra le mani, ne ricaverai assai di più che astraendotene. Infatti, in definitiva, la tua operazione è un'operazione di astrazione, e in un certo senso proprio di distrazione. Come potresti poi sostenere che la Passione è fatta per essere ascoltata tralasciando i recitativi? Rifletti un po' sul recitativo (e Bach ne usava, eccome): ti pare che in un recitativo si possa prescindere dal significato delle parole? E che ce ne faremmo di un recitativo, allora? Lo useremmo per rilassarci e riposarci? Sarebbe assurdo, sarebbe opera di fede, non di ascolto; anzi direi: non di fede cieca, in questo caso, ma di fede sorda. :-) Insomma un approccio fallimentare. E' lo stesso udito, la stessa sensibilità musicale, che attesta la *non purezza* di un recitativo. E cosa dovremmo fare, li dovremmo buttare via i recitativi di Bach?
Sulle "incazzature" dei tenori che non si possono "scopare" i soprani ci sarebbe molto da dire. Nelle vicende amorose si possono cogliere tanti contenuti extra-amorosi. Non solo, ma la vicenda amorosa, trasportata nell'arte, assume una valenza il più delle volte fortemente simbolica. Allora se vuoi capirci qualcosa della Sonnambula non devi ignorare il piano simbolico. A parte il fatto che anche il sesso potrebbe essere un ottimo soggetto da musicare, non trovo poi che una vicenda amorosa possa essere analizzata da un mero punto di vista sessuologico senza cadere in un penoso riduzionismo. Potresti occuparti di morfologia (Propp scrisse un libro bellissimo: "Morfologia della fiaba") e provare a studiare la morfologia di un melodramma; ma non sarebbe utile per stabilire il valore di un'opera. Però almeno troveresti qualcosa di più degli ormoni e i loro connessi.
> > Se > > vogliamo parlare solo di musica pura allora è un conto; ma in > > questo caso la "Passione secondo Giovanni" di Bach, per esempio, > > sarebbe ancor da meno del melodramma italiano. > Ti ho già pregato di non fare di questi confronti blasfemi.
Se io mi trovassi a discutere con un musulmano fervente e lui mi chiedesse cosa penso adesso di Maometto, io gli direi francamente che, se volesse veramente saperlo, dovrebbe accettare qualche bestemmia quanto meno. Allora starebbe a lui la decisione di continuare la discussione. Se per te certi accostamenti musicali sono blasfemi e non hai nessuna intenzione di continuare ad accogliere le mie bestemmie, il dialogo non può continuare. Potrei limitarmi solo a certi pensieri, argomenti, motivazioni; ma talvolta la parzialità equivale a una vera e proprio mancata espressione. Prendo atto quindi del tuo fervore religioso e della sua incapacità a sostenere questa libera (da parte di tutti) discussione filosofica sulla musica. Mi dispiace di quello che ti è accaduto nel leggere il mio testo e non ne imputo ad esso una qualche responsabilità, semmai al tuo stesso fervore, e mi auguro che tu decida di ascoltare le mie bestemmie, che reputo tanto interessanti e utili, e che il discorso possa continuare (mi stava piacendo davvero molto). Nel caso tu abbia cambiato idea e voglia farmi bestemmiare un po', oppure nel caso che tu non ritenga più le mie idee su Vivaldi e Bellini scandalose, fammelo sapere, sarò lieto di riprendere la discussione.
Cari saluti. Astolfo
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>> "astolfo" >> > qf >> Primo: anche una donna che partorisce ha il mal di pancia. E' Un male? E' >> un male davvero -- per chi ce l'ha -- se si tratta di cancro al colon. >> Secondo: nessuno dice che il male è un bene minore. Si può dire semmai >> che in un bilancio più generale quello che è visto come male >> dall'ombelico >> del singolo, non è invece un male visto da una prospettiva più ampia, >> come nel caso della partoriente.
> Ma su, siamo seri! L'ampiezza della prospettiva non cancella i > particolari, ne contiene solo tanti in più. Il tutto non > annulla la parte ma la contiene.
E' proprio perché sono serio che non considero il dolore della partoriente confrontabile con quello di un cancro al colon ! E poi la nascita, a fronte di una sofferenza di qualche ora, è in generale una gioia, ed è una conquista per il gruppo e persino per la specie.
Quindi ti ribalto la raccomandazione di serietà, ma anche di attenzione a come ti esprimi.
Il dolore della partoriente è legato a un processo di comparsa di una nuova vita, innanzitutto, e non alla brutta morte per un cancro al colon. Inoltre è legato a fatti del tutto meccanici, dato che non è come aprire la porta di casa. Quindi è _necessario_ proprio in relazione alla concretezza della situazione -- una situazione creatasi in chissà quanti milioni di anni a sentire gli evoluzionisti e a chi comunque crede nel tempo.
> Si fa di tutto per alleviare > le sofferenze delle partorienti, la sofferenza è sofferenza.
La sofferenza delle partorienti è anche legata, oltre che alla caratteristica del processo, all'infiacchimento di certe popolazioni che ha reso sostanzialmente incapaci le donne di partorire per conto loro e con assai limitata sofferenza. Quindi di nuovo non c'è da prendersela con la "natura matrigna", che fa solo quello che è necessario per consentire alle specie di sopravvivere -- se ne hanno voglia, naturalmente. Se viziati dal benessere diventiamo incapaci di fare le cose più naturali senza dolore, di chi è la colpa? Del governo ladro?
> Ma poi perché adesso metti in ballo la nascita? Tanto per > dimenticare che le indigestioni non mettono al mondo i bambini? > Ma su, ma su, un po' di attenzione in più!
La tua maleducatissima predica ti prego di riservarla a qualcun altro, altrimenti rischi di avere da me delle risposte per le rime, e non te le raccomando.
Fare figli causa dolore e le indigestioni causano dolore. E tu stai facendo le geremiadi proprio per il dolore, senza alcuna distinzione nelle premesse: proprio due righe fa infatti tu hai pontificato "la sofferenza è sofferenza" (peraltro dopo avermi criticato altrove per avere io scritto una tautologia). Quindi ti stai doppiamente contraddicendo.
Ebbene, in entrambi i casi _noi_ causiamo quel dolore, in un caso con un fine che non si sa bene quale sia, ma comunque con un esito che chi partorisce non giudica certo negativo, nell'altro certamente per stupidità. La nostra responsabilità è piena in entrambi i casi, perché si possono non fare né figli né indigestioni. Ma il dolore è dolore come anche tu predichi.
Osservo quindi che ti stai di nuovo contraddicendo: prima parli di dolore come realtà cosmica su cui piangere come vitelli, ora invece ti metti a sindacare sul dolore: adesso c'è dolore e dolore. Ma ero proprio io che ti mostravo con il mio esempio che c'è dolore e dolore, però tu mi avevi fatto un'altra predica poche righe fa, raccomandandomi la "serietà".
Quindi sono stufo di mostrarti le tue argomentazioni contraddittorie, ora condite anche di prediche di odiosa scorrettezza. Il che -- contraddizioni e scorrettezze -- mi fa pensare che tu non discuti ma fai solo il bastian contrario, con gli scopi tipici del bastian contrario.
Con ciò ti saluto sperando in tempi migliori, perché le contraddizioni, le prediche basate su di esse e infine le pseudo-discussioni mi causano... sofferenza.
"qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> ha scritto nel messaggio
> Vabb , allora sentiamo Marco, che li difende sempre tutti (magari solo > perch portano il badge di filosofi :-))
Ho cominciato a leggere la vostra luuuuuunghissima discussione solo adesso, per mancanza di ci che non esiste: di tempo:-). Sch. risulta letteralmente insopportabile (ed odioso se non insulso) finch non si comincia a capire che la questione cui Sch. si rivolge nasce dal profondo della riflessione filosofica: vi un nucleo filosofico, in Sch., che sicuramente isolabile dalla sua letteratura, e che se vogliamo comprimere in una formuletta potremmo rendere cos : "x appare a y"; se y un alcunch che appare-a-x, in che modo x entra nella costituzione di y? "Will" e "Vorstellung" sono termini che nascono all'interno di questa riflessione.
>> "x appare a y"; se y è un alcunché che appare-a-x, in che modo x entra >> nella costituzione di y? > y, visto che gli appare qualcosa, suppongo sia una persona. > x, in quanto appare a y, può essere qualunque cosa, incluso una persona. > Però poi mi dici che y è un "alcunché", cioè non una persona. > E mi dici che y appare a x, quindi x è una persona. > Allora o mi devo far ricoverare per incipiente rincoglionimento o c'è > qualcosa che non va in questa formula :-)
No qf, noooo, mi raccomando:-)). Anch'io ho letto in fretta questo 3D, ma forse Marco vuole dire che, per quanto attiene a Schopenhauer, se a y appare x, dove x e' necessariamente appartenente al mondo della rappresentazione, y "entra nella costituzione di y" in quello stesso mondo, come rappresentazione del rappresentante di quella rappresentazione. E' a questo punto che entra in gioco la distinzione tra il mondo come volonta' e come rappresentazione: una volonta' schopenhaueriana di recidere nettamente quel nodo gordiano, teoreticamente insolubile, dato il suo fraintendimento del realismo kantiano. Un saluto, Abelardo
"qf" <mauri...@NOSPAMqueffe3.net> ha scritto nel messaggio
>> "x appare a y"; se y è un alcunché che appare-a-x, in che modo x entra >> nella costituzione di y?
> y, visto che gli appare qualcosa, suppongo sia una persona.
> x, in quanto appare a y, può essere qualunque cosa, incluso una persona.
> Però poi mi dici che y è un "alcunché", cioè non una persona.
> E mi dici che y appare a x, quindi x è una persona.
> Allora o mi devo far ricoverare per incipiente rincoglionimento o c'è > qualcosa che non va in questa formula :-)
Il rincoglionimento è il mio e ancor più incipiente:-). La formuletta è corretta: "x appare a y". Dopo volevo evidentemente scrivere: "se x è un alcunché che appare a y, in che modo y entra nella costituzione di x?". Però è vero al contempo quello che diceva Loris, nel senso che nel mondo della rappresentazione ci finisce anche y: rappresentazione del rappresentante. Dunque, se y entra nella costituzione di x, sarà vero anche che y entra nella costituzione di y (in quanto y è oggetto di una rappresentazione). Di qui la problematica cui accennava Loris.