Gmail Calendar Documenti Reader Web altro »
Gruppi visitati di recente | Guida | Entra
Home page di Google Gruppi
epistemologia dello zipper
Al momento sono presenti troppi argomenti in questo gruppo da visualizzare per primi. Per visualizzare questo argomento per primo, rimuovi questa opzione da un altro argomento.
Si è verificato un errore durante l'elaborazione della tua richiesta. Riprova.
contrassegno
  18 messaggi - Comprimi tutto  -  Traduci tutto in Tradotto (Visualizza tutti gli originali)
Il gruppo nel quale stai postando è un gruppo Usenet. I messaggi postati in questo gruppo rendono la tua email visibile a chiunque su Internet
Il messaggio di risposta non è stato inviato.
Post riuscito
 
Da:
A:
Cc:
Risposta a:
Aggiungi Cc | Aggiungi Followup-to | Modifica oggetto
Oggetto:
Convalida:
A scopo di verifica, digita i caratteri visualizzati nell'immagine qui di seguito o i numeri pronunciati quando fai clic sull'icona per l'accesso facilitato. Ascolta e digita i numeri che senti
 
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 16 Feb 2006, 19:17
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Thu, 16 Feb 2006 19:17:21 +0100
Locale: Gio 16 Feb 2006 19:17
Oggetto: epistemologia dello zipper
Ho già avuto modo di illustrare più volte in questo ng gli elementi della
teoria della complessità algoritmica, per cui non starò a ripetere cose che
ho già detto e che si possono facilmente ritrovare con Google. Mi limiterò
invece a mostrare come questa impostazione riesca ad includere gli aspetti
più interessanti del falsificazionismo popperiano, evitando al contempo
certi limiti di quest'ultimo.

Possiamo partire proprio da alcune considerazioni preliminari sul
falsificazionismo, osservando che Popper non è in grado di definire in modo
rigoroso *che cosa* debba essere "falsificato". Supponiamo ad esempio che
una certa teoria preveda che accada un certo evento, e che quell'evento -
per quanto ne sappiamo indipendentemente da quella teoria - possa anche non
accadere. In tal caso ciò che risulta falsificabile è una certa
"previsione".

Ma sono sempre e solo le previsioni a dover risultare falsificabili?
Se è così, che ne è delle teorie ci parlano della orgine dell'universo, del
nostro pianeta, o della vita sul nostro pianeta? Sono tutte non-scienze?

Non solo, ma ormai da più di un secolo la fisica si è resa conto che la
stragrande maggioranza dei fenomeni, pur essendo "deterministici", non sono
affatto "prevedibili", a causa della nota faccenda della "sensibilità alle
condizioni iniziali". Ebbene, che ne è in questi casi della possibilità di
formulare delle previsioni? Dobbiamo forse liquidare come non-scientifica
anche la teoria del caos?

Mentre riflettiamo su questi problemi, proviamo a considerare un caso
semplice come quello del moto dei pianeti, e vediamo come esso verrebbe
affrontato dal punto di vista dello "zipper".

Immaginiamo dunque il signor Keplero, che stende sul suo tavolo una enorme
quantità di tavole raccolte per anni da Tycho Brahe, le quali descrivono la
posizione dei pianeti rispetto alla Terra giorno dopo giorno.

Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei moti
circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in
quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande
intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il
Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!

Questo per quel che riguarda la forma dell'orbita. In seguito Keplero scopre
anche un modo per "comprimere" l'informazione sul moto dei pianeti
sull'orbita, e qualche anno dopo è anche in grado di confrontare fra loro i
periodi dei vari pianeti.

Alla fine Keplero enuncia le sue famose tre leggi:

1) i pianeti si muovono su delle ellissi aventi il Sole in uno dei
    fuochi;

2) il raggio che unisce un pianeta al Sole descrive aree uguali in
    tempi uguali (= velocità areolare costante);

3) il rapporto fra il quadrato dei periodi e il cubo del semiasse
    maggiore di ogni orbita è costante per ogni pianeta (questa legge
    Keplero la pubblicò nel 1619, e fu questa la vera "mela" di Newton).

Ora, a che ci servono queste tre leggi?

Ci servono perché disponendo di esse, di un calcolatore (ma basta anche un
foglio ed una matita con un po' di tavole logaritmiche) e conoscendo la
posizione e la velocità di ogni pianeta in un certo giorno di un certo anno,
noi siamo possiamo anche buttare via tutte le voluminose tavole di Brahe,
perché con quei pochi dati che stanno in un paio di foglietti siamo in
grado in ogni momento di *ricostruire* tutte le tavole di Brahe. Quelle tre
leggi definiscono quindi un "algoritmo" che ci consente di produrre tutte
quelle tavole.

Ecco dunque cosa abbiamo fatto: abbiamo "zippato il file" in cui stavano
tutte le migliaia e migliaia di numeri faticosamente raccolti e trascritti
da Brahe e da altri che erano venuti prima di lui. Anziché andarcene in giro
con tutte quelle tavole di dati, possiamo tenere in tasca un paio di
foglietti ed una matita, e se qualcuno vuol sapere dove si trovava rispetto
alla Terra il pianeta Marte un certo giorno di sei mesi prima, quando Brahe
lo aveva osservato riportando scrupolosamente la  posizione sulle tavole,
noi senza nemmeno consultare quelle tavole facciamo due conticini e glielo
diciamo seduta stante.

Già qui possiamo fare un primo confronto con quanto dicevamo sul
falsificazionismo popperiano.

Osserviamo infatti che finora non abbiamo mai parlato di "previsioni", ma ci
siamo limitati a descrivere ciò che già avevamo osservato. Non abbiamo
nemmeno parlato di "cause", cosa che lasceremo fare fra qualche annetto a
Sir Isaac Newton. A noi basta descrivere i dati già osservati, e non siamo
interessati né alle cause né alle previsioni.

Eppure non si può certo dire che non abbiamo fatto una scoperta, che non
sappiamo qualcosa di più di quel che sapevamo prima. Ora infatti sappiamo
che un certo insieme di dati osservati possono essere zippati in un certo
modo. Prima non lo sapevamo, ora lo sappiamo. Non è forse questa una
*conoscenza*? Quando ancora non lo sapevamo, non eravamo riusciti
a zippare i dati, ora invece sappiamo come fare, e lo possiamo fare.
Dunque ora *sappiamo* qualcosa di più, anche se per ora non abbiamo fatto
altro che riscrivere diversamente qualcosa che già avevamo osservato.

Come si fa a "falsificare" una descrizione che - proprio per come è
costruita - è fatta in maniera tale da descrivere ciò che si è già
osservato?

Già, è vero, però è anche vero che quelle nostre tre leggi pretendono di
poter fare molto di più che limitarsi a descrivere ciò che ha già osservato
e scritto Brahe. Noi infatti potremmo utilizzare il nostro "algoritmo" anche
per calcolare la posizione e la velocità di tutti i pianeti anche in quei
giorni o persino quelle ore che non sono riportate sulle tavole di Brahe. E
se qualcuno volesse sapere dove si trovava rispetto alla Terra il pianeta
Marte il giorno in cui fu pugnalato Cesare dai congiurati, noi sapremmo
dirgli anche quello, sebbene allora le tavole di Brahe non esistessero
neppure.

Ma allora non possiamo più fare finta di non vedere il passo successivo, che
è quello di fare delle *previsioni* sulla posizione dei pianeti nei giorni,
mesi e anni futuri. E quelle previsioni saranno "falsificabili", sicché
potremo dire di aver fatto della "scienza".

Ma è per questo che il nostro risultato è "scientifico"?

Se noi avessimo raccolto una astronave proveniente dallo spazio, ultimo
relitto di un lontano sistema solare distrutto dalla esplosione della
propria stella, e se su quella astronave avessimo trovato le tavole
astronomiche del moto di quei pianeti fino al momento dell'esplosione,
quando fossimo riusciti a zippare tutti quei dati su certe ellissi
percorse a velocità areolare costante eccetera, ebbene in quel caso il fatto
di non poter più utilizzare quello "zip" per fare delle "previsioni" avrebbe
forse relegato il nostro lavoro nella non-scienza?

Più in generale, non possiamo forse dire di aver scoperto qualcosa ogni
qualvolta riusciamo a "comprimere" un gran mole di dati un algoritmo di
dimensioni ridotte che è in grado di riprodurre tutti quei dati, e questo a
prescindere dalla possibilità di fare delle "previsioni"?

Certo, come dicevamo poco fa nel caso del moto dei pianeti la possibilità di
"comprimere" è strettamente legata alla possibilità di "prevedere". Infatti
se a partire da oggi i pianeti del nostro sistema solare cominciassero a
ballare la rumba e il cha cha cha attorno al Sole, noi non potremmo più
aggiungere quei dati al nostro "file compresso" usando lo stesso zipper, ma
dovremmo scrivere la posizione di ogni pianeta ora per ora, minuto per
minuto, fino a quando non si trovasse un altro modo per zippare quello
strano moto. E se poi non si trovasse alcun modo di zippare quel moto, il
nostro file continuerebbe a crescere indefinitamente, finché diverrebbe del
tutto ingestibile, e a quel punto il fatto di aver potuto zippare i primi
miliardi di anni di vita del sistema solare non ci sarebbe più di alcuna
utilità, perché il file sarebbe comunque divenuto troppo grande.

Dunque il moto dei pianeti è uno di quei casi in cui per poter zippare
bisogna anche poter prevedere, perché il metodo di "compressione" riceve
continuamente dei nuovi dati da appendere al file zippato. Se invece non si
trova un modo di zippare i dati, allora il nostro tentativo di compressione
fallisce. Ma fallisce perché non zippa più, o perché è stato "falsificato"?

Teniamo presente che nessuno fino a qui ha preteso di dire qualcosa su cosa
accadrà nel futuro. Nel futuro ci potrebbe anche essere una bella esplosione
come quella che è capitata nell'altro sistema solare. Non lo sappiamo, e
nessuno pretende di saperlo. Nessuno va a casa di Sir Karl Popper ad
avanzare pretese su cosa accadrà nei prossimi giorni o nelle prossime ore.
Semplicemente ci si limita a raccogliere dati, e si va a vedere se si trova
per essi un metodo di "compressione". E più riusciamo a comprimerli, più
possiamo dire di "sapere" delle cose (se non altro sappiamo come si fa a
comprimere quei dati). Se poi non riusciamo più a comprimere i nuovi dati
osservati, allora vuol dire che il nostro "sapere" non si estende fino alla
"compre(n/s)sione" dei dati attuali. Va bene, ma resta il fatto che certi
dati siamo riusciti a comprimerli, e quello è "qualcosa che sappiamo".

Non è forse "oggettiva" la conoscenza di un metodo per comprimere certi
dati, a prescindere dal fatto che essi siano o meno "previsti"?

Supponiamo che domani sui giornali salti fuori che un certo filologo ha
scoperto certe "regolarità" nella Divina Commedia, ed è riuscito a scrivere
un programmino di poche righe che se fatto girare su un computer produce
come output l'intera Divina Commedia. Certo, uno potrebbe "barare" e mettere
sul computer anche la Divina Commedia. E allora noi, per essere sicuri che
non ci siano trucchi, consegniamo un computer che abbia una memoria
complessiva molto minore dello spazio che sarebbe richiesto per codificare
tutta la Divina Commedia lettera per lettera. Ma, nonostante questo nostro
...

leggi tutto


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 16 Feb 2006, 19:25
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Thu, 16 Feb 2006 19:25:49 +0100
Locale: Gio 16 Feb 2006 19:25
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Davide Pioggia ha scritto:

> ...è sempre proporzionale alla distanza da uno dei fuochi.

Eh, sì, buonanotte. L'analfabetismo scientifico di ritorno (per non parlare
di quello di andata) incombe sulla mia misera persona.

--
Saluti.
D.


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Che nickname ha costui?  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 17 Feb 2006, 10:35
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Che nickname ha costui?" <stzs...@tin.it>
Data: Fri, 17 Feb 2006 10:35:16 +0100
Locale: Ven 17 Feb 2006 10:35
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
"Davide Pioggia":

> ...
> Se poi Newton su questa "ottimizzazione della zippatura" ci ha voluto
> costruire una metafisica di "forze" e di "cause" sono affari suoi. Non
posso
> impedire che lo zipper che sta sul mio pc abbia una sua religione sul
> proprio ruolo nell'universo del pc, e se vuole può persino credere di
avere
> un'anima immortale che sopravviverà il giorno in cui si guasterà il disco
> rigido. Questi sono affari suoi: a me interessa solo che quel programma
> faccia un buon lavoro di zippatura. Se lo fa, allora dico che è uno
zipper,
> altrimenti niente, non zippa, il che è come dire che dopo che un certo
file
> l'ha analizzato quel programma non ne sappiamo più di prima.

Ci giri intorno, ci giri in torno, come una falena al fanale.
Dimmi che la scienza può fare a meno della realtà metafisica!

Ciao!!!  :o)
Livio


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
U22  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 17 Feb 2006, 20:51
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "U22" <uventi...@tiscalinet.it>
Data: Fri, 17 Feb 2006 20:51:01 +0100
Locale: Ven 17 Feb 2006 20:51
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper

"Davide Pioggia" ha scritto:

> Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei
> moti
> circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in
> quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande
> intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il
> Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!

Vedo le virgolette, ma la compressione è una cosa concettualmente diversa.
Qui si tratta di *astrarre* un concetto da una congerie di dati, concetto
che *li ordina* (mette in evidenza la loro struttura).
E' un processo "standard" della mente, non solo umana. In sostanza, la
cosiddetta esperienza consiste proprio in questo: astrazione
(induttivo-deduttiva).
Nella compressione, in sostanza, ci si limita a sostituire con un segnalibro
i blocchi ricorrenti, e quindi a scriverli una sola volta. E' un processo
molto diverso.
Vero che entrambi i processi risparmiano spazio di memoria, ma il secondo
molto meno del primo. Per di più l'astrazione crea diversi livelli logici,
cosa che la compressione non fa. La compressione non è tenuta a "capire": è
un processo puramente grafico.

> Ecco dunque cosa abbiamo fatto: abbiamo "zippato il file"

Un file zippato, per poter essere usato, va dezippato. Le leggi di Keplero
invece si usano così come sono: basta assegnare un valore alle variabili.

> Già qui possiamo fare un primo confronto con quanto dicevamo sul
> falsificazionismo popperiano.

> Osserviamo infatti che finora non abbiamo mai parlato di "previsioni", ma
> ci
> siamo limitati a descrivere ciò che già avevamo osservato. Non abbiamo
> nemmeno parlato di "cause", cosa che lasceremo fare fra qualche annetto a
> Sir Isaac Newton. A noi basta descrivere i dati già osservati, e non siamo
> interessati né alle cause né alle previsioni.

Il "noi" è un plurale maiestatis? :-)
Nessuno farebbe ricerca - nessuna mente farebbe astrazioni - se non con il
fine di dominare meglio la realtà circostante, e cioè proprio per fare delle
previsioni.
Inoltre noi sappiamo bene che, se conosciamo le cause di un fenomeno, le
nostre previsioni funzioneranno, altrimenti il semplice estrarre una legge
dai dati (senza curarsi delle cause) ci costringe a non fidarci e a mettere
in campo il fato. E anche mettere alla porta il fato è una tendenza
spontanea delle menti (umane o no): la scienza e in genere la conoscenza
hanno questa motivazione.

> Eppure non si può certo dire che non abbiamo fatto una scoperta, che non
> sappiamo qualcosa di più di quel che sapevamo prima. Ora infatti sappiamo
> che un certo insieme di dati osservati possono essere zippati in un certo
> modo. Prima non lo sapevamo, ora lo sappiamo. Non è forse questa una
> *conoscenza*?

Con la remora che tu hai posto, che cioè le cause non interessano, non si è
acquisita alcuna conoscenza.
Senza che l'astrazione abbia visto delle cause, oltre che delle ricorrenze e
una loro logica "grafica", siamo ancora e sempre davanti soltanto a
informazione, che non è conoscenza. Senza che noi abbiamo scavato delle
cause, quei dati, sempre limitati, solo per avventura possono aver portato a
certe conclusioni. Mai potremmo, in tal caso, azzardarci a progettare
neppure una caffettiera, oppure dovremmo costruirne migliaia a caso e poi
"zippare" (senza comunque la garanzia che poi la caffettiera "zippata"
funzionerà). E non mi pare che la scienza, fino a oggi, abbia funzionato
così. Non avrà trovato le cause ultime, ma i suoi bravi *perché* li ha
scritti e usati. La caffettiera fa il caffè *perché*... (lunga lista).
Il processo mentale di astrazione, a mio parere, non è un processo "grafico"
di raccolta di ricorrenze, ma è la costruzione di un *simulatore dinamico*
dei fenomeni, tant'è vero che spesso basta un evento (o pochi dello stesso
tipo) per formare in noi la reazione corretta. Il *simulatore* ha poi in
realtà una struttura complementare rispetto al fenomeno esaminato, perché è
fondato sul (finalizzato al) reagire correttamente in presenza del fenomeno.
E il *simulatore* mentale, anche quando si basa solo sul "come" anziché sul
"perché", tuttavia implica perlomeno che si creda alla presenza di un
"perché", altrimenti, ripeto, di fatto affronteremmo la realtà come una
scommessa totalmente al buio. Il che non mi risulta che accada per nessuno.
Se fai riferimento alla MQ, che si dice vada accettata senza la pretesa di
capire, io, nel mio piccolo, penso invece che i relativi "perché" saranno
capiti. Questione di tempo. E di intelligenza. Non di capacità
grafico-informatiche.

> Come si fa a "falsificare" una descrizione che - proprio per come è
> costruita - è fatta in maniera tale da descrivere ciò che si è già
> osservato?

Una descrizione non si falsifica per definizione, perché, in quanto mera
descrizione, non *significa* niente.
Il significato risiede nelle cause, non nel fatto che da un accrocchio di
materiali to', guarda, esce il caffè!
Solo se la descrizione fosse la sintesi grafica di infiniti fatti (di tutti
i fatti possibili) potremmo considerarla affidabile senza bisogno di
conoscere le cause. Ma questo è impossibile. Invece, ripeto, talvolta
bastano pochi fatti per fornire dei "perché" ottimanente affidabili. Tant'è
vero che il caffè lo bevi anche tu, e te lo servono in una tazza
*perché*..., altrimenti non dovresti lamentarti se te lo versano sul tavolo
e ti dicono "lecchi, signore, dato che la tazza non ha un perché" :-) Ma tu
puoi provare infiniti oggetti di forma qualunque e arrivare alla conclusione
che per il caffè ci vuole la tazza, e fregartene del "perché". Ma faresti
male, perché con il tè ti ritroveresti daccapo. E non c'è solo il tè: c'è la
camomilla, il cappuccino, le tisane, il vino, l'acqua e la coca-cola e anche
la pepsi-cola e l'amaro lucano. Avresti quindi bisogno, per sapere il da
farsi in ogni circostanza, di più infiniti di quanti, Cantor, ne sogna la
tua filosofia :-)

> Ma allora non possiamo più fare finta di non vedere il passo successivo,
> che
> è quello di fare delle *previsioni* sulla posizione dei pianeti nei
> giorni,
> mesi e anni futuri. E quelle previsioni saranno "falsificabili", sicché
> potremo dire di aver fatto della "scienza".

La falsificabilità, come mi sembra chiaro anche dal passo di Popper che tu
stesso hai riportato in un altro thread, non riguarda in sé l'esperimento,
altrimenti confonderemmo la falsificabilità con la verificabilità.
Riguarda il fatto che una teoria sia posta senza che si possa neppure
*pensare* di metterla in discussione.
In altre parole: non è falsificabile una petizione di principio in cui
neppure i termini possono essere definiti.
Detto in modo ancora più grezzo: non è falsificabile quando mette in
condizione di non sapere cosa dire, se non prenderla per buona o rifiutarla
senza altre alternative e senza poter neppure discutere nel merito.
Non andrei oltre nell'interpretare il criterio di falsificabilità.

> Se noi avessimo raccolto una astronave proveniente dallo spazio, ultimo
> relitto di un lontano sistema solare distrutto dalla esplosione della
> propria stella, e se su quella astronave avessimo trovato le tavole
> astronomiche del moto di quei pianeti fino al momento dell'esplosione,
> quando fossimo riusciti a zippare tutti quei dati su certe ellissi
> percorse a velocità areolare costante eccetera, ebbene in quel caso il
> fatto
> di non poter più utilizzare quello "zip" per fare delle "previsioni"
> avrebbe
> forse relegato il nostro lavoro nella non-scienza?

No, avremmo imparato un algoritmo; ne sapremmo di più sui moti celesti;
sapremmo che magari non ci sono solo orbite ellittiche ma anche quadrate, e
quindi avremo allargato i nostri orizzonti in vista di viaggi futuri. Avendo
poi davanti un *fatto* (un'astronave con le sue mappe), perché mai dovremmo
buttare i dati che ci possono fornire? Solo perché il sistema da cui
provengono non c'è più? (Come minimo, salta fuori una playstation in cui
uomini dei mondi dalle orbite ellittiche si battono a suon di sillogismi
contro uomini dei mondi dalle orbite quadrate.)

> Più in generale, non possiamo forse dire di aver scoperto qualcosa ogni
> qualvolta riusciamo a "comprimere" un gran mole di dati un algoritmo di
> dimensioni ridotte che è in grado di riprodurre tutti quei dati, e questo
> a
> prescindere dalla possibilità di fare delle "previsioni"?

Impariamo qualcosa se cerchiamo la *comprensione*, non la "compressione".
E la comprensione non serve solo alla previsione, ma anche a strutturare la
mente, a metterla in condizione di estendere i propri orizzonti, ossia a
metterci in condizione di muoverci in un territorio più ampio.

> Ma perché tirare il collo in questo modo ai termini? Perché
> dobbiamo per forza far coincidere la "previsione" con la "scienza"?

Semplice: altrimenti la scienza non serve a niente. Non solo a far meglio
domani, ma neppure a farci prevedere la sua stessa utilità domani (quindi
mai).
Come vedi, Epimenide è sempre in agguato :-)

> Ma c'è soprattutto un altro problema che investe pienamente
> l'epistemologia
> "falsificazionista" e dal quale invece è immune quella "dello zipper".
> Infatti come abbiamo visto nel thread su Popper il falsificazionismo alla
> fine si trova a dover ricorrere, in un modo o nell'altro, a "come stanno
> veramente le cose", cioè ad realtà che sta "là fuori" ed è oggettivamente
> quel che è.

Non necessariamente. Così confondiamo verificazionismo e falsificazionismo.

...

leggi tutto


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
uahlim  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 09:56
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: uah...@bynoia.com (uahlim)
Data: Sun, 19 Feb 2006 09:56:52 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 09:56
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
U22 ha scritto:

> Nella compressione, in sostanza, ci si limita a sostituire con un segnalibro
> i blocchi ricorrenti, e quindi a scriverli una sola volta. E' un processo
> molto diverso.

Non è molto diverso, invece.
Entrambi sono simili al processo di nominazione, ad esempio quando
associamo un insieme di immagini simili come causate dallo stesso ente
stiamo comprimendo, la chiamiamo realtà.

Il processo inverso invece è la realtà virtuale, la creazione di immagini
comprimibili e spiegabili come causate da un ente.

Anche lo zip cerca una struttura ed ordina i dati secondo quella struttura.

Il processo è proprio quello di cercare strutture ricorrenti e di
sostituirle con dei segnalibri.

No, la diversità è solo apparente, i processi sono molto simili invece.

Tra l'altro è una balla quella della versione del sistema tolemaico che
non riusciva ad essere accurato, in realtà la compressione del sistema
tolemaico con i cerchi teneva conto anche di effetti di secondo ordine
della teoria di Newton, perchè aggiungendo moti circolari a moti circolari
avevano in pratica sviluppato i moti periodici in una specie di serie di
Fourier.

E' vero pero' che la semplificazione non accurata di Keplero permise di
buttare l'acqua sporca e tenere il bambino e di evidenziare una regolarità
diversa legata alla posizione del sole e dei pianeti e di formulare la
legge di gravitazione universale.

--
Emilio? Voil'him!
Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
uahlim  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 10:14
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: uah...@bynoia.com (uahlim)
Data: Sun, 19 Feb 2006 10:14:53 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 10:14
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Davide Pioggia ha scritto:

> Immaginiamo dunque il signor Keplero, che stende sul suo tavolo una enorme
> quantità di tavole raccolte per anni da Tycho Brahe, le quali descrivono la
> posizione dei pianeti rispetto alla Terra giorno dopo giorno.
> Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei moti
> circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in
> quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande
> intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il
> Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!

Bravo, immagina, perchè le cose NON sono andate cosi', i dati si
lasciavano comprimere eccome dalla teoria dei moti circolari che composti
tra loro formavano uno sviluppo in serie di Fourier che cominciavano
persino a tener conto di effetti di secondo ordine della teoria di Newton,
il problema è che a loro volta tutto questo insieme di moti circolari uno
dentro l'altro cominciava a prendere la forma del caos.

Invece con un'operazione niente affatto popperiana, buttando al macero una
teoria più adeguata, si cerco' una teoria più elegante ma meno accurata.

Questo passaggio ebbe l'effetto di buttare via l'acqua sporca senza il
bambino ed evidenziare la relazione tra posizione del sole, posizione del
pianeta ed orbita, eliminando gli effetti di second'ordine della
interazione reciproca tra i pianeti.

Questo consenti' di sviluppare una teoria newtoniana niente affatto
metafisica (le forze sono di nuovo etichette che comprimono e riassumono
fatti ossia comportamenti) e di recuperare con tale semplificazione
l'acqua sporca buttata via prima.

La teoria tolemaica stava in pratica scoprendo le leggi universali dei
moti periodici, la teoria newtoniana invece quella dei moti
gravitazionali, il sistema solare e' un sistema soggetto sia a moti
periodici che gravitazionale, donde i due sistemi.

Ma fu un miracolo che si ebbe l'accortezza di voler abbandonare lo studio
delle leggi dei moti periodici poi comunque ripreso per ottenere quelle
della gravitazione.

E tale miracolo avvenne anche grazie ad un approccio metafisico ed
estetico alla fisica, ad una forzatura del principio del rasoio di Ockam
fregandosene invece un po' troppo forse dell'accuratezza rispetto ai dati
sperimentali.

In quel caso ando' bene fare cosi'.

--
Emilio? Voil'him!
Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 12:37
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Sun, 19 Feb 2006 12:37:19 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 12:37
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
uahlim ha scritto:

> Bravo, immagina, perchè le cose NON sono andate cosi', i dati si
> lasciavano comprimere eccome dalla teoria dei moti circolari che composti
> tra loro formavano uno sviluppo in serie di Fourier che cominciavano
> persino a tener conto di effetti di secondo ordine della teoria di Newton,
> il problema è che a loro volta tutto questo insieme di moti circolari uno
> dentro l'altro cominciava a prendere la forma del caos.

E a te una cosa che "comincia a prendere la forma del caos", perché per
riprodurla ti ci vogliono un bel po' di moti circolari "uno dentro l'altro",
ognuno con la propria frequenza e ampiezza, ti sembra che sia "zippata"
bene?

Il teorema di Fourier ci dice che ogni moto periodico può essere ottenuto
come sovrapposizione di moti circolari, ma il fatto di prendere un moto
periodico e svilupparlo in serie di Fourier non è in alcun modo una
"zippatura". Certo forse è meglio doversi ricordarsi una successione di
ampiezze e di frequenze che diventano via via sempre meno "significative"
piuttosto che dover trascrvere tutti i tabelloni di Brahe, ma resta comunque
il fatto che questo sviluppo in serie come "compressione" non è nemmeno
lontanamente confrontabile con l'essenzialità delle tre leggi di Keplero.

Ma ti rendi conto quanto sia semplice implementare le tre leggi di Keplero
in un programmino? Sono poche righe di sorgente, e probabilmente poche
decine di KB di eseguibile. E in un programmino così ti trovi "compresse"
tutte le voluminose tavole di Brahe, ed anche - per di più - la possibilità
di "prevedere" e "postvedere" la posizione di tutti i pianeti nei giorni che
verranno ed il quelli trascorsi, quando nessuno li ha (ancora) osservati.

Ogni volta che si riesce a compiere una ulteriore "compressione" siamo di
fronte ad una grande scoperta scientifica. La quale magari non viene
percepita come una compressione, ma - che so - come la "scoperta delle vere
cause" eccetera. Però ciò che le contraddistingue tutte è proprio il fatto
che si compia un altro passo nella  "zippatura" di un certo fenomeno.

> Invece con un'operazione niente affatto popperiana, buttando al macero una
> teoria più adeguata, si cerco' una teoria più elegante ma meno accurata.

Guarda che non sto parlando di adeguatezza, ma di zippatura. Qui c'è Ockham
contro Popper. Quando Copernico si mette a cercare una teoria più "elegante"
(cioè, che possa essere descritta con meno parole, o implementata in un
programma più piccolo) e per trovarla è disposto anche a rinunciare in parte
alla precisione raggiunta dal sistema tolemaico, sta implicitamente
riconoscendo che la scienza deve seguire il criterio del "rasoio", anche se
a volte nel tagliare esce un po' di sangue.

> Questo consenti' di sviluppare una teoria newtoniana niente affatto
> metafisica (le forze sono di nuovo etichette che comprimono e riassumono
> fatti ossia comportamenti)...

Questo lo dici perché nel frattempo ti ho fornito l'"insight" dello zipper.
Sennò saresti ancora qui a parlare della cinematica come "descrizione del
moto" e della dinamica come "studio delle cause del moto". Una più
"superficiale", l'altra più "essenziale". Pura metafisica aristotelica.

--
Saluti.
D.


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Marco V.  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 16:03
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Marco V." <marvas732...@yahoo.it>
Data: Sun, 19 Feb 2006 16:03:24 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 16:03
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
"U22" <uventi...@tiscalinet.it> ha scritto nel messaggio
news:LOpJf.8087$uQ4.3853@tornado.fastwebnet.it...

> Se ti passa un trattore su un piede, mi auguro che ti consoli il pensiero
> che la forza che ha esercitato sul tuo alluce sia solo una metafisica, e
> che non ti fa male "perché" il trattore è passato sul tuo piede, ma fa
> male e basta, per cui domani il piede sotto il trattore ce lo metterai di
> nuovo. Le cause e le forze sono metafisica, no? O sono necessari infiniti
> passaggi di trattore per farti rilevare graficamente la legge che associa
> trattore e unghia incarnita? :-)

Beh, qui interviene prepotentemente il realismo metafisico del senso
comune:-), di cui si usa dire che ha assicurato la sopravvivenza all'essere
umano - e che, in sostanza, certe forme di espistemologia evoluzionistica
tentano di sfruttare per venire a capo del problema del "perché" del
successo delle teorie scientifiche.

> Al contrario, proprio solo quello non può averne. Che alla fine è
> l'auspicio di tutta questa tua lunga esposizione della teoria dello "zip":
> che nessuno debba andare mai al di là dei segni, della forma. Ma basta che
> tu ti chieda il perché di questa tua istanza per vedere che è
> contraddittoria.

Questo è un punto delicatissimo. Nessuno "deve" andare al di là dei segni? O
nessuno "può"? Se nessuno "deve", e non perché nessuno "può", allora è come
dici in fondo: siamo di fronte ad una metafisica. Ma siamo di fronte ad una
metafisica anche se viene dimostrato che "si può" (si può concepire la
scienza come un insieme di "compressioni"), ma altri continuano - qui la
metafisica - a dire che "non si deve".

Procedendo lunga la strada che ha condotto da Aristotele a Kant, si arriva
*infallibilmente* alla teoria dello "zip" - cioè a quell'autocomprensione
della scienza prodotta dalla teoria algoritimica dell'informazione. E' quel
processo cui certe filosofie si riferiscono parlando di "perdita della
realtà".

> Stai facendo un salto illecito fra il programma (che hai scritto tu per
> quanche ragione o scopo) e te che ne giudichi il risultato.
> La *tua* conoscenza dipende dal *tuo* giudizio sul risultato, e, prima
> ancora, nei criteri con cui hai costruito il programma.
> La metafisica, ripeto, non c'entra con Galileo e soci.
> Semmai proprio il culto del segno che tu esponi è una metafisica.

Può di certo essere una metafisica - ma il suo essere una metafisica non
implica che tale "culto del segno" non sia capace di fare a meno di un'altra
metafisica (quella delle cause). La domanda è allora se la...domanda (che
ponevi sopra) <<Ma senza un senso dei segni e uno scopo, mi spieghi che cosa
mai significa "zippare"? Chi lo fa e perché mai? Cosa si aspetta? >> abbia
*necessariamente* diritto di cittadinanza nell'autocomprensione della
scienza. Riesce, la teoria dello "zip", a zippare l'impresa scientifica
stessa? Se quella necessità c'è, allora la teoria della "compressione" è
insufficiente a produrre l'autocomprensione teorica della scienza. Molto
probabilmente, la risposta della teoria dello "zip" a questa domanda si
trova in questa frase di Davide: <<Non posso impedire che lo zipper che sta
sul mio pc abbia una sua religione sul proprio ruolo nell'universo del
pc[...]. Questi sono affari suoi: a me interessa solo che quel programma
faccia un buon lavoro di zippatura>>.

Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di
Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un"
algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva,
che quello sia l'unico algoritmo) sia interpretato come "le posizioni dei
pianeti del sistema solare" o come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta
di una delle interpretazioni possibili - dove il significato della parola
"interpretazione" è, rigorosamente, quello stabilito dalla logica formale da
Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore epistemologico della
teoria dello "zip" non sarebbe altro che la conseguenza di quella
*indifferenza*. Per la teoria algoritmica, in quanto posta alla base di una
comprensione epistemologica, *non* c'è nessuna ragione per cui il fatto che
storicamente le tavole di Brahe sia state costruite annotando le posizioni
dei pianeti, e che queste annotazioni abbiano costituito l'insieme numerico
che, di fatto, le leggi di Keplero riescono ad algoritmizzare - non c'è
nessuna ragione, dicevo, per cui questo fatto storico debba avere
necessariamente un posto, un "segno", nell'autocomprensione epistemologica
della scienza. Va capito in profondità quanto sto per dire: per la teoria
epistemologica dello "zip", *quello stesso* fatto storico è una delle
interpretazioni possibili. Se non si capisce questo, allora ci si lascia
sfuggire la radicalità della posizione "algoritmica". E questo sarebbe
filosoficamente un delitto, perché la teoria algoritimica è, di fatto, la
punta avanzata della scienza, che ci promette tante "meraviglie" (che poi
siano incubi e non meraviglie, è altro paio di maniche; e non per niente ho
messo le virgolette:-)).

Senza però rispondere alla tua domanda, non possiamo escludere che la punta
avanzata della scienza, quella che riesce a "riassumere" in sè più cose di
qualunque altro campo della scienza, sia poi essenzialmente incapace di dar
vita ad una autocomprensione dell'attività scientifica, dominata com'è dalla
passione neopitagorica di vedere numeri laddove altri vedono "cose". La
ragione di quella essenziale indifferenza cui mi riferivo sopra, però, ha
una lunga storia - e, ad esempio, viene alla luce prepotentemente,
paragonando la teoria dei naturali di Dedekind con la teoria dei naturali di
Peano (di qualche anno successiva). Dedekind e Peano scrivono
sostanzialmente gli *stessi* assiomi, solo che Peano antepone ai suoi
assiomi quattro "explicationes" (le chiama così, nel suo latino scientifico
sine flexione), che sostanzialmente gli servono per *saturare* il
significato di certi segni, e far sì che la sua struttura assiomatica parli
*solo* dell'insieme dei numeri naturali, quello che si insegna alle
elementari. Dedekind questo non lo fa. E allora, se persino nel mondo dei
numeri si registra questo "contrasto" tra "saturazione" ed "insaturazione",
vuol proprio dire che sotto l'"indifferenza" cui mi riferivo sopra, cova
veramente qualcosa di grosso, e di rilevante dal punto di vista teorico.

Un saluto,

Marco


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
uahlim  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 15:18
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: uah...@bynoia.com (uahlim)
Data: Sun, 19 Feb 2006 15:18:59 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 15:18
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Davide Pioggia ha scritto:

> uahlim ha scritto:
> > Bravo, immagina, perchè le cose NON sono andate cosi', i dati si
> > lasciavano comprimere eccome dalla teoria dei moti circolari che composti
> > tra loro formavano uno sviluppo in serie di Fourier che cominciavano
> > persino a tener conto di effetti di secondo ordine della teoria di Newton,
> > il problema è che a loro volta tutto questo insieme di moti circolari uno
> > dentro l'altro cominciava a prendere la forma del caos.
> E a te una cosa che "comincia a prendere la forma del caos", perché per
> riprodurla ti ci vogliono un bel po' di moti circolari "uno dentro l'altro",
> ognuno con la propria frequenza e ampiezza, ti sembra che sia "zippata"
> bene?

E' meglio uno zip che non corrompe i dati od una Jpeg che corrompe i dati
ma comprime di più?

Sono scelte, Popper avrebbe scelto la teoria più complessa ma più accurata.

SI', sono scelte, un ingegnere avrebbe scelto invece la teoria più
semplice.
Una persona attaccata alla metafisica come dici tu una teoria che
"spiegasse", quindi non irriderei troppo Newton che non è neppur detto che
non avesse inventato delle forze, come se tu non inventi la presenza di
corpi per spiegare immagini o sensazioni, o la presenza del reale.

Perchè mai dovrebbe esistere la luna quando tu non la vedi? E perchè mai
dovrebbe esistere quando tu la vedi? E che significa poi esistere? Come
vedi siamo tutti infarciti di metafisica, non solo chi parla di forze, ma
anche chi parla di chi parla di chi...

Non confondere il jpeg con lo zip, per favore.

 Quando Copernico si mette a cercare una teoria più "elegante"

> (cioè, che possa essere descritta con meno parole, o implementata in un
> programma più piccolo) e per trovarla è disposto anche a rinunciare in parte
> alla precisione raggiunta dal sistema tolemaico, sta implicitamente
> riconoscendo che la scienza deve seguire il criterio del "rasoio", anche se
> a volte nel tagliare esce un po' di sangue.
> > Questo consenti' di sviluppare una teoria newtoniana niente affatto
> > metafisica (le forze sono di nuovo etichette che comprimono e riassumono
> > fatti ossia comportamenti)...
> Questo lo dici perché nel frattempo ti ho fornito l'"insight" dello zipper.

Quindi secondo te c'è un rapporto tra il tuo zipper e la circonstanza che
io consideri la realtà semplificazione ossia etichette e non ponga alcuna
distinzione tra realtà virtuale e reale?

Puo' essere vero, anzi popperianamente è proprio come tu dici poichè
qualunque circostanza implica logicamente una circostanza vera, ossia ad
esempio che io pensi quello che ho esposto.
E quindi, almeno logicamente, il tuo insight implica logicamente che io la
pensi come la pensi.

Non solo, penso che il campo elettrico e la carica elettrica che lo
produce sono la stessa cosa, in un certo senso, ossia che la carica
elettrica è un ente che occupa tutto lo spazio come campo ed un suo centro
come sonda.

> Sennò saresti ancora qui a parlare della cinematica come "descrizione del
> moto" e della dinamica come "studio delle cause del moto". Una più
> "superficiale", l'altra più "essenziale". Pura metafisica aristotelica.

No, le cause sono notazioni stenografiche, non vedo dove vedi la
metafisica.
Anzi, proprio parlare di metafisica implica l'idea di una fisica, invece
proprio de-entizzando gli enti della fisica, tutto diventa etichetta e
quindi tutto metafisico se inteso come astrazione, ma non metafisico se
inteso come realtà solida dietro il fenomeno.

L'unica cosa che osservo è che tu, sarà per via dei limiti del linguaggio,
non osi fare un balzo avanti e concludere che persino il tuo io è semplice
etichetta e nome riassuntivo di un insieme di sensazioni, in fondo solo
convenzionalmente un qualcosa che semplifica e quindi spiega certe tue
sensazioni.

Tutto questo credo a partire da quando, metafisicamente, ti sei convinto
che la totalità fosse divisa tra te ed un mondo altro da te, pensando,
avendo l'ardire metafisico di pretendere di esistere come altro se non
semplice etichetta.

Ma allora cos'è la realtà? Ma, per me è un gioco di specchi, un insieme di
comportamenti coerenti con una regola di coerenza anch'essa inventata che
conferma se stessa, la visione del mondo che puo' avere un personaggio in
una commedia degli equivoci in cui non è detto che gli equivoci vengano
chiariti. E se lo fossero, in base a cosa? Sempre in base a convinzioni
mai provate, se non perchè mai contraddette in base alle nostre stesse
regole che ci siamo dati, o ci hanno dato.

--
Emilio? Voil'him!
Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 16:58
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Sun, 19 Feb 2006 16:58:04 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 16:58
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
uahlim ha scritto:

>> Questo lo dici perché nel frattempo ti ho fornito l'"insight" dello
>> zipper.
> Quindi secondo te c'è un rapporto tra il tuo zipper e la circonstanza che
> io consideri la realtà semplificazione ossia etichette e non ponga alcuna
> distinzione tra realtà virtuale e reale?

Chiedilo al nostro amico Marco V. :-)

>> Sennò saresti ancora qui a parlare della cinematica come "descrizione del
>> moto" e della dinamica come "studio delle cause del moto". Una più
>> "superficiale", l'altra più "essenziale". Pura metafisica aristotelica.
> No, le cause sono notazioni stenografiche, non vedo dove vedi la
> metafisica.

E dove l'hai imparata questa "spregiudicatezza"? Avresti avuto gli strumenti
concettuali per arrivarci, due o tre secoli fa?

> L'unica cosa che osservo è che tu, sarà per via dei limiti del linguaggio,
> non osi fare un balzo avanti e concludere che persino il tuo io è semplice
> etichetta...

L'ho fatto quando avevo dodici anni. Adesso sto lavorando ad altro, e se
ti sembro "indietro" forse è perché ho già completato il primo giro ;-)

> Ma allora cos'è la realtà?

Vabbe', sono le solite domandone da adolescenti smanettoni:
chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? che cosa pensano le ragazze?

--
Saluti.
D.


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 16:56
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Sun, 19 Feb 2006 16:56:35 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 16:56
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Marco V. ha scritto:

> Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di
> Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un"
> algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva,
> che quello sia l'unico algoritmo)

Infatti, per il teorema di Chaitin, che è poi una formulazione alternativa
del teorema di Goedel (il teorema di Goedel si ricava dalla formalizzazione
del "paradosso del mentitore", mentre quello di Chaitin si ricava dalla
formalizzazione del "paradosso di Berry").

>  sia interpretato come "le posizioni dei pianeti del sistema solare" o
> come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta di una delle interpretazioni
> possibili - dove il significato della parola "interpretazione" è,
> rigorosamente, quello stabilito dalla logica
> formale da Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore
> epistemologico della teoria dello "zip" non sarebbe altro che la
> conseguenza di quella *indifferenza*.

Ecco! :-)

>  Per la teoria algoritmica, in quanto posta alla base di una comprensione
> epistemologica, *non* c'è nessuna ragione per cui il fatto che
> storicamente le tavole di Brahe sia state
> costruite annotando le posizioni dei pianeti, e che queste annotazioni
> abbiano costituito l'insieme numerico che, di fatto, le leggi di Keplero
> riescono ad algoritmizzare - non c'è nessuna ragione, dicevo, per cui
> questo fatto storico debba avere necessariamente un posto, un "segno",
> nell'autocomprensione epistemologica della scienza. Va capito in
> profondità quanto sto per dire: per la teoria epistemologica dello "zip",
> *quello stesso* fatto storico è una delle interpretazioni possibili. Se
> non si capisce questo, allora ci si lascia sfuggire la radicalità della
> posizione "algoritmica".

Sì!!!

Te l'ho detto che saresti stato un magnifico bibliotecario, Guglielmo ;-)

>  E questo sarebbe filosoficamente un delitto, perché la teoria
> algoritimica è, di fatto, la punta avanzata della scienza,

Sì, è la punta del diamante, quella che si usa per tagliare anche i
diamanti.

>  che ci promette tante "meraviglie" (che poi siano incubi e non
> meraviglie, è altro paio di maniche; e non per niente ho messo le
> virgolette:-)).

Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma - come dicevi tu - se non si capisce
qual è la "portata del discorso" sfugge completamente quali sono le grandi
dinamiche che sono in atto all'interno del cosiddetto "pensiero
occidentale".

Liquidare questo discorso come una sega mentale di scienziati con velleità
filosofiche, pensando che si tratti di faccende che non interessano nessuno,
e che i "veri problemi" sono quelli di arrivare a fine mese con lo
stipendio, o andare a fare le sfilate per difendere i "diritti
inalienabili", può essere una posizione da rispettare massimamente dal punto
di vista "umano", ma è una posizione miope.

E' come ballare sulla coperta del Titanic pensando che le cose "reali" sono
quelle pareti che ci circondano, mentre la legge di Archimede è una cosa
"lontana", di cui si occupano solo certi apprendisti stregoni.

E d'altra parte sarebbe sbagliato anche farsi prendere dall'ansia
inquisitoria, e mettersi a lanciare delle scomuniche contro queste
"diavolerie", e quei maledetti dei loro sostenitori. Sarebbe come pensare di
sciogliere l'iceberg intimandogli di "pentirsi".

Insomma, qui si fa di tutto tranne l'unica cosa che sarebbe sensata, che è
quella di prendere in mano un bel librone di idrostatica e di
fluidodinamica, se proprio ci si vuole riappropriare del proprio destino.

Lo dico "contro i miei interessi" ;-)

> Senza però rispondere alla tua domanda, non possiamo escludere che la
> punta avanzata della scienza, quella che riesce a "riassumere" in sè più
> cose di qualunque altro campo della scienza, sia poi essenzialmente
> incapace di dar vita ad una autocomprensione dell'attività scientifica,
> dominata com'è dalla passione neopitagorica di vedere numeri laddove altri
> vedono "cose".

Come dicevo prima, se il diamente viene montato in modo opportuno può
tagliare anche il diamante.

> Dedekind e Peano scrivono sostanzialmente gli *stessi* assiomi, solo che
> Peano antepone ai suoi assiomi quattro "explicationes" (le chiama così,
> nel suo latino scientifico sine flexione), che sostanzialmente gli servono
> per *saturare*
> il significato di certi segni, e far sì che la sua struttura assiomatica
> parli *solo* dell'insieme dei numeri naturali, quello che si insegna alle
> elementari. Dedekind questo non lo fa.

E' perché Peano era italiano, e non aveva il coraggio di fare a meno
definitivamente delle "statuine" (if you know what I mean).

> E allora, se persino nel mondo dei numeri si registra questo "contrasto"
> tra "saturazione" ed "insaturazione", vuol proprio dire che sotto
> l'"indifferenza" cui mi riferivo sopra, cova veramente qualcosa di grosso,
> e di rilevante dal punto di vista teorico.

Beh, sì, come dite voi "inquisitori dell'Essere" :-) c'è di mezzo la grossa
faccenda del "nichilismo". Come uno potesse veramente "scegliere il nulla".

--
Saluti.
D.


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Marco V.  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 19 Feb 2006, 22:53
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Marco V." <marvas732...@yahoo.it>
Data: Sun, 19 Feb 2006 22:53:12 +0100
Locale: Dom 19 Feb 2006 22:53
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
"Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org> ha scritto nel messaggio
news:43f89666@newsgate.x-privat.org...

> Infatti, per il teorema di Chaitin, che è poi una formulazione alternativa
> del teorema di Goedel (il teorema di Goedel si ricava dalla
> formalizzazione
> del "paradosso del mentitore", mentre quello di Chaitin si ricava dalla
> formalizzazione del "paradosso di Berry").

Lo stesso Goedel scrive, nella sua introduzione al lavoro del 1931, che la
sua proposizione indecidibile (che parla di non-dimostrabilità e non di
non-verità) "si collega strettamente" al paradosso del mentitore (nonché,
dice, all'antinomia di Richard). Proprio per questo, c'è ovviamente un nesso
strettissimo tra il teorema di Goedel e quello di Tarski. Ci si può spingere
fino al punto di dire che il lavoro di Goedel del 1931 abbia sostanzialmente
anticipato il teorema di Tarski. Una cosa interessante è che Goedel, in una
nota (la [14], vedo), a quella introduzione, scrive che <<ogni antinomia
epistemologica potrebbe venire usata per una analoga dimostrazione di
esistenza di proposizioni indecidibili>>. Non sono sicuro che questa nota di
Goedel risalga effettivamente al 1931 e non sia stata aggiunta dopo, ma in
ogni caso è interessante quel "epistemologica", che in pratica si riconduce
alla bibartizione, effettuata da Ramsey, delle antinomie in "logiche" ed
"epistemiche" (Goedel dice "epistemologiche").

> Te l'ho detto che saresti stato un magnifico bibliotecario, Guglielmo ;-)

Da Baskerville? Ma non provenivo da Burgos?;-).

> Sì, è la punta del diamante, quella che si usa per tagliare anche i
> diamanti.

Già, pare proprio così.

> Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma - come dicevi tu - se non si
> capisce
> qual è la "portata del discorso" sfugge completamente quali sono le grandi
> dinamiche che sono in atto all'interno del cosiddetto "pensiero
> occidentale".

Sì, certo, sono pienamente d'accordo. La "crociata" è inutile. Ed è
inutile - impotente - anche qualora si dovesse avvertire, o magari
"dimostrare", che è in atto una crociata di senso contrario. Come più volte
hai detto tu stesso, nella seconda metà del XIX secolo è accaduto, nella
scienza, *qualcosa*. Prevalentemente, il luogo di questo accadimento fu la
Germania. Questo "qualcosa" è ancora in atto - ed anzi, c'è da credere che
stia quasi tardando a dare i suoi risultati, se si prende come arco di tempo
l'ultimo secolo, lo si divide in due, e si guarda a ciò che è stato fatto.

> E' perché Peano era italiano, e non aveva il coraggio di fare a meno
> definitivamente delle "statuine" (if you know what I mean).

Yes, I do. Quella tra Peano e Dedekind è una differenza densa
di...significato, è proprio il caso di dire. Certo, doveva essere una
"statuina" particolarmente preziosa:-).

> Beh, sì, come dite voi "inquisitori dell'Essere" :-) c'è di mezzo la
> grossa
> faccenda del "nichilismo". Come uno potesse veramente "scegliere il
> nulla".

A volte vien da credere che, semplicemente, siano venute a mancare *le
parole per poter dire ciò che "tutti" vorremmo ancora dire e vorremmo ancora
che fosse detto*. Abbiamo invece una infinità crescente di parole che ci
dicono ciò che non vorremmo che fosse detto. E non solo: abbiamo una
infinità crescente di parole che ci dicono che le parole che vorrebbe che
fossero dette, perché fosse detto ciò che vorremmo, non possono essere
dette. La settima proposizione di Wittgenstein, se non l'ha ancora notato
nessuno, va definitivamente rivisitata così: su ciò che più di ogni altra
cosa vorremmo che fosse detto, si deve tacere.

Questo è per me, e da molto tempo, uno di quei casi paradigmatici in cui è
la "forza" stessa a dirmi che un atto di forza contro quella mancanza, un
voler dire "e basta! *queste*, perdio, sono le parole che tutti vorremmo che
fossero dette, perché dicono le cose che vogliamo che siano vere! diciamole
una buona volta, che diamine!", sia sostanzialmente impotente. Questa è,
essenzialmente, l'*impotenza* che si coglie oggi nel discorso della
religione (perché anche la religione dispone di un discorso, altrimenti
tacerebbe), quando si offre all'uomo come il discorso che dice ciò che
l'uomo vuole che sia detto, dicendogli: "io sto qui e ti dico ciò che tu
vuoi che sia detto. Che aspetti, allora, a farmi tuo?".

Questa è una cosa che *tento* sempre di far capire a chi mi propone la
"fede" dura e pura, quella che dice le cose che, magari, "tutti" si
vorrebbero sentir dire:
tento di far capire la potenza del discorso razionale. Anche la "fede",
quando smuoveva le montagne, era, e si proponeva come, discorso razionale.
Però, se quelle parole ci mancano, e ci manca ciò che quelle parole
saprebbero dire (due sensi differenti di "mancare"; ma anche identici), non
è che ce le possiamo inventare. Dovrebbero essere quelle parole, a
reinventarci. Ma ciò significa, ancora, che non possiamo essere noi ad
inventare le parole che ci reinventino. Potremmo prolungare all'inifnito
questa sequenza, ma falliremmo. Devono essere *loro*.

Un saluto,

Marco


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
qf  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 20 Feb 2006, 07:55
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "qf" <que...@ettore.it>
Data: Mon, 20 Feb 2006 07:55:16 +0100
Locale: Lun 20 Feb 2006 07:55
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
Quando ho un momento di tempo ti rispondo con calma.
Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola
sugli spalti di icfm.
Il concetto di 'indifferente'.
Avevo già osservato, rispondendo a Davide, che tutto il suo ragionamento era
epimenideo, e questa tua citazione del concetto lo dimostra.

La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?
Chi giudica dell'indifferenza non è indifferente per definizione.
Se mi è indifferente chi bussa alla mia porta, l'indifferenza riguarda me
che emetto quel giudizio? Se l'indifferenza si estendesse a tutto (ossia
fosse "assoluta"), allora io non avrei modo di distinguermi da chi bussa
alla mia porta. Ciò perché io sono 'differente' (logicamente) rispetto a chi
*a me* è indifferente.

La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento senza
senso su cui appoggia. Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che,
ripeto, non è affatto 'indecidibile', ma senza senso, perché l'affermante e
l'affermato non hanno la medesima autorità in un sistema intelligente,
mentre in un sistema formale sì, dato che in esso i segni sono i segni
indipendentemente dal livello logico in cui compaiono.

Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronuncuando un non-senso,
dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia esistenza prima
ancora di andare avanti a parlare.

Perché, ripeto, un sistema algoritmico o della zip-religion non sta in piedi
autonomamente? Perché non è dotato di alcuna gerarchia logica, ma solo di
un'architettura grafica, la quale è totalmente priva di significati. Per i
significati è necessaria un'interazione fra soggetti, non uno scambio di bit
graficamente ordinati fra macchine.

E' vero che con le macchine stiamo facendo e faremo meraviglie. Ma lo stiamo
facendo e lo faremo *noi*.
Questo *noi*, che rende insensata (ma istruttiva!) la proposizione
epimenidea e tutto ciò che le si specchia, è "trascendentale" rispetto a
ogni segno, a ogni forma, a ogni grafica. Il principio di senso (fondamento
del *noi*) *genera* ogni possibile tecnica di astrazione, ossia è proiettivo
(centrifugo), non è affatto lo "zip" centripeto di un serbatoio di dati
"indifferente".

"Indifferente" a chi? "Indifferente" in assoluto? E come si differenziano
gli enti nell'ambito dell'"indifferente"?
Lo vedi che che è una metafisica!? Dirò di più: è una religione, una fede.

Vedi cosa succede a non credere al drago del mio garage?
Si cade nel non-senso, come Alice in Wonderland.

Un saluto.
qf

"Marco V."  ha scritto:


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
uahlim  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 20 Feb 2006, 18:09
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: uah...@bynoia.com (uahlim)
Data: Mon, 20 Feb 2006 18:09:39 +0100
Locale: Lun 20 Feb 2006 18:09
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper

Davide Pioggia ha scritto:

> E dove l'hai imparata questa "spregiudicatezza"?

Rasoio di Ockam.

> Avresti avuto gli strumenti
> concettuali per arrivarci, due o tre secoli fa?

Certo.

> > Ma allora cos'è la realtà?
> Vabbe', sono le solite domandone da adolescenti smanettoni:

Infatti in altra forma è' la stessa domanda che ti sei posto tu sulla
metafisicità o meno delle forze newtoniane.

Ovvio che sono fisiche e non metafisiche visto che sono enti che entrano
nella teoria.

L'etere invece era un concetto metafisico, nel senso di inutile.

--
Emilio? Voil'him!
Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 21 Feb 2006, 01:08
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Tue, 21 Feb 2006 01:08:19 +0100
Locale: Mar 21 Feb 2006 01:08
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
qf ha scritto:

> Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola
> sugli spalti di icfm.
> Il concetto di 'indifferente'.

Sì, certo, si può essere entusiasti perché qualcuno mostra di aver compreso
un certo discorso sulla indifferenza.

D'altra parte quel discorso sulla indifferenza non diceva di sé di essere
indifferente, ed in particolare non diceva di sé di essere indifferente al
fatto di poter essere compreso. Anzi, ogni discorso, nel momento in cui
viene espresso, dice implicitamente di sé di voler essere compreso ed
ascoltato, e questo vale anche per un discorso sulla indifferenza.

> Avevo già osservato, rispondendo a Davide, che tutto il suo ragionamento
> era epimenideo, e questa tua citazione del concetto lo dimostra.
> La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?

No, anzi, come ormai dovrebbe essere chiaro, su questa faccenda del
"nichilismo" (per non parlare del "relativismo") si muovono delle "grandi
passioni".

D'altra parte non puoi nemmeno pensare di poter fare l'Epimenide della
situazione ogni volta che nello stesso contesto saltano fuori due aggettivi
opposti. Uno che si mostri entusiasta di parlare della indifferenza non è,
solo per questo, uno che si contraddice. Dovrebbe essere uno che dice di sé
di essere indifferente a tutto, e che si mostri entusiasta di dirlo.

> La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento
> senza senso su cui appoggia.

Negli ultimi settant'anni le migliori teste del pianeta si sono concentrate
tutte sullo studio delle proprietà degli algoritmi, e tu dici che tutte
quelle riflessioni hanno un «fondamento senza senso».

Ma allora tanto vale classificarle come "diavolerie moderne". Tanto una
etichetta vale l'altra.

Intanto quelle cose che hanno un "fondamento senza senso" (e che, in quanto
tali, non dovrebbero nemmeno esistere) si stanno organizzando, e vengono a
bussare alla tua porta. Per quanto tempo puoi fare finta che nessuno stia
bussando? Spero per te che tu abbia la camera da letto lontano
dall'ingresso, e comunque ti consiglio di non mettere oggetti preziosi nelle
vicinanze di quella porta.

> Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che, ripeto, non è
> affatto 'indecidibile', ma senza senso...

Però guarda caso questa cosa senza senso, ogni qualvolta si riesce a
portarla dentro un sistema formale, produce dei "teoremi limitativi". E,
guarda caso, ogni volta che un teorema limitativo ci dice che non è
possibile fare una certa cosa, non solo ci si rende conto che effettivamente
quella cosa nessuno è mai riuscita a farla, ma passano gli anni ed i decenni
e - per quanto ci si provi - nessuno riesce a farla.

Per essere una cosa senza senso, ne dice di cose!

> ...perché l'affermante e l'affermato non hanno la medesima autorità in un
> sistema intelligente, mentre in un sistema formale sì, dato che in esso i
> segni sono i segni indipendentemente dal livello logico in cui compaiono.
> Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronuncuando un non-senso,
> dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia esistenza
> prima ancora di andare avanti a parlare.

Mi sembri uno di quelli che impedire che qualcuno faccia del sesso anale
(che poi a loro cosa gliene frega?) si mettono a gridare in piazza che è una
cosa "contro natura". Ma come fa una cosa che fa un uomo ad essere contro
natura?

Così quando tu parli dei "sistemi formali" sembra che stia descrivendo
qualcosa che non appartiene alla "vera natura umana", ma sia una cosa
"artificiale". Quando invece la "sintassi" è connaturata proprio al
linguaggio, e questo a sua volta è probabilmente l'essenza ultima dell'uomo.

Dunque, quando affermi «io non esisto» per prima cosa non stai dicendo una
cosa senza senso, perché se fosse senza senso tu non capiresti cosa dici, ed
invece capisci benissimo che tu hai detto di non esistere. Al limite avrai
detto una cosa falsa, visto che se sei lì a dire che non esisti dovrai pur
esistere.

Ma a parte questo, anche quando si faccia vedere che un certo "paradosso"
viene fuori da un non-senso, ciò non ti impedisce di metterti a riflettere
su quel paradosso per cercare di capire se lo si possa trasportare
all'interno di un sistema formale, dove ogni singolo ente nominato è
definito in maniera univica, sicché non ci sono non-sensi, ma solo
contraddizioni.

Ma tu qui dici che il "sistema formale" è "arficiale", non è la "vera natura
umana", e allora buonanotte. Tanto valeva dire fin dall'inzio che "sono
tutte diavolerie moderne", così per lo meno risparmiavamo la fatica di dover
pseudo-argomentare.

> Perché, ripeto, un sistema algoritmico o della zip-religion non sta in
> piedi autonomamente? Perché non è dotato di alcuna gerarchia logica, ma
> solo di un'architettura grafica, la quale è totalmente priva di
> significati.

Vabbe', ma tu non stare lo stesso troppo vicino alla porta di ingresso.

> E' vero che con le macchine stiamo facendo e faremo meraviglie.
> Ma lo stiamo facendo e lo faremo *noi*.

Ma io non nego che ci sia un "noi".

Anzi, io ho sempre ammesso che ogni cosa che si dice e che si fa esprime una
certa *volontà*, e che quella volontà ha necessariamente un *soggetto*.

In questo io seguo totalmente il discorso di Marco. Anzi, lo porto più
avanti, perché sono anche il primo a dire che un certo discorso è "vero"
nella misura in cui la volontà che si fa portatrice di quel discorso ha i
mezzi (quasiasi essi siano) per imporsi sulle altre volontà.

Io da sempre vado dicendo che se il tuo Drago Invisibile dispone di milioni
o meglio ancora di miliardi di volontà che sono disposte a qualunque
sacrificio per testimoniarne la verità, allora esso è vero.

Dunque tutto si fonda sulla volontà che le cose stiano in un certo modo, e
la volontà - come sappiamo - richiede un soggetto.

Ora che abbiamo chiarito questo fatto, dovrebbe anche essere chiaro che ci
può essere una volontà che vuole che là fuori nello spazio ci siano dei
pianeti che girano sulle loro orbite, e che la conoscenza sia la conoscenza
di quegli oggetti, ed anche un'altra volontà che vuole che l'esistenza o
meno di quegli oggetti sia tutto sommato indifferente, e che l'atto della
conoscenza si ponga in un altro momento, quando ormai quei cosiddetti
pianeti sono già diventati numeri, e quei numeri vengono poi "compressi".

E' vero che uno potrebbe osservare che ci deve pur essere un momento in cui
qualcuno osserva qualcosa e trasforma quelle sue osservazioni in numeri su
una tabella, ma è anche vero che tutto questo potrebbe venire "liquidato"
limitandosi a dire che "in qualche modo" sono date delle tabelle piene di
numeri. Così nesuno negherebbe che "là fuori" ci sono dei pianeti, ma
semplicemente verrebbe considerato "non rilevante" tutto ciò che non sia la
pura e semplice "elaborazione di (segni) dati". E anche la definizione di
"scienza" subirebbe un analogo destino: non più la "previsione di fatti", ma
la "compressione di dati".

> Vedi cosa succede a non credere al drago del mio garage?

Di quante divisioni dispone il Drago che sta nel tuo garage?

Solo questo conta ai fini della "logica pura". Perché la logica pura è
tautologia, e la tautologia per eccellenza è che esiste ciò che dispone dei
mezzi per esserci e continuare ad esserci.

Detto questo, ti faccio osservare che ora che abbiamo tutti riconosciuto che
il mondo è prodotto dalle volontà che lo vogliono, e che ogni volontà
possiede un soggetto, ora che abbiamo abbiamo posto quel "noi" al centro
della nostra ontologia, proprio perché quel "noi" è diventato esplicito, e
non si specchia più nelle cose che vengono osservate, ma è esso stesso la
cosa che viene osservata, ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è
sul punto di evaporare, come una bolla che può esistere fino a quando
nessuno la tocca. Solo che questo "noi" è ancora più delicato della bolla,
perché non può essere toccato nemmeno con lo sguardo, e sopporta(va) di
essere guardato solo nello specchio della "realtà oggettiva".

Infatti se è vero che è vero ciò che è voluto da un soggetto che ha i mezzi
per (im)porre la sua volontà, allora nessuno può più salvarti dalla
vertigine del... com'è che lo chiamate?, ah, sì, del "relativismo".

--
Saluti.
D.


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
U22  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 21 Feb 2006, 20:56
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "U22" <uventi...@tiscalinet.it>
Data: Tue, 21 Feb 2006 20:56:18 +0100
Locale: Mar 21 Feb 2006 20:56
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper

"Davide Pioggia" ha scritto:

> qf ha scritto:

> > Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola
> > sugli spalti di icfm.
> > Il concetto di 'indifferente'.

> Sì, certo, si può essere entusiasti perché qualcuno mostra di aver
> compreso un certo discorso sulla indifferenza.

Non ho niente contro gli entusiasmi.
Ogni squadra ha i suoi supporter e ogni papa ha i suoi boys. E tutti dicono
di aver capito la verità.
Io mi limito a metterla in discussione, quella verità, specie quando,
manifestando contro l'assoluto, si pone proprio essa come assoluto.

Ho ricordato spesso che, ogni volta che è emerso un nuovo "paradigma", è
stato visto come una verità. Scoperta la meccanica, l'uomo era un
meccanismo, scoperta l'elettricità l'uomo era un circuito elettrico, e così
via fino al biocomputer e, ultimamente, all'algoritmo. In sostanza, ogni
volta che si è riusciti a visualizzare una forma che somigliasse all'uomo (o
a un vivente) o a un suo comportamento tipico, si è detto subito: l'uomo *è*
quella forma, dimenticando magari che, prima di tutto, l'uomo l'aveva
immaginata, rappresentata, formalizzata, e lo ha fatto senza sapere il come,
se non il perché o il fine. Riguardo al fine, per inciso, resta da chiedersi
con quale fine ci si affanna ad affermare che non c'è un fine - il che
rientra nella sfera dell'"indifferenza" e dei suoi paradossi, su cui tornerò
più sotto.

> D'altra parte quel discorso sulla indifferenza non diceva di sé di essere
> indifferente, ed in particolare non diceva di sé di essere indifferente al
> fatto di poter essere compreso. Anzi, ogni discorso, nel momento in cui
> viene espresso, dice implicitamente di sé di voler essere compreso ed
> ascoltato, e questo vale anche per un discorso sulla indifferenza.

Appunto. Ma se il pensiero umano altro non è che un algoritmo di
compressione, esso *è* indifferente per definizione. Però, essendo
indifferente, non può distinguere se stesso dai propri oggetti, quindi è
incomprensibile che non sia indifferente al fatto di non essere compreso e
ascoltato. Allora, o si ammette che vi sia un osservatore non-indifferente -
e dunque non algoritmico e dunque separato da ciò cui è indifferente (il
proprio algoritmicizzare o il suo oggetto) - o la contraddizione si mostra
da sé immediata.

> > La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?

> No, anzi, come ormai dovrebbe essere chiaro, su questa faccenda del
> "nichilismo" (per non parlare del "relativismo") si muovono delle "grandi
> passioni".

Forse interessi che diventano passioni in quanto interessi, non passioni che
diventano interessi in quanto passioni.
A nessuno, credo, può sfuggire la portata politico-economica del movimento
nichilista. Non è "indifferente" che la realtà venga interpretata come
qualcosa di indifferente. Ed è questo il nucleo del paradosso.
Se era questo paradosso quello a cui la cultura occidentale (o almeno
europea) mirava, beh, ora ne sta pagando lo scotto. Infatti, dopo tutte le
battaglie per la libertà di espressione senza se e senza ma, adesso deve
scappare - cioè non essere indifferente - davanti ai fanatici che non
ammettono la satira sui loro simboli. Dunque è indifferente alla satira su
chiunque, ma non indifferente alla reazione di qualcuno. Il che rientra nel
medesimo paradosso. Fosse davvero indifferente, non si farebbe scrupolo di
sparare su chi attenta alla propria libertà di espressione e alla propria
indifferenza così faticosamente conquistata.

> Uno che si mostri entusiasta di parlare della indifferenza non è,
> solo per questo, uno che si contraddice.

Stai dicendo che si può essere entusiasti del profiterol senza mangiarlo o
averlo mai mangiato e dichiarando di essere di quelli che non ne mangiano e
non ne mangeranno mai? Allora di che si starebbe parlando?
La ricetta non è la torta, e non si apprezza la torta dalla ricetta.

> Dovrebbe essere uno che dice di
> sé di essere indifferente a tutto, e che si mostri entusiasta di dirlo.

Certo. Questo sarebbe anche un po' comico.

> > La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento
> > senza senso su cui appoggia.

> Negli ultimi settant'anni le migliori teste del pianeta si sono
> concentrate tutte sullo studio delle proprietà degli algoritmi, e tu dici
> che tutte quelle riflessioni hanno un «fondamento senza senso».

> Ma allora tanto vale classificarle come "diavolerie moderne". Tanto una
> etichetta vale l'altra.

Non mi sono spiegato. Le mie prime equazioni al computer le ho scritte nel
più primitivo dei fortran (allora non c'era altro), ed era dura, te
l'assicuro, dal punto di vista sintattico. E di algoritmi, all'occorrenza,
in C++ o in java ecc. se non più in fortran, ne scrivo tuttoggi quanti me ne
servono.
Ciò che considero senza senso è ritenere che la conoscenza risalga a questo
genere di meccanismi che abbiamo prodotto *noi* facendo salti mortali sul
linguaggio naturale per rinchiuderlo, impacchettarlo, congelarlo e
pietrificarlo, e dopo averlo oggettivato (espiantato) rispetto a una
sorgente che non si lascia affatto né rinchiudere, né impacchettare, né
congelare né pietrificare. Già, perché per tentare di stare minimamente
dietro al linguaggio naturale con un linguaggio formale, i linguaggi di
programmazione - formali per eccellenza che se sbagli non stanno a
discuterne fra te e Marco e Loris e Odifreddi ma ti stangano senza
complimenti - hanno ormai bisogno di revisioni almeno semestrali.
Allora, come mai gli algoritmi sono così friabili o deperibili mentre chi li
genera sopravvive a ogni possibile algoritmo?
Lo spiegano "le migliori teste del pianeta"? O me la raccontano ancora con
la virtus dormitiva, come ai tempi di Molière?

> Intanto quelle cose che hanno un "fondamento senza senso" (e che, in
> quanto tali, non dovrebbero nemmeno esistere) si stanno organizzando, e
> vengono a bussare alla tua porta.

Chi? Gli integralisti islamici o i progettisti della Sun e della Borland?
O quelli che il nichilismo lo praticano senza neppure sognarsi di
teorizzarlo?
Di questi ultimi stai tranquillo che ne ne ho conosciuto a schiere in tutti
gli ambienti. Semplicemente facevano e fanno quel che più gli aggrada alla
faccia di tutti. Poi tu chiamali scettici, indifferenti, relativisti,
nichilisti, ma la zuppa non cambia.
Sempre esistiti. Non sono un'invenzione di Turing o di Church.

Ma le cose senza senso esistono eccome: tutte le cose fuori contesto sono
senza
senso. Lo perdono appunto uscendo dal loro contesto, vedi Epimenide appunto,
che ci insegna proprio questo: che il contesto dell'affermante e quello
dell'affermato non sono miscibili se non per generare paradossi.

> Per quanto tempo puoi fare finta che nessuno stia
> bussando? Spero per te che tu abbia la camera da letto lontano
> dall'ingresso, e comunque ti consiglio di non mettere oggetti preziosi
> nelle vicinanze di quella porta.

In vicinanza della porta ci lascio il computer, che uno vale l'altro. Quello
sì, è indifferente davvero: che tu ci scriva 'violetta' o tu ci scriva
'cacca' a lui non gliene cale. Solo due array di caratteri di lunghezza
diversa.

> > Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che, ripeto, non è
> > affatto 'indecidibile', ma senza senso...

> Però guarda caso questa cosa senza senso, ogni qualvolta si riesce a
> portarla dentro un sistema formale, produce dei "teoremi limitativi".

Lo credo bene! Sei ti dicono "guarda che, se vai di là, cadi in una
scarpata",
tu vai di là o ti fermi?
E certo che saltano fuori dei teoremi limitativi! E però solo perché non ci
si è pensato prima a stare attenti ai diversi livelli (o contesti) logici.
Non si è stati attenti al fatto che il medesimo segno in contesti diversi
assume significati diversi, cosa che al linguaggio naturale non è necessario
ricordare e a quelli artificiali è praticamente impossibile far
"interiorizzare".

> E, guarda caso, ogni volta che un teorema limitativo ci dice che non
>  è possibile fare una certa cosa, non solo ci si rende conto che
> effettivamente quella cosa nessuno è mai riuscita a farla, ma passano
>  gli anni ed i decenni e - per quanto ci si provi - nessuno riesce a
> farla.

Vedi sopra. Mica per niente, come ricorda Marco, quel tale nel 1931 ha
parlato nella sua introduzione della 'liar antinomy'. Di questa parlava -
della sua formalizzazione - non d'altro. Ma ha solo dimostrato che un segno,
definito in un certo contesto, porta al paradosso se espiantato in un altro.
Lo so che è complicato dimostrarlo. Niente più dell'ovvio è difficile da
dimostrare.
Il problema è che far entrare nella logica formale le separazioni dei
contesti - che fanno cambiare significato alle variabili a seconda
dell'oggetto entro cui operano - è appunto praticamente impossibile. Nella
programmazione, i trucchi per cercare di farlo sono innumerevoli, ma con
risultati esilaranti del tipo del correttore grammaticale di word o del
traduttore di google (provare per credere :-)).

> Per essere una cosa senza senso, ne dice di cose!

Certo. Dice perlomeno: è pericoloso sporgersi (dal contesto di definizione
di una variabile).
La programmazione ha appreso così bene la lezione che distingue con molta
attenzione fra variabili locali e variabili pubbliche, e a nessuna di esse
si azzarda a cambiare significato in corso d'opera (come accade invece in
tutti i paradossi e in logiche che non devono rispondere di quello che
fanno, mentre chi scrive software ne deve rispondere).

> > Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronunciando un
> > non-senso, dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia
> > esistenza prima ancora di andare avanti a parlare.

> Mi sembri uno di quelli che impedire che qualcuno faccia del sesso anale
> (che poi a loro cosa gliene frega?) si mettono a gridare in piazza che è
> una cosa "contro natura". Ma come fa una cosa che fa un uomo ad essere
> contro natura?

A
...

leggi tutto


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Davide Pioggia  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 22 Feb 2006, 14:54
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "Davide Pioggia" <epic...@x-privat.org>
Data: Wed, 22 Feb 2006 14:54:11 +0100
Locale: Mer 22 Feb 2006 14:54
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper
U22 ha scritto:

>> ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è sul punto di evaporare,
>> come una bolla che può esistere fino a quando nessuno la tocca.
> Ecco, appunto qui ti aspettavo, a dire che il noi c'è ma invece non c'è.

E' da un po' di tempo che io e Marco stiamo cercando di sviluppare un certo
discorso che - almeno per quello che mi riguarda - dovrebbe cercare di
mostrare che, come è stato detto più volte, "la fede è sempre quella
degli altri".

D'altra parte proprio poche ore fa Marco, rispondendo ad un mio post,
osservava di nuovo che non ha senso parlare di "recupero della fede", perché
nei tempi in cui c'era la "fede" essa non veniva percepita come tale, ma
tutti erano convinti che quella loro "fede" fosse quanto di più
"ragionevole" si potesse pensare. Non c'erano forse i miracoli, e una
infinità di altre evidenze, a testimoniare che le cose stavano
effettivamente in un certo modo?

Questo discorso, volendo, può essere sviluppato anche da un punto di vista
antropologico. Se c'è una cosa che è nota agli antropologi, è che ogni
civiltà è affetta al massimo grado da quello che viene definito
"etnocentrismo". Ogni popolo vive in mezzo ad altri popoli che hanno lingue,
costumi, religioni e leggi diverse, e questo dovrebbe bastare a far
comprendere che tutte quelle strutture "culturali" sono il prodotto di una
certa storia, che è andata in un certo modo, ma avrebbe anche potuto andare
in un altro modo. Eppure a nessun popolo viene nemmeno il lontano sospetto
che valga questo "principio di relatività", ma anzi tutti i popoli si danno
un gran da fare per dirsi e ripetersi ad ogni piè sospinto che gli altri,
con quelle loro strane usanze, sono dei barbari, si esprimono con dei suoni
gutturali, hanno delle leggi orribili e contro natura, eccetera.

La conservazione di questa immagine di sé è talmente importante per ogni
cultura, che se andiamo a vedere l'etimologia dei termini che i vari popoli
usano per riferirsi a se stessi, scopriamo che spesso quei termini
significano semplicemente "uomini", come a dire che ogni popolo riconoscere
solo a se stesso lo status "umano".

Perché è così importante conservare questa immagine a dispetto di ogni
evidenza? Perché se "noi" smettessimo di dire di essere la Civiltà per
eccellenza e cominciassimo a dire di essere - che so, dico un nome a caso -
gli "Occidentali", allora ipso facto riconosceremmo che esistono anche gli
"Orientali", e che se noi Occidentali siamo convinti che Dio abbia parlato
per mezzo di un certo profeta e invece gli Orientali  sono convinti che Egli
abbia parlato atteraverso un altro profeta, è solo perché le nostre vicende
storiche sono andate in un certo modo, e le loro sono andate in un altro.
E così alla fine ognuno di noi può ragionevolmente pensare che se anziché
essere nato qui fosse nato là, sarebbe stato educato ad un culto diverso, ed
avrebbe una certa religione diversa da quella che ha ora.

Questa cosa può sembrare del tutto ragionevole, e conosco anche delle
persone che dicono questo, cioè appunto che essi credono ad una certa cosa
perché hanno avuto una certa educazione, e se ne avessero avuto un'altra
crederebbero altre cose, e alcuni di questi riescono a spingere questo
discorso al punto di pensare che va bene così, e che è giusto che ognuno
creda in ciò che gli hanno insegnato, e che in un qualche modo che noi non
riusciamo neppure a concepire "hanno ragione tutti", ed ognuno fa bene a
pensare che sia assolutamente vero ciò che gli hanno insegnato.

Certo, ce ne sono di persone che ragionano in questo modo, e magari dobbiamo
essere contenti che ce ne siano, perché se in "Occidente" si è risciti a
fermare (almeno in parte) il macello delle guerre di religione è proprio
perché è comparsa una "cultura tollerante", cioè una cultura che consentiva
alle persone di trovare il massimo conforto nelle proprie convinzioni ed
allo stesso tempo le rendeva disposte a riconoscere che si poteva trovare
il massimo conforto anche in convinzioni diverse da quelle proprie, e
persino antitetiche rispetto ad esse.

Come dicevo, questa è cosa buona e giusta, tuttavia se diamo una occhiata
alla storia si ha l'impressione che questa condizione, nella quale una certa
civiltà non concepisce sé stessa come la Civiltà per eccellenza, costituita
dagli unici esseri che sono veramente autorizzati a chiamarsi "uomini", e
detentrice dell'unica Verità, o comunque della autentica capacità di
ragionare in modo corretto sulle cose e sul mondo, questa condizione -
dicevo - sui tempi lunghi mostra di essere "instabile", nel senso che al suo
interno si mettono in moto una serie di forze centrifughe che rendono sempre
più difficile costruire una identità di Sé abbastanza solida da garantire
una qualche forma di "salvezza".

Potrei sbagliarmi, anzi spero di sbagliarmi, perché io non ho nessuna voglia
di uscire domani e trovarmi nel bel mezzo di due opposti schieramenti che si
sparano per decidere su quali testi sia scritta la Verità, tuttavia subito
dopo essersi augurati che le cose possano andare a buon fine per tutti,
bisogna anche avere la lucidità di guardare come vanno le cose e come sono
andate nella storia, e se facciamo questa cosa si ha l'impressione che tutte
le civiltà che sono riuscite a mantenersi compatte per tutte le generazioni
che servono a costruire un "giacimento" non erano del tipo che usavano per
indicare se stesse "un nome fra altri", ma usavano quello che consideravano
per eccellenza il nome dell'Uomo.

Ancora oggi, a retaggio di un passato in cui anche da "noi" si faceva in
questo modo, quando qualcuno è costretto a fare qualcosa che non pare
sopportabile da un essere umano, si dice che «non è una cosa da cristiani»,
e con questo ovviamente non ci si riferisce ad una confessione religiosa fra
tante altre, ma a quella che veniva considerata la condizione umana per
eccellenza.

Dunque, come per costruire un impero economico di solito si devono avere
pochi scrupoli, così per costruire una civiltà avente una identità forte e
solida, che possa dare un senso a tutte quelle vite e tutti quei sacrifici,
pare che si debba avere una certa dose di attegiamenti che - guarda caso -
la nostra civiltà è andata progressivamente rifiutando: etnocentrisimo,
intolleranza, mascheramento dei propri fini, mitizzazione delle proprie
origini, eccetera.

Che cosa hanno in comune tutti questi atteggiamenti che sono stati
progressivamente rifiutati?

Hanno in comune che essi servono a tenere il soggetto, il "noi", fuori dal
cono di luce dello sguardo analitico. Un greco può anche scrivere un libro
spiegando per quale motivo i Persiani abbiano certe strane usanze, e può
persino arrivare a capire che se hanno proprio quelle usanze e non altre è
perché le tappe storiche che hanno dovuto attraversare hanno operato una
certa "selezione" fra tutti i valori possibili, ma se poi quel lucido
sguardo viene rivolto sui Greci, allora bisogna che quel greco abbia
l'assoluta certezza che quel discorso, evidentemente, non vale per i Greci,
i quali fanno quel che fanno perché è "naturale" ed è "giusto" che sia così.

Se invece questo non accade, cioè se nello scrivere quel libro ad un certo
punto il nostro greco si rende conto che vale un principio di simmetria, e
che se ai Greci fa orrore ciò che fanno gli altri popoli allora è
inevitabile che agli popoli faccia orrore ciò che fanno i Greci, e sia gli
uni che gli altri vivono questa cosa nello stesso modo e con le stesse
certezze, allora in quel greco comincerà inevitabilmente ad insinuarsi il
sospetto che una certa convinzione può apparire a chi ne è portatore
assolutamente evidente e giusta e naturale, e vera da sempre e per sempre,
e invece essere solo il frutto di una certa tradizione che è iniziata da
qualche parte in un certo momento, e che prima o poi quel miraggio potrebbe
anche svanire.

In tutto ciò l'aspetto paradossale è che la scoperta da parte di un greco di
quel principio di simmetria, produce una asimmetria! Infatti fra gli altri
popoli non c'è nessun "matto" che sia andato a pensare che tutti quei valori
che appaiono assolutamente naturali e costituenti la natura ultima dell'uomo
possano non essere tali, ma determinati storicamente e persino
geograficamente. Invece fra i Greci c'è un tipo nel quale sta affiorando la
consapevolezza della simmetria, e la consapevolezza della asimmetria produce
appunto una asimmetria!

Anche perché se c'è una malattia che si presta a produrre delle epidemie
quella è la consapevolezza. E' vero che ogni civiltà, nel corso della sua
storia, per sopravvivere, ha messo a punto dei potenti anticorpi per
sradicare sul nascere ogni possibile focolaio di consapevolezza. E questi
anticorpi sono essi stessi parte di ciò che viene percepito come evidente e
assolutamente giusto e vero, come ad esempio il "tabù". Se tu vai a chiedere
ad uno che vive immerso in una certa cultura perché presso quella sua
cultura viga un certo tabù quello è capace di risponderti, che so: «Scusa,
non vorrai mica lasciare che qualche pervertito sia libero di andare in giro
a compiere un atto come quello, il quale è tanto abominevole che una persona
sana non osa nemmeno nominarlo?»

Ecco, questo sì che è un bell'anticorpo. Ma se invece quell'atto viene
tranquillamente nominato nel libri che circolano in piazza, e magari in quei
libri si spiega pure che "noi", per essere stati educati in un certo modo,
troviamo quell'atto assolutamente ripugnante, ma avrebbe anche potuto non
essere così, tant'è che per certi popoli così non è, ecco che il sistema
immunitario comincia a mostrare delle falle, le prime avvisaglie di quella
che potrebbere essere una malattia grave, un sorta di "sindrome da
immunodecifienza acquistita", sicché a quel punto qualunque raffreddore non
riesci più a togliertelo di dosso.

Così di lì a poco ti arrivano addosso quegli animali dei Romani, con le loro
pellacce incolte spesse due dita, che non si
...

leggi tutto


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
U22  
Vedi profilo  
 Altre opzioni 23 Feb 2006, 22:19
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Da: "U22" <uventi...@tiscalinet.it>
Data: Thu, 23 Feb 2006 22:19:21 +0100
Locale: Gio 23 Feb 2006 22:19
Oggetto: Re: epistemologia dello zipper

"Davide Pioggia" ha scritto:

> U22 ha scritto:

>>> ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è sul punto di evaporare,
>>> come una bolla che può esistere fino a quando nessuno la tocca.

>> Ecco, appunto qui ti aspettavo, a dire che il noi c'è ma invece non c'è.

> E' da un po' di tempo che io e Marco stiamo cercando di sviluppare un
> certo
> discorso che - almeno per quello che mi riguarda - dovrebbe cercare di
> mostrare che, come è stato detto più volte, "la fede è sempre quella
> degli altri".

Se io credo di non avere alcuna fede, è evidente che la fede è quella degli
altri.
Ma che si possa non avere alcuna fede è tutto da dimostrare.
Ne riparliamo poi.
E magari chiariamo anche in che consiste il "noi" di cui io ho parlato, che
mi sembra un po' diverso da come tu lo hai letto.

> D'altra parte proprio poche ore fa Marco, rispondendo ad un mio post,
> osservava di nuovo che non ha senso parlare di "recupero della fede",
> perché
> nei tempi in cui c'era la "fede" essa non veniva percepita come tale, ma
> tutti erano convinti che quella loro "fede" fosse quanto di più
> "ragionevole" si potesse pensare.

Su questo mi è difficile essere d'accordo. Se non l'avessero percepita, si
sarebbero viste forse delle cattedrali?
Se c'è un culto, allora è evidente che la fede è percepita come tale (non,
per esempio, come una convinzione scientifica o politica).

> Questo discorso, volendo, può essere sviluppato anche da un punto di vista
> antropologico. Se c'è una cosa che è nota agli antropologi, è che ogni
> civiltà è affetta al massimo grado da quello che viene definito
> "etnocentrismo".

Afferma cioè la propria identità, che si manifesta come differenza, non
certo come in-differenza che lo farebbe sparire subito nell'indistinto.
E questo nessuno lo vuole, neppure i paladini dell'indifferenza, dello
scetticismo, del relativismo ecc. ecc. Ma non lo vogliono neppure quelli del
"siamo tutti uguali che più uguali non si può", tanto che per affermarlo
fanno fuori quelli che si azzardano a non essere proprio uguali-uguali.

> Ogni popolo vive in mezzo ad altri popoli che hanno lingue,
> costumi, religioni e leggi diverse, e questo dovrebbe bastare a far
> comprendere che tutte quelle strutture "culturali" sono il prodotto di una
> certa storia,

Certo che è così. Tanto è vero che tutti quei popoli hanno cara la loro
storia. Magari un po' romanzata, ma è sulla loro storia (sulle loro radici)
che affermano la loro identità. Una per tutte quella delle Sacre Scritture.
Poi si sa: la mia storia è più bella della tua così come il mio papà è più
bravo del tuo. Se appartengo a qualcosa, dovrei forse buttarlo giù? Non
sarebbe antropologically correct :-) Anzi, gli psic direbbero che è sintomo
di depressione.

> Eppure a nessun popolo viene nemmeno il lontano sospetto
> che valga questo "principio di relatività",

Ma chi l'ha detto? Il fatto di essere il centro di se stessi - e non si può
essere altrove - cosa ha a che fare con la relatività?
Da un punto di vista *esterno* a qualunque popolo si può ragionare in
termini di riferimenti equivalenti (o "indifferenti"), ma, stando dentro a
un popolo, lo si può pure "dire", ma che quella "relatività" possa essere un
"vissuto", e non solo una nozione astratta, ci credo come credo che si possa
parlare una lingua qualunque "indifferentemente". In astratto, le lingue
sono tutte equivalenti, ma la tua lingua madre nessuno te la leva dal
cervello e dall'anima, neppure se fai l'apolide e il globe trotter.
Voglio dire: la relatività è una bella cosa, ma siamo concreti. Io non posso
prendere un riferimento (neppure fisico) che non mi riguarda, che è altrove,
in cui io "non ci sono". Che senso avrebbe?
Il mio drago, infatti, non è di razza cinese, ma è un comunissimo drago di
tradizione europea, con la sua brava diffidenza nei confronti dei sangiorgi.

> La conservazione di questa immagine di sé è talmente importante per ogni
> cultura,

Ci mancherebbe che non lo fosse.
Le differenze oggettive che hanno portato la storia a costruire una cultura
per quello che è rispetto alle altre, verrebbero meno, e quindi verrebbe
meno la storia stessa. Si avrebbe una totale perdita di senso con la perdita
di (storia e di) identità.
E questo è vero per un popolo come per un singolo. Privalo della memoria - e
della centralità della sua memoria - e di fatto lo hai ucciso. Avresti
definito infatti uno stato confusionale di assoluta gravità.

> Perché è così importante conservare questa immagine a dispetto di ogni
> evidenza?

Di quale evidenza? Del fatto che io sono diverso da te e lo affermo? E che
non intendo essere meno che il centro di me stesso e non intendo fare di te
il centro di me stesso (come popolo o come individuo, fa lo stesso)? Sarebbe
ben assurda una simile abiura alla propria identità solo perché si sa che ne
esistono altre.

> Perché se "noi" smettessimo di dire di essere la Civiltà per
> eccellenza e cominciassimo a dire di essere - che so, dico un nome a
> caso -
> gli "Occidentali", allora ipso facto riconosceremmo che esistono anche gli
> "Orientali",

Ma guarda che non lo ha mai negato nessuno.
In particolare, il mio "noi" non si riferiva affatto agli Occidentali, ma
all'umanità, dato che, fino a prova contraria, la tecnologia
dell'informazione è opera umana e non dei criceti.
Però vedi, proprio tu che mi vieni a fare tutto questo discorso hai subito
pensato agli Occidentali mentre a me non era neppure passato per
l'anticamera della mia scheda madre di fare una simile distinzione.

> E così alla fine ognuno di noi può ragionevolmente pensare che se anziché
> essere nato qui fosse nato là, sarebbe stato educato ad un culto diverso,
> ed avrebbe una certa religione diversa da quella che ha ora.

Che è la parafrasi di una battuta di Cartesio.
Quindi figurati se io non sono d'accordo.
Ma non era neppure nel contesto della mia risposta tirare in ballo una
questione simile.
Il opponevo il "noi" (esseri umani) all'"algoritmo", non qualche area del
globo a qualche altra o un dio a un altro dio.
Dicevo anche che tutta questa storia dell'algoritmo l'abbiamo inventata
proprio "noi", così come abbiamo inventato l'elettricità ecc. (per dire poi
che l'uomo è un automa elettrico) ecc. ecc. ecc.
Immagino che quando si è scoperto il caffè qualcuno abbia stabilito che
l'uomo è fatto di caffè, dato che al mattino, senza caffè, è incapace di
risorgere (dimostrazione oggettiva della verità dell'assunto, sia della
verità che l'uomo è puro caffè, sia della verità della resurrezione). Ma
sorge un grave dubbio: quale miscela? E l'eresia del surrogato d'orzo sarà
mai tollerata?

> Questa cosa può sembrare del tutto ragionevole, e conosco anche delle
> persone che dicono questo, cioè appunto che essi credono ad una certa cosa
> perché hanno avuto una certa educazione, e se ne avessero avuto un'altra
> crederebbero altre cose, e alcuni di questi riescono a spingere questo
> discorso al punto di pensare che va bene così, e che è giusto che ognuno
> creda in ciò che gli hanno insegnato, e che in un qualche modo che noi non
> riusciamo neppure a concepire "hanno ragione tutti", ed ognuno fa bene a
> pensare che sia assolutamente vero ciò che gli hanno insegnato.

Assolutamente ragionevole. E certo che hanno ragione tutti!
Questo però non toglie che io sono io, e che quindi la relatività non
c'entri per niente, se non si guarda il mondo "dalla parte di Dio".  E
nessuno lo fa, anche se crede di farlo (lo fa un buon drammaturgo, ma solo
sulla carta; poi quando scopa lo fa da parte propria, e non dalla parte di
Dio).
Ciò che ha senso, per noi, è l'interazione per quello che noi siamo e per
quello che l'interlocutore è, senza mai confonderci con lui.
*Relazione* dunque, non "relatività". In ogni punto del cosmo ci sono le
interazioni che ci sono (tanto per guadagnarmi altri punti per il premio
Lapalisse), e se su Marte la vedono diversamente da me, buon pro gli faccia;
non per questo cambierò le mie abitudini alimentari.
Allora - se si parla di relazione e non di relatività - le cose acquistano
concretezza e quindi senso. Per i popoli come per gli individui.
Ma te lo immagini un popolo che dice (e pratica) "io non sono niente di
diverso e non merito niente di speciale perché tutto il mondo è paese"? Ma
fammelo vedere che te lo invado subito con le mie divisioni di draghi e lo
metto al lavoro per me che mi ritengo appena un po' speciale!
(Beh, visto che hai tirato in ballo l'Occidente, forse è proprio quello che
l'Europa sta facendo nel suo crescente buonismo: si è messa dalla parte di
Dio senza essere Dio, quindi l'ultimo dei beduini se la mangerà.)

> Certo, ce ne sono di persone che ragionano in questo modo, e magari
> dobbiamo
> essere contenti che ce ne siano, perché se in "Occidente" si è risciti a
> fermare (almeno in parte) il macello delle guerre di religione è proprio
> perché è comparsa una "cultura tollerante", cioè una cultura che
> consentiva
> alle persone di trovare il massimo conforto nelle proprie convinzioni ed
> allo stesso tempo le rendeva disposte a riconoscere che si poteva trovare
> il massimo conforto anche in convinzioni diverse da quelle proprie, e
> persino antitetiche rispetto ad esse.

Già! Infatti con questo buonismo i problemi li abbiamo proprio risolti. Noi
che ci siamo conquistati col sangue, come già dicevo, la possibilità di fare
la satira anche sull'imperatore, dobbiamo tacere davanti al beduino di cui
sopra. E qui il "noi" inteso come Europa ci sta proprio.

...

leggi tutto


    Rispondi all'autore    Inoltra  
Devi eseguire l'accesso prima di poter postare i messaggi.
Per pubblicare un messaggio è necessario, innanzitutto, partecipare a questo gruppo.
Aggiorna il tuo nickname nella pagina delle impostazioni dell'iscrizione prima di postare i messaggi.
Non sei autorizzato a postare messaggi.
Fine dei messaggi
« Torna alle discussioni « Argomento più recente     Argomento meno recente »

Crea un gruppo - Google Gruppi - Home page di Google - Termini di servizio - Norme sulla privacy
©2009 Google