Ho già avuto modo di illustrare più volte in questo ng gli elementi della teoria della complessità algoritmica, per cui non starò a ripetere cose che ho già detto e che si possono facilmente ritrovare con Google. Mi limiterò invece a mostrare come questa impostazione riesca ad includere gli aspetti più interessanti del falsificazionismo popperiano, evitando al contempo certi limiti di quest'ultimo.
Possiamo partire proprio da alcune considerazioni preliminari sul falsificazionismo, osservando che Popper non è in grado di definire in modo rigoroso *che cosa* debba essere "falsificato". Supponiamo ad esempio che una certa teoria preveda che accada un certo evento, e che quell'evento - per quanto ne sappiamo indipendentemente da quella teoria - possa anche non accadere. In tal caso ciò che risulta falsificabile è una certa "previsione".
Ma sono sempre e solo le previsioni a dover risultare falsificabili? Se è così, che ne è delle teorie ci parlano della orgine dell'universo, del nostro pianeta, o della vita sul nostro pianeta? Sono tutte non-scienze?
Non solo, ma ormai da più di un secolo la fisica si è resa conto che la stragrande maggioranza dei fenomeni, pur essendo "deterministici", non sono affatto "prevedibili", a causa della nota faccenda della "sensibilità alle condizioni iniziali". Ebbene, che ne è in questi casi della possibilità di formulare delle previsioni? Dobbiamo forse liquidare come non-scientifica anche la teoria del caos?
Mentre riflettiamo su questi problemi, proviamo a considerare un caso semplice come quello del moto dei pianeti, e vediamo come esso verrebbe affrontato dal punto di vista dello "zipper".
Immaginiamo dunque il signor Keplero, che stende sul suo tavolo una enorme quantità di tavole raccolte per anni da Tycho Brahe, le quali descrivono la posizione dei pianeti rispetto alla Terra giorno dopo giorno.
Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei moti circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!
Questo per quel che riguarda la forma dell'orbita. In seguito Keplero scopre anche un modo per "comprimere" l'informazione sul moto dei pianeti sull'orbita, e qualche anno dopo è anche in grado di confrontare fra loro i periodi dei vari pianeti.
Alla fine Keplero enuncia le sue famose tre leggi:
1) i pianeti si muovono su delle ellissi aventi il Sole in uno dei fuochi;
2) il raggio che unisce un pianeta al Sole descrive aree uguali in tempi uguali (= velocità areolare costante);
3) il rapporto fra il quadrato dei periodi e il cubo del semiasse maggiore di ogni orbita è costante per ogni pianeta (questa legge Keplero la pubblicò nel 1619, e fu questa la vera "mela" di Newton).
Ora, a che ci servono queste tre leggi?
Ci servono perché disponendo di esse, di un calcolatore (ma basta anche un foglio ed una matita con un po' di tavole logaritmiche) e conoscendo la posizione e la velocità di ogni pianeta in un certo giorno di un certo anno, noi siamo possiamo anche buttare via tutte le voluminose tavole di Brahe, perché con quei pochi dati che stanno in un paio di foglietti siamo in grado in ogni momento di *ricostruire* tutte le tavole di Brahe. Quelle tre leggi definiscono quindi un "algoritmo" che ci consente di produrre tutte quelle tavole.
Ecco dunque cosa abbiamo fatto: abbiamo "zippato il file" in cui stavano tutte le migliaia e migliaia di numeri faticosamente raccolti e trascritti da Brahe e da altri che erano venuti prima di lui. Anziché andarcene in giro con tutte quelle tavole di dati, possiamo tenere in tasca un paio di foglietti ed una matita, e se qualcuno vuol sapere dove si trovava rispetto alla Terra il pianeta Marte un certo giorno di sei mesi prima, quando Brahe lo aveva osservato riportando scrupolosamente la posizione sulle tavole, noi senza nemmeno consultare quelle tavole facciamo due conticini e glielo diciamo seduta stante.
Già qui possiamo fare un primo confronto con quanto dicevamo sul falsificazionismo popperiano.
Osserviamo infatti che finora non abbiamo mai parlato di "previsioni", ma ci siamo limitati a descrivere ciò che già avevamo osservato. Non abbiamo nemmeno parlato di "cause", cosa che lasceremo fare fra qualche annetto a Sir Isaac Newton. A noi basta descrivere i dati già osservati, e non siamo interessati né alle cause né alle previsioni.
Eppure non si può certo dire che non abbiamo fatto una scoperta, che non sappiamo qualcosa di più di quel che sapevamo prima. Ora infatti sappiamo che un certo insieme di dati osservati possono essere zippati in un certo modo. Prima non lo sapevamo, ora lo sappiamo. Non è forse questa una *conoscenza*? Quando ancora non lo sapevamo, non eravamo riusciti a zippare i dati, ora invece sappiamo come fare, e lo possiamo fare. Dunque ora *sappiamo* qualcosa di più, anche se per ora non abbiamo fatto altro che riscrivere diversamente qualcosa che già avevamo osservato.
Come si fa a "falsificare" una descrizione che - proprio per come è costruita - è fatta in maniera tale da descrivere ciò che si è già osservato?
Già, è vero, però è anche vero che quelle nostre tre leggi pretendono di poter fare molto di più che limitarsi a descrivere ciò che ha già osservato e scritto Brahe. Noi infatti potremmo utilizzare il nostro "algoritmo" anche per calcolare la posizione e la velocità di tutti i pianeti anche in quei giorni o persino quelle ore che non sono riportate sulle tavole di Brahe. E se qualcuno volesse sapere dove si trovava rispetto alla Terra il pianeta Marte il giorno in cui fu pugnalato Cesare dai congiurati, noi sapremmo dirgli anche quello, sebbene allora le tavole di Brahe non esistessero neppure.
Ma allora non possiamo più fare finta di non vedere il passo successivo, che è quello di fare delle *previsioni* sulla posizione dei pianeti nei giorni, mesi e anni futuri. E quelle previsioni saranno "falsificabili", sicché potremo dire di aver fatto della "scienza".
Ma è per questo che il nostro risultato è "scientifico"?
Se noi avessimo raccolto una astronave proveniente dallo spazio, ultimo relitto di un lontano sistema solare distrutto dalla esplosione della propria stella, e se su quella astronave avessimo trovato le tavole astronomiche del moto di quei pianeti fino al momento dell'esplosione, quando fossimo riusciti a zippare tutti quei dati su certe ellissi percorse a velocità areolare costante eccetera, ebbene in quel caso il fatto di non poter più utilizzare quello "zip" per fare delle "previsioni" avrebbe forse relegato il nostro lavoro nella non-scienza?
Più in generale, non possiamo forse dire di aver scoperto qualcosa ogni qualvolta riusciamo a "comprimere" un gran mole di dati un algoritmo di dimensioni ridotte che è in grado di riprodurre tutti quei dati, e questo a prescindere dalla possibilità di fare delle "previsioni"?
Certo, come dicevamo poco fa nel caso del moto dei pianeti la possibilità di "comprimere" è strettamente legata alla possibilità di "prevedere". Infatti se a partire da oggi i pianeti del nostro sistema solare cominciassero a ballare la rumba e il cha cha cha attorno al Sole, noi non potremmo più aggiungere quei dati al nostro "file compresso" usando lo stesso zipper, ma dovremmo scrivere la posizione di ogni pianeta ora per ora, minuto per minuto, fino a quando non si trovasse un altro modo per zippare quello strano moto. E se poi non si trovasse alcun modo di zippare quel moto, il nostro file continuerebbe a crescere indefinitamente, finché diverrebbe del tutto ingestibile, e a quel punto il fatto di aver potuto zippare i primi miliardi di anni di vita del sistema solare non ci sarebbe più di alcuna utilità, perché il file sarebbe comunque divenuto troppo grande.
Dunque il moto dei pianeti è uno di quei casi in cui per poter zippare bisogna anche poter prevedere, perché il metodo di "compressione" riceve continuamente dei nuovi dati da appendere al file zippato. Se invece non si trova un modo di zippare i dati, allora il nostro tentativo di compressione fallisce. Ma fallisce perché non zippa più, o perché è stato "falsificato"?
Teniamo presente che nessuno fino a qui ha preteso di dire qualcosa su cosa accadrà nel futuro. Nel futuro ci potrebbe anche essere una bella esplosione come quella che è capitata nell'altro sistema solare. Non lo sappiamo, e nessuno pretende di saperlo. Nessuno va a casa di Sir Karl Popper ad avanzare pretese su cosa accadrà nei prossimi giorni o nelle prossime ore. Semplicemente ci si limita a raccogliere dati, e si va a vedere se si trova per essi un metodo di "compressione". E più riusciamo a comprimerli, più possiamo dire di "sapere" delle cose (se non altro sappiamo come si fa a comprimere quei dati). Se poi non riusciamo più a comprimere i nuovi dati osservati, allora vuol dire che il nostro "sapere" non si estende fino alla "compre(n/s)sione" dei dati attuali. Va bene, ma resta il fatto che certi dati siamo riusciti a comprimerli, e quello è "qualcosa che sappiamo".
Non è forse "oggettiva" la conoscenza di un metodo per comprimere certi dati, a prescindere dal fatto che essi siano o meno "previsti"?
Supponiamo che domani sui giornali salti fuori che un certo filologo ha scoperto certe "regolarità" nella Divina Commedia, ed è riuscito a scrivere un programmino di poche righe che se fatto girare su un computer produce come output l'intera Divina Commedia. Certo, uno potrebbe "barare" e mettere sul computer anche la Divina Commedia. E allora noi, per essere sicuri che non ci siano trucchi, consegniamo un computer che abbia una memoria complessiva molto minore dello spazio che sarebbe richiesto per codificare tutta la Divina Commedia lettera per lettera. Ma, nonostante questo nostro
> ... > Se poi Newton su questa "ottimizzazione della zippatura" ci ha voluto > costruire una metafisica di "forze" e di "cause" sono affari suoi. Non posso > impedire che lo zipper che sta sul mio pc abbia una sua religione sul > proprio ruolo nell'universo del pc, e se vuole può persino credere di avere > un'anima immortale che sopravviverà il giorno in cui si guasterà il disco > rigido. Questi sono affari suoi: a me interessa solo che quel programma > faccia un buon lavoro di zippatura. Se lo fa, allora dico che è uno zipper, > altrimenti niente, non zippa, il che è come dire che dopo che un certo file > l'ha analizzato quel programma non ne sappiamo più di prima.
Ci giri intorno, ci giri in torno, come una falena al fanale. Dimmi che la scienza può fare a meno della realtà metafisica!
> Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei > moti > circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in > quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande > intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il > Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!
Vedo le virgolette, ma la compressione è una cosa concettualmente diversa. Qui si tratta di *astrarre* un concetto da una congerie di dati, concetto che *li ordina* (mette in evidenza la loro struttura). E' un processo "standard" della mente, non solo umana. In sostanza, la cosiddetta esperienza consiste proprio in questo: astrazione (induttivo-deduttiva). Nella compressione, in sostanza, ci si limita a sostituire con un segnalibro i blocchi ricorrenti, e quindi a scriverli una sola volta. E' un processo molto diverso. Vero che entrambi i processi risparmiano spazio di memoria, ma il secondo molto meno del primo. Per di più l'astrazione crea diversi livelli logici, cosa che la compressione non fa. La compressione non è tenuta a "capire": è un processo puramente grafico.
> Ecco dunque cosa abbiamo fatto: abbiamo "zippato il file"
Un file zippato, per poter essere usato, va dezippato. Le leggi di Keplero invece si usano così come sono: basta assegnare un valore alle variabili.
> Già qui possiamo fare un primo confronto con quanto dicevamo sul > falsificazionismo popperiano.
> Osserviamo infatti che finora non abbiamo mai parlato di "previsioni", ma > ci > siamo limitati a descrivere ciò che già avevamo osservato. Non abbiamo > nemmeno parlato di "cause", cosa che lasceremo fare fra qualche annetto a > Sir Isaac Newton. A noi basta descrivere i dati già osservati, e non siamo > interessati né alle cause né alle previsioni.
Il "noi" è un plurale maiestatis? :-) Nessuno farebbe ricerca - nessuna mente farebbe astrazioni - se non con il fine di dominare meglio la realtà circostante, e cioè proprio per fare delle previsioni. Inoltre noi sappiamo bene che, se conosciamo le cause di un fenomeno, le nostre previsioni funzioneranno, altrimenti il semplice estrarre una legge dai dati (senza curarsi delle cause) ci costringe a non fidarci e a mettere in campo il fato. E anche mettere alla porta il fato è una tendenza spontanea delle menti (umane o no): la scienza e in genere la conoscenza hanno questa motivazione.
> Eppure non si può certo dire che non abbiamo fatto una scoperta, che non > sappiamo qualcosa di più di quel che sapevamo prima. Ora infatti sappiamo > che un certo insieme di dati osservati possono essere zippati in un certo > modo. Prima non lo sapevamo, ora lo sappiamo. Non è forse questa una > *conoscenza*?
Con la remora che tu hai posto, che cioè le cause non interessano, non si è acquisita alcuna conoscenza. Senza che l'astrazione abbia visto delle cause, oltre che delle ricorrenze e una loro logica "grafica", siamo ancora e sempre davanti soltanto a informazione, che non è conoscenza. Senza che noi abbiamo scavato delle cause, quei dati, sempre limitati, solo per avventura possono aver portato a certe conclusioni. Mai potremmo, in tal caso, azzardarci a progettare neppure una caffettiera, oppure dovremmo costruirne migliaia a caso e poi "zippare" (senza comunque la garanzia che poi la caffettiera "zippata" funzionerà). E non mi pare che la scienza, fino a oggi, abbia funzionato così. Non avrà trovato le cause ultime, ma i suoi bravi *perché* li ha scritti e usati. La caffettiera fa il caffè *perché*... (lunga lista). Il processo mentale di astrazione, a mio parere, non è un processo "grafico" di raccolta di ricorrenze, ma è la costruzione di un *simulatore dinamico* dei fenomeni, tant'è vero che spesso basta un evento (o pochi dello stesso tipo) per formare in noi la reazione corretta. Il *simulatore* ha poi in realtà una struttura complementare rispetto al fenomeno esaminato, perché è fondato sul (finalizzato al) reagire correttamente in presenza del fenomeno. E il *simulatore* mentale, anche quando si basa solo sul "come" anziché sul "perché", tuttavia implica perlomeno che si creda alla presenza di un "perché", altrimenti, ripeto, di fatto affronteremmo la realtà come una scommessa totalmente al buio. Il che non mi risulta che accada per nessuno. Se fai riferimento alla MQ, che si dice vada accettata senza la pretesa di capire, io, nel mio piccolo, penso invece che i relativi "perché" saranno capiti. Questione di tempo. E di intelligenza. Non di capacità grafico-informatiche.
> Come si fa a "falsificare" una descrizione che - proprio per come è > costruita - è fatta in maniera tale da descrivere ciò che si è già > osservato?
Una descrizione non si falsifica per definizione, perché, in quanto mera descrizione, non *significa* niente. Il significato risiede nelle cause, non nel fatto che da un accrocchio di materiali to', guarda, esce il caffè! Solo se la descrizione fosse la sintesi grafica di infiniti fatti (di tutti i fatti possibili) potremmo considerarla affidabile senza bisogno di conoscere le cause. Ma questo è impossibile. Invece, ripeto, talvolta bastano pochi fatti per fornire dei "perché" ottimanente affidabili. Tant'è vero che il caffè lo bevi anche tu, e te lo servono in una tazza *perché*..., altrimenti non dovresti lamentarti se te lo versano sul tavolo e ti dicono "lecchi, signore, dato che la tazza non ha un perché" :-) Ma tu puoi provare infiniti oggetti di forma qualunque e arrivare alla conclusione che per il caffè ci vuole la tazza, e fregartene del "perché". Ma faresti male, perché con il tè ti ritroveresti daccapo. E non c'è solo il tè: c'è la camomilla, il cappuccino, le tisane, il vino, l'acqua e la coca-cola e anche la pepsi-cola e l'amaro lucano. Avresti quindi bisogno, per sapere il da farsi in ogni circostanza, di più infiniti di quanti, Cantor, ne sogna la tua filosofia :-)
> Ma allora non possiamo più fare finta di non vedere il passo successivo, > che > è quello di fare delle *previsioni* sulla posizione dei pianeti nei > giorni, > mesi e anni futuri. E quelle previsioni saranno "falsificabili", sicché > potremo dire di aver fatto della "scienza".
La falsificabilità, come mi sembra chiaro anche dal passo di Popper che tu stesso hai riportato in un altro thread, non riguarda in sé l'esperimento, altrimenti confonderemmo la falsificabilità con la verificabilità. Riguarda il fatto che una teoria sia posta senza che si possa neppure *pensare* di metterla in discussione. In altre parole: non è falsificabile una petizione di principio in cui neppure i termini possono essere definiti. Detto in modo ancora più grezzo: non è falsificabile quando mette in condizione di non sapere cosa dire, se non prenderla per buona o rifiutarla senza altre alternative e senza poter neppure discutere nel merito. Non andrei oltre nell'interpretare il criterio di falsificabilità.
> Se noi avessimo raccolto una astronave proveniente dallo spazio, ultimo > relitto di un lontano sistema solare distrutto dalla esplosione della > propria stella, e se su quella astronave avessimo trovato le tavole > astronomiche del moto di quei pianeti fino al momento dell'esplosione, > quando fossimo riusciti a zippare tutti quei dati su certe ellissi > percorse a velocità areolare costante eccetera, ebbene in quel caso il > fatto > di non poter più utilizzare quello "zip" per fare delle "previsioni" > avrebbe > forse relegato il nostro lavoro nella non-scienza?
No, avremmo imparato un algoritmo; ne sapremmo di più sui moti celesti; sapremmo che magari non ci sono solo orbite ellittiche ma anche quadrate, e quindi avremo allargato i nostri orizzonti in vista di viaggi futuri. Avendo poi davanti un *fatto* (un'astronave con le sue mappe), perché mai dovremmo buttare i dati che ci possono fornire? Solo perché il sistema da cui provengono non c'è più? (Come minimo, salta fuori una playstation in cui uomini dei mondi dalle orbite ellittiche si battono a suon di sillogismi contro uomini dei mondi dalle orbite quadrate.)
> Più in generale, non possiamo forse dire di aver scoperto qualcosa ogni > qualvolta riusciamo a "comprimere" un gran mole di dati un algoritmo di > dimensioni ridotte che è in grado di riprodurre tutti quei dati, e questo > a > prescindere dalla possibilità di fare delle "previsioni"?
Impariamo qualcosa se cerchiamo la *comprensione*, non la "compressione". E la comprensione non serve solo alla previsione, ma anche a strutturare la mente, a metterla in condizione di estendere i propri orizzonti, ossia a metterci in condizione di muoverci in un territorio più ampio.
> Ma perché tirare il collo in questo modo ai termini? Perché > dobbiamo per forza far coincidere la "previsione" con la "scienza"?
Semplice: altrimenti la scienza non serve a niente. Non solo a far meglio domani, ma neppure a farci prevedere la sua stessa utilità domani (quindi mai). Come vedi, Epimenide è sempre in agguato :-)
> Ma c'è soprattutto un altro problema che investe pienamente > l'epistemologia > "falsificazionista" e dal quale invece è immune quella "dello zipper". > Infatti come abbiamo visto nel thread su Popper il falsificazionismo alla > fine si trova a dover ricorrere, in un modo o nell'altro, a "come stanno > veramente le cose", cioè ad realtà che sta "là fuori" ed è oggettivamente > quel che è.
Non necessariamente. Così confondiamo verificazionismo e falsificazionismo.
> Invece dal punto di vista dello "zipper" tutto ciò che serve è una > sequenza > di "dati", cioè - alla fine - di segni. Ora uno potrebbe obiettare: «Ma tu > per dire che quelli sono "segni" devi pur sempre presupporre che essi > siano > oggetti che "stanno per qualcos'altro", dunque anche tu devi ipotizzare > una > "realtà esterna oggettiva" di cui quei dati sono il
> Nella compressione, in sostanza, ci si limita a sostituire con un segnalibro > i blocchi ricorrenti, e quindi a scriverli una sola volta. E' un processo > molto diverso.
Non è molto diverso, invece. Entrambi sono simili al processo di nominazione, ad esempio quando associamo un insieme di immagini simili come causate dallo stesso ente stiamo comprimendo, la chiamiamo realtà.
Il processo inverso invece è la realtà virtuale, la creazione di immagini comprimibili e spiegabili come causate da un ente.
Anche lo zip cerca una struttura ed ordina i dati secondo quella struttura.
Il processo è proprio quello di cercare strutture ricorrenti e di sostituirle con dei segnalibri.
No, la diversità è solo apparente, i processi sono molto simili invece.
Tra l'altro è una balla quella della versione del sistema tolemaico che non riusciva ad essere accurato, in realtà la compressione del sistema tolemaico con i cerchi teneva conto anche di effetti di secondo ordine della teoria di Newton, perchè aggiungendo moti circolari a moti circolari avevano in pratica sviluppato i moti periodici in una specie di serie di Fourier.
E' vero pero' che la semplificazione non accurata di Keplero permise di buttare l'acqua sporca e tenere il bambino e di evidenziare una regolarità diversa legata alla posizione del sole e dei pianeti e di formulare la legge di gravitazione universale.
-- Emilio? Voil'him! Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.
questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it
> Immaginiamo dunque il signor Keplero, che stende sul suo tavolo una enorme > quantità di tavole raccolte per anni da Tycho Brahe, le quali descrivono la > posizione dei pianeti rispetto alla Terra giorno dopo giorno. > Keplero tenta disperatamente di disporre tutti quei dati a formare dei moti > circolari, o delle combinazioni di moti circolari, ma tutti quei dati in > quel modo non si lasciano "comprimere". Finché egli non ha la grande > intuizione: provare a disporre i pianeti su delle *ellissi* che hanno il > Sole in uno dei loro fuochi. E - sopresa - l'idea funziona!
Bravo, immagina, perchè le cose NON sono andate cosi', i dati si lasciavano comprimere eccome dalla teoria dei moti circolari che composti tra loro formavano uno sviluppo in serie di Fourier che cominciavano persino a tener conto di effetti di secondo ordine della teoria di Newton, il problema è che a loro volta tutto questo insieme di moti circolari uno dentro l'altro cominciava a prendere la forma del caos.
Invece con un'operazione niente affatto popperiana, buttando al macero una teoria più adeguata, si cerco' una teoria più elegante ma meno accurata.
Questo passaggio ebbe l'effetto di buttare via l'acqua sporca senza il bambino ed evidenziare la relazione tra posizione del sole, posizione del pianeta ed orbita, eliminando gli effetti di second'ordine della interazione reciproca tra i pianeti.
Questo consenti' di sviluppare una teoria newtoniana niente affatto metafisica (le forze sono di nuovo etichette che comprimono e riassumono fatti ossia comportamenti) e di recuperare con tale semplificazione l'acqua sporca buttata via prima.
La teoria tolemaica stava in pratica scoprendo le leggi universali dei moti periodici, la teoria newtoniana invece quella dei moti gravitazionali, il sistema solare e' un sistema soggetto sia a moti periodici che gravitazionale, donde i due sistemi.
Ma fu un miracolo che si ebbe l'accortezza di voler abbandonare lo studio delle leggi dei moti periodici poi comunque ripreso per ottenere quelle della gravitazione.
E tale miracolo avvenne anche grazie ad un approccio metafisico ed estetico alla fisica, ad una forzatura del principio del rasoio di Ockam fregandosene invece un po' troppo forse dell'accuratezza rispetto ai dati sperimentali.
In quel caso ando' bene fare cosi'.
-- Emilio? Voil'him! Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.
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> Bravo, immagina, perchè le cose NON sono andate cosi', i dati si > lasciavano comprimere eccome dalla teoria dei moti circolari che composti > tra loro formavano uno sviluppo in serie di Fourier che cominciavano > persino a tener conto di effetti di secondo ordine della teoria di Newton, > il problema è che a loro volta tutto questo insieme di moti circolari uno > dentro l'altro cominciava a prendere la forma del caos.
E a te una cosa che "comincia a prendere la forma del caos", perché per riprodurla ti ci vogliono un bel po' di moti circolari "uno dentro l'altro", ognuno con la propria frequenza e ampiezza, ti sembra che sia "zippata" bene?
Il teorema di Fourier ci dice che ogni moto periodico può essere ottenuto come sovrapposizione di moti circolari, ma il fatto di prendere un moto periodico e svilupparlo in serie di Fourier non è in alcun modo una "zippatura". Certo forse è meglio doversi ricordarsi una successione di ampiezze e di frequenze che diventano via via sempre meno "significative" piuttosto che dover trascrvere tutti i tabelloni di Brahe, ma resta comunque il fatto che questo sviluppo in serie come "compressione" non è nemmeno lontanamente confrontabile con l'essenzialità delle tre leggi di Keplero.
Ma ti rendi conto quanto sia semplice implementare le tre leggi di Keplero in un programmino? Sono poche righe di sorgente, e probabilmente poche decine di KB di eseguibile. E in un programmino così ti trovi "compresse" tutte le voluminose tavole di Brahe, ed anche - per di più - la possibilità di "prevedere" e "postvedere" la posizione di tutti i pianeti nei giorni che verranno ed il quelli trascorsi, quando nessuno li ha (ancora) osservati.
Ogni volta che si riesce a compiere una ulteriore "compressione" siamo di fronte ad una grande scoperta scientifica. La quale magari non viene percepita come una compressione, ma - che so - come la "scoperta delle vere cause" eccetera. Però ciò che le contraddistingue tutte è proprio il fatto che si compia un altro passo nella "zippatura" di un certo fenomeno.
> Invece con un'operazione niente affatto popperiana, buttando al macero una > teoria più adeguata, si cerco' una teoria più elegante ma meno accurata.
Guarda che non sto parlando di adeguatezza, ma di zippatura. Qui c'è Ockham contro Popper. Quando Copernico si mette a cercare una teoria più "elegante" (cioè, che possa essere descritta con meno parole, o implementata in un programma più piccolo) e per trovarla è disposto anche a rinunciare in parte alla precisione raggiunta dal sistema tolemaico, sta implicitamente riconoscendo che la scienza deve seguire il criterio del "rasoio", anche se a volte nel tagliare esce un po' di sangue.
> Questo consenti' di sviluppare una teoria newtoniana niente affatto > metafisica (le forze sono di nuovo etichette che comprimono e riassumono > fatti ossia comportamenti)...
Questo lo dici perché nel frattempo ti ho fornito l'"insight" dello zipper. Sennò saresti ancora qui a parlare della cinematica come "descrizione del moto" e della dinamica come "studio delle cause del moto". Una più "superficiale", l'altra più "essenziale". Pura metafisica aristotelica.
> Se ti passa un trattore su un piede, mi auguro che ti consoli il pensiero > che la forza che ha esercitato sul tuo alluce sia solo una metafisica, e > che non ti fa male "perché" il trattore è passato sul tuo piede, ma fa > male e basta, per cui domani il piede sotto il trattore ce lo metterai di > nuovo. Le cause e le forze sono metafisica, no? O sono necessari infiniti > passaggi di trattore per farti rilevare graficamente la legge che associa > trattore e unghia incarnita? :-)
Beh, qui interviene prepotentemente il realismo metafisico del senso comune:-), di cui si usa dire che ha assicurato la sopravvivenza all'essere umano - e che, in sostanza, certe forme di espistemologia evoluzionistica tentano di sfruttare per venire a capo del problema del "perché" del successo delle teorie scientifiche.
> Al contrario, proprio solo quello non può averne. Che alla fine è > l'auspicio di tutta questa tua lunga esposizione della teoria dello "zip": > che nessuno debba andare mai al di là dei segni, della forma. Ma basta che > tu ti chieda il perché di questa tua istanza per vedere che è > contraddittoria.
Questo è un punto delicatissimo. Nessuno "deve" andare al di là dei segni? O nessuno "può"? Se nessuno "deve", e non perché nessuno "può", allora è come dici in fondo: siamo di fronte ad una metafisica. Ma siamo di fronte ad una metafisica anche se viene dimostrato che "si può" (si può concepire la scienza come un insieme di "compressioni"), ma altri continuano - qui la metafisica - a dire che "non si deve".
Procedendo lunga la strada che ha condotto da Aristotele a Kant, si arriva *infallibilmente* alla teoria dello "zip" - cioè a quell'autocomprensione della scienza prodotta dalla teoria algoritimica dell'informazione. E' quel processo cui certe filosofie si riferiscono parlando di "perdita della realtà".
> Stai facendo un salto illecito fra il programma (che hai scritto tu per > quanche ragione o scopo) e te che ne giudichi il risultato. > La *tua* conoscenza dipende dal *tuo* giudizio sul risultato, e, prima > ancora, nei criteri con cui hai costruito il programma. > La metafisica, ripeto, non c'entra con Galileo e soci. > Semmai proprio il culto del segno che tu esponi è una metafisica.
Può di certo essere una metafisica - ma il suo essere una metafisica non implica che tale "culto del segno" non sia capace di fare a meno di un'altra metafisica (quella delle cause). La domanda è allora se la...domanda (che ponevi sopra) <<Ma senza un senso dei segni e uno scopo, mi spieghi che cosa mai significa "zippare"? Chi lo fa e perché mai? Cosa si aspetta? >> abbia *necessariamente* diritto di cittadinanza nell'autocomprensione della scienza. Riesce, la teoria dello "zip", a zippare l'impresa scientifica stessa? Se quella necessità c'è, allora la teoria della "compressione" è insufficiente a produrre l'autocomprensione teorica della scienza. Molto probabilmente, la risposta della teoria dello "zip" a questa domanda si trova in questa frase di Davide: <<Non posso impedire che lo zipper che sta sul mio pc abbia una sua religione sul proprio ruolo nell'universo del pc[...]. Questi sono affari suoi: a me interessa solo che quel programma faccia un buon lavoro di zippatura>>.
Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un" algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva, che quello sia l'unico algoritmo) sia interpretato come "le posizioni dei pianeti del sistema solare" o come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta di una delle interpretazioni possibili - dove il significato della parola "interpretazione" è, rigorosamente, quello stabilito dalla logica formale da Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore epistemologico della teoria dello "zip" non sarebbe altro che la conseguenza di quella *indifferenza*. Per la teoria algoritmica, in quanto posta alla base di una comprensione epistemologica, *non* c'è nessuna ragione per cui il fatto che storicamente le tavole di Brahe sia state costruite annotando le posizioni dei pianeti, e che queste annotazioni abbiano costituito l'insieme numerico che, di fatto, le leggi di Keplero riescono ad algoritmizzare - non c'è nessuna ragione, dicevo, per cui questo fatto storico debba avere necessariamente un posto, un "segno", nell'autocomprensione epistemologica della scienza. Va capito in profondità quanto sto per dire: per la teoria epistemologica dello "zip", *quello stesso* fatto storico è una delle interpretazioni possibili. Se non si capisce questo, allora ci si lascia sfuggire la radicalità della posizione "algoritmica". E questo sarebbe filosoficamente un delitto, perché la teoria algoritimica è, di fatto, la punta avanzata della scienza, che ci promette tante "meraviglie" (che poi siano incubi e non meraviglie, è altro paio di maniche; e non per niente ho messo le virgolette:-)).
Senza però rispondere alla tua domanda, non possiamo escludere che la punta avanzata della scienza, quella che riesce a "riassumere" in sè più cose di qualunque altro campo della scienza, sia poi essenzialmente incapace di dar vita ad una autocomprensione dell'attività scientifica, dominata com'è dalla passione neopitagorica di vedere numeri laddove altri vedono "cose". La ragione di quella essenziale indifferenza cui mi riferivo sopra, però, ha una lunga storia - e, ad esempio, viene alla luce prepotentemente, paragonando la teoria dei naturali di Dedekind con la teoria dei naturali di Peano (di qualche anno successiva). Dedekind e Peano scrivono sostanzialmente gli *stessi* assiomi, solo che Peano antepone ai suoi assiomi quattro "explicationes" (le chiama così, nel suo latino scientifico sine flexione), che sostanzialmente gli servono per *saturare* il significato di certi segni, e far sì che la sua struttura assiomatica parli *solo* dell'insieme dei numeri naturali, quello che si insegna alle elementari. Dedekind questo non lo fa. E allora, se persino nel mondo dei numeri si registra questo "contrasto" tra "saturazione" ed "insaturazione", vuol proprio dire che sotto l'"indifferenza" cui mi riferivo sopra, cova veramente qualcosa di grosso, e di rilevante dal punto di vista teorico.
> uahlim ha scritto: > > Bravo, immagina, perchè le cose NON sono andate cosi', i dati si > > lasciavano comprimere eccome dalla teoria dei moti circolari che composti > > tra loro formavano uno sviluppo in serie di Fourier che cominciavano > > persino a tener conto di effetti di secondo ordine della teoria di Newton, > > il problema è che a loro volta tutto questo insieme di moti circolari uno > > dentro l'altro cominciava a prendere la forma del caos. > E a te una cosa che "comincia a prendere la forma del caos", perché per > riprodurla ti ci vogliono un bel po' di moti circolari "uno dentro l'altro", > ognuno con la propria frequenza e ampiezza, ti sembra che sia "zippata" > bene?
E' meglio uno zip che non corrompe i dati od una Jpeg che corrompe i dati ma comprime di più?
Sono scelte, Popper avrebbe scelto la teoria più complessa ma più accurata.
SI', sono scelte, un ingegnere avrebbe scelto invece la teoria più semplice. Una persona attaccata alla metafisica come dici tu una teoria che "spiegasse", quindi non irriderei troppo Newton che non è neppur detto che non avesse inventato delle forze, come se tu non inventi la presenza di corpi per spiegare immagini o sensazioni, o la presenza del reale.
Perchè mai dovrebbe esistere la luna quando tu non la vedi? E perchè mai dovrebbe esistere quando tu la vedi? E che significa poi esistere? Come vedi siamo tutti infarciti di metafisica, non solo chi parla di forze, ma anche chi parla di chi parla di chi...
> Il teorema di Fourier ci dice che ogni moto periodico può essere ottenuto > come sovrapposizione di moti circolari, ma il fatto di prendere un moto > periodico e svilupparlo in serie di Fourier non è in alcun modo una > "zippatura". Certo forse è meglio doversi ricordarsi una successione di > ampiezze e di frequenze che diventano via via sempre meno "significative" > piuttosto che dover trascrvere tutti i tabelloni di Brahe, ma resta comunque > il fatto che questo sviluppo in serie come "compressione" non è nemmeno > lontanamente confrontabile con l'essenzialità delle tre leggi di Keplero. > Ma ti rendi conto quanto sia semplice implementare le tre leggi di Keplero > in un programmino? Sono poche righe di sorgente, e probabilmente poche > decine di KB di eseguibile. E in un programmino così ti trovi "compresse" > tutte le voluminose tavole di Brahe, ed anche - per di più - la possibilità > di "prevedere" e "postvedere" la posizione di tutti i pianeti nei giorni che > verranno ed il quelli trascorsi, quando nessuno li ha (ancora) osservati. > Ogni volta che si riesce a compiere una ulteriore "compressione" siamo di > fronte ad una grande scoperta scientifica. La quale magari non viene > percepita come una compressione, ma - che so - come la "scoperta delle vere > cause" eccetera. Però ciò che le contraddistingue tutte è proprio il fatto > che si compia un altro passo nella "zippatura" di un certo fenomeno. > > Invece con un'operazione niente affatto popperiana, buttando al macero una > > teoria più adeguata, si cerco' una teoria più elegante ma meno accurata. > Guarda che non sto parlando di adeguatezza, ma di zippatura. Qui c'è Ockham > contro Popper.
Non confondere il jpeg con lo zip, per favore.
Quando Copernico si mette a cercare una teoria più "elegante"
> (cioè, che possa essere descritta con meno parole, o implementata in un > programma più piccolo) e per trovarla è disposto anche a rinunciare in parte > alla precisione raggiunta dal sistema tolemaico, sta implicitamente > riconoscendo che la scienza deve seguire il criterio del "rasoio", anche se > a volte nel tagliare esce un po' di sangue. > > Questo consenti' di sviluppare una teoria newtoniana niente affatto > > metafisica (le forze sono di nuovo etichette che comprimono e riassumono > > fatti ossia comportamenti)... > Questo lo dici perché nel frattempo ti ho fornito l'"insight" dello zipper.
Quindi secondo te c'è un rapporto tra il tuo zipper e la circonstanza che io consideri la realtà semplificazione ossia etichette e non ponga alcuna distinzione tra realtà virtuale e reale?
Puo' essere vero, anzi popperianamente è proprio come tu dici poichè qualunque circostanza implica logicamente una circostanza vera, ossia ad esempio che io pensi quello che ho esposto. E quindi, almeno logicamente, il tuo insight implica logicamente che io la pensi come la pensi.
Non solo, penso che il campo elettrico e la carica elettrica che lo produce sono la stessa cosa, in un certo senso, ossia che la carica elettrica è un ente che occupa tutto lo spazio come campo ed un suo centro come sonda.
> Sennò saresti ancora qui a parlare della cinematica come "descrizione del > moto" e della dinamica come "studio delle cause del moto". Una più > "superficiale", l'altra più "essenziale". Pura metafisica aristotelica.
No, le cause sono notazioni stenografiche, non vedo dove vedi la metafisica. Anzi, proprio parlare di metafisica implica l'idea di una fisica, invece proprio de-entizzando gli enti della fisica, tutto diventa etichetta e quindi tutto metafisico se inteso come astrazione, ma non metafisico se inteso come realtà solida dietro il fenomeno.
L'unica cosa che osservo è che tu, sarà per via dei limiti del linguaggio, non osi fare un balzo avanti e concludere che persino il tuo io è semplice etichetta e nome riassuntivo di un insieme di sensazioni, in fondo solo convenzionalmente un qualcosa che semplifica e quindi spiega certe tue sensazioni.
Tutto questo credo a partire da quando, metafisicamente, ti sei convinto che la totalità fosse divisa tra te ed un mondo altro da te, pensando, avendo l'ardire metafisico di pretendere di esistere come altro se non semplice etichetta.
Ma allora cos'è la realtà? Ma, per me è un gioco di specchi, un insieme di comportamenti coerenti con una regola di coerenza anch'essa inventata che conferma se stessa, la visione del mondo che puo' avere un personaggio in una commedia degli equivoci in cui non è detto che gli equivoci vengano chiariti. E se lo fossero, in base a cosa? Sempre in base a convinzioni mai provate, se non perchè mai contraddette in base alle nostre stesse regole che ci siamo dati, o ci hanno dato.
-- Emilio? Voil'him! Ateo ed anarchico per grazia di Dio e volonta' della Nazione.
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>> Questo lo dici perché nel frattempo ti ho fornito l'"insight" dello >> zipper. > Quindi secondo te c'è un rapporto tra il tuo zipper e la circonstanza che > io consideri la realtà semplificazione ossia etichette e non ponga alcuna > distinzione tra realtà virtuale e reale?
Chiedilo al nostro amico Marco V. :-)
>> Sennò saresti ancora qui a parlare della cinematica come "descrizione del >> moto" e della dinamica come "studio delle cause del moto". Una più >> "superficiale", l'altra più "essenziale". Pura metafisica aristotelica. > No, le cause sono notazioni stenografiche, non vedo dove vedi la > metafisica.
E dove l'hai imparata questa "spregiudicatezza"? Avresti avuto gli strumenti concettuali per arrivarci, due o tre secoli fa?
> L'unica cosa che osservo è che tu, sarà per via dei limiti del linguaggio, > non osi fare un balzo avanti e concludere che persino il tuo io è semplice > etichetta...
L'ho fatto quando avevo dodici anni. Adesso sto lavorando ad altro, e se ti sembro "indietro" forse è perché ho già completato il primo giro ;-)
> Ma allora cos'è la realtà?
Vabbe', sono le solite domandone da adolescenti smanettoni: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? che cosa pensano le ragazze?
> Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di > Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un" > algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva, > che quello sia l'unico algoritmo)
Infatti, per il teorema di Chaitin, che è poi una formulazione alternativa del teorema di Goedel (il teorema di Goedel si ricava dalla formalizzazione del "paradosso del mentitore", mentre quello di Chaitin si ricava dalla formalizzazione del "paradosso di Berry").
> sia interpretato come "le posizioni dei pianeti del sistema solare" o > come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta di una delle interpretazioni > possibili - dove il significato della parola "interpretazione" è, > rigorosamente, quello stabilito dalla logica > formale da Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore > epistemologico della teoria dello "zip" non sarebbe altro che la > conseguenza di quella *indifferenza*.
Ecco! :-)
> Per la teoria algoritmica, in quanto posta alla base di una comprensione > epistemologica, *non* c'è nessuna ragione per cui il fatto che > storicamente le tavole di Brahe sia state > costruite annotando le posizioni dei pianeti, e che queste annotazioni > abbiano costituito l'insieme numerico che, di fatto, le leggi di Keplero > riescono ad algoritmizzare - non c'è nessuna ragione, dicevo, per cui > questo fatto storico debba avere necessariamente un posto, un "segno", > nell'autocomprensione epistemologica della scienza. Va capito in > profondità quanto sto per dire: per la teoria epistemologica dello "zip", > *quello stesso* fatto storico è una delle interpretazioni possibili. Se > non si capisce questo, allora ci si lascia sfuggire la radicalità della > posizione "algoritmica".
Sì!!!
Te l'ho detto che saresti stato un magnifico bibliotecario, Guglielmo ;-)
> E questo sarebbe filosoficamente un delitto, perché la teoria > algoritimica è, di fatto, la punta avanzata della scienza,
Sì, è la punta del diamante, quella che si usa per tagliare anche i diamanti.
> che ci promette tante "meraviglie" (che poi siano incubi e non > meraviglie, è altro paio di maniche; e non per niente ho messo le > virgolette:-)).
Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma - come dicevi tu - se non si capisce qual è la "portata del discorso" sfugge completamente quali sono le grandi dinamiche che sono in atto all'interno del cosiddetto "pensiero occidentale".
Liquidare questo discorso come una sega mentale di scienziati con velleità filosofiche, pensando che si tratti di faccende che non interessano nessuno, e che i "veri problemi" sono quelli di arrivare a fine mese con lo stipendio, o andare a fare le sfilate per difendere i "diritti inalienabili", può essere una posizione da rispettare massimamente dal punto di vista "umano", ma è una posizione miope.
E' come ballare sulla coperta del Titanic pensando che le cose "reali" sono quelle pareti che ci circondano, mentre la legge di Archimede è una cosa "lontana", di cui si occupano solo certi apprendisti stregoni.
E d'altra parte sarebbe sbagliato anche farsi prendere dall'ansia inquisitoria, e mettersi a lanciare delle scomuniche contro queste "diavolerie", e quei maledetti dei loro sostenitori. Sarebbe come pensare di sciogliere l'iceberg intimandogli di "pentirsi".
Insomma, qui si fa di tutto tranne l'unica cosa che sarebbe sensata, che è quella di prendere in mano un bel librone di idrostatica e di fluidodinamica, se proprio ci si vuole riappropriare del proprio destino.
Lo dico "contro i miei interessi" ;-)
> Senza però rispondere alla tua domanda, non possiamo escludere che la > punta avanzata della scienza, quella che riesce a "riassumere" in sè più > cose di qualunque altro campo della scienza, sia poi essenzialmente > incapace di dar vita ad una autocomprensione dell'attività scientifica, > dominata com'è dalla passione neopitagorica di vedere numeri laddove altri > vedono "cose".
Come dicevo prima, se il diamente viene montato in modo opportuno può tagliare anche il diamante.
> Dedekind e Peano scrivono sostanzialmente gli *stessi* assiomi, solo che > Peano antepone ai suoi assiomi quattro "explicationes" (le chiama così, > nel suo latino scientifico sine flexione), che sostanzialmente gli servono > per *saturare* > il significato di certi segni, e far sì che la sua struttura assiomatica > parli *solo* dell'insieme dei numeri naturali, quello che si insegna alle > elementari. Dedekind questo non lo fa.
E' perché Peano era italiano, e non aveva il coraggio di fare a meno definitivamente delle "statuine" (if you know what I mean).
> E allora, se persino nel mondo dei numeri si registra questo "contrasto" > tra "saturazione" ed "insaturazione", vuol proprio dire che sotto > l'"indifferenza" cui mi riferivo sopra, cova veramente qualcosa di grosso, > e di rilevante dal punto di vista teorico.
Beh, sì, come dite voi "inquisitori dell'Essere" :-) c'è di mezzo la grossa faccenda del "nichilismo". Come uno potesse veramente "scegliere il nulla".
> Infatti, per il teorema di Chaitin, che è poi una formulazione alternativa > del teorema di Goedel (il teorema di Goedel si ricava dalla > formalizzazione > del "paradosso del mentitore", mentre quello di Chaitin si ricava dalla > formalizzazione del "paradosso di Berry").
Lo stesso Goedel scrive, nella sua introduzione al lavoro del 1931, che la sua proposizione indecidibile (che parla di non-dimostrabilità e non di non-verità) "si collega strettamente" al paradosso del mentitore (nonché, dice, all'antinomia di Richard). Proprio per questo, c'è ovviamente un nesso strettissimo tra il teorema di Goedel e quello di Tarski. Ci si può spingere fino al punto di dire che il lavoro di Goedel del 1931 abbia sostanzialmente anticipato il teorema di Tarski. Una cosa interessante è che Goedel, in una nota (la [14], vedo), a quella introduzione, scrive che <<ogni antinomia epistemologica potrebbe venire usata per una analoga dimostrazione di esistenza di proposizioni indecidibili>>. Non sono sicuro che questa nota di Goedel risalga effettivamente al 1931 e non sia stata aggiunta dopo, ma in ogni caso è interessante quel "epistemologica", che in pratica si riconduce alla bibartizione, effettuata da Ramsey, delle antinomie in "logiche" ed "epistemiche" (Goedel dice "epistemologiche").
> Te l'ho detto che saresti stato un magnifico bibliotecario, Guglielmo ;-)
Da Baskerville? Ma non provenivo da Burgos?;-).
> Sì, è la punta del diamante, quella che si usa per tagliare anche i > diamanti.
Già, pare proprio così.
> Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma - come dicevi tu - se non si > capisce > qual è la "portata del discorso" sfugge completamente quali sono le grandi > dinamiche che sono in atto all'interno del cosiddetto "pensiero > occidentale".
Sì, certo, sono pienamente d'accordo. La "crociata" è inutile. Ed è inutile - impotente - anche qualora si dovesse avvertire, o magari "dimostrare", che è in atto una crociata di senso contrario. Come più volte hai detto tu stesso, nella seconda metà del XIX secolo è accaduto, nella scienza, *qualcosa*. Prevalentemente, il luogo di questo accadimento fu la Germania. Questo "qualcosa" è ancora in atto - ed anzi, c'è da credere che stia quasi tardando a dare i suoi risultati, se si prende come arco di tempo l'ultimo secolo, lo si divide in due, e si guarda a ciò che è stato fatto.
> E' perché Peano era italiano, e non aveva il coraggio di fare a meno > definitivamente delle "statuine" (if you know what I mean).
Yes, I do. Quella tra Peano e Dedekind è una differenza densa di...significato, è proprio il caso di dire. Certo, doveva essere una "statuina" particolarmente preziosa:-).
> Beh, sì, come dite voi "inquisitori dell'Essere" :-) c'è di mezzo la > grossa > faccenda del "nichilismo". Come uno potesse veramente "scegliere il > nulla".
A volte vien da credere che, semplicemente, siano venute a mancare *le parole per poter dire ciò che "tutti" vorremmo ancora dire e vorremmo ancora che fosse detto*. Abbiamo invece una infinità crescente di parole che ci dicono ciò che non vorremmo che fosse detto. E non solo: abbiamo una infinità crescente di parole che ci dicono che le parole che vorrebbe che fossero dette, perché fosse detto ciò che vorremmo, non possono essere dette. La settima proposizione di Wittgenstein, se non l'ha ancora notato nessuno, va definitivamente rivisitata così: su ciò che più di ogni altra cosa vorremmo che fosse detto, si deve tacere.
Questo è per me, e da molto tempo, uno di quei casi paradigmatici in cui è la "forza" stessa a dirmi che un atto di forza contro quella mancanza, un voler dire "e basta! *queste*, perdio, sono le parole che tutti vorremmo che fossero dette, perché dicono le cose che vogliamo che siano vere! diciamole una buona volta, che diamine!", sia sostanzialmente impotente. Questa è, essenzialmente, l'*impotenza* che si coglie oggi nel discorso della religione (perché anche la religione dispone di un discorso, altrimenti tacerebbe), quando si offre all'uomo come il discorso che dice ciò che l'uomo vuole che sia detto, dicendogli: "io sto qui e ti dico ciò che tu vuoi che sia detto. Che aspetti, allora, a farmi tuo?".
Questa è una cosa che *tento* sempre di far capire a chi mi propone la "fede" dura e pura, quella che dice le cose che, magari, "tutti" si vorrebbero sentir dire: tento di far capire la potenza del discorso razionale. Anche la "fede", quando smuoveva le montagne, era, e si proponeva come, discorso razionale. Però, se quelle parole ci mancano, e ci manca ciò che quelle parole saprebbero dire (due sensi differenti di "mancare"; ma anche identici), non è che ce le possiamo inventare. Dovrebbero essere quelle parole, a reinventarci. Ma ciò significa, ancora, che non possiamo essere noi ad inventare le parole che ci reinventino. Potremmo prolungare all'inifnito questa sequenza, ma falliremmo. Devono essere *loro*.
Quando ho un momento di tempo ti rispondo con calma. Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola sugli spalti di icfm. Il concetto di 'indifferente'. Avevo già osservato, rispondendo a Davide, che tutto il suo ragionamento era epimenideo, e questa tua citazione del concetto lo dimostra.
La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente? Chi giudica dell'indifferenza non è indifferente per definizione. Se mi è indifferente chi bussa alla mia porta, l'indifferenza riguarda me che emetto quel giudizio? Se l'indifferenza si estendesse a tutto (ossia fosse "assoluta"), allora io non avrei modo di distinguermi da chi bussa alla mia porta. Ciò perché io sono 'differente' (logicamente) rispetto a chi *a me* è indifferente.
La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento senza senso su cui appoggia. Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che, ripeto, non è affatto 'indecidibile', ma senza senso, perché l'affermante e l'affermato non hanno la medesima autorità in un sistema intelligente, mentre in un sistema formale sì, dato che in esso i segni sono i segni indipendentemente dal livello logico in cui compaiono.
Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronuncuando un non-senso, dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia esistenza prima ancora di andare avanti a parlare.
Perché, ripeto, un sistema algoritmico o della zip-religion non sta in piedi autonomamente? Perché non è dotato di alcuna gerarchia logica, ma solo di un'architettura grafica, la quale è totalmente priva di significati. Per i significati è necessaria un'interazione fra soggetti, non uno scambio di bit graficamente ordinati fra macchine.
E' vero che con le macchine stiamo facendo e faremo meraviglie. Ma lo stiamo facendo e lo faremo *noi*. Questo *noi*, che rende insensata (ma istruttiva!) la proposizione epimenidea e tutto ciò che le si specchia, è "trascendentale" rispetto a ogni segno, a ogni forma, a ogni grafica. Il principio di senso (fondamento del *noi*) *genera* ogni possibile tecnica di astrazione, ossia è proiettivo (centrifugo), non è affatto lo "zip" centripeto di un serbatoio di dati "indifferente".
"Indifferente" a chi? "Indifferente" in assoluto? E come si differenziano gli enti nell'ambito dell'"indifferente"? Lo vedi che che è una metafisica!? Dirò di più: è una religione, una fede.
Vedi cosa succede a non credere al drago del mio garage? Si cade nel non-senso, come Alice in Wonderland.
> Per la teoria algoritmica, che quell'insieme di numeri di cui le leggi di > Keplero riescono a fornire un algoritmo (non "l'"algoritmo, ma "un" > algoritmo, giacché non vi è alcuna dimostrazione, né logica né ostensiva, > che quello sia l'unico algoritmo) sia interpretato come "le posizioni dei > pianeti del sistema solare" o come qualcos'altro, è indifferente. Si tratta > di una delle interpretazioni possibili - dove il significato della parola > "interpretazione" è, rigorosamente, quello stabilito dalla logica formale da > Tarski in poi. Dunque l'*insufficienza* del valore epistemologico della > teoria dello "zip" non sarebbe altro che la conseguenza di quella > *indifferenza*. [...]
> Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola > sugli spalti di icfm. > Il concetto di 'indifferente'.
Sì, certo, si può essere entusiasti perché qualcuno mostra di aver compreso un certo discorso sulla indifferenza.
D'altra parte quel discorso sulla indifferenza non diceva di sé di essere indifferente, ed in particolare non diceva di sé di essere indifferente al fatto di poter essere compreso. Anzi, ogni discorso, nel momento in cui viene espresso, dice implicitamente di sé di voler essere compreso ed ascoltato, e questo vale anche per un discorso sulla indifferenza.
> Avevo già osservato, rispondendo a Davide, che tutto il suo ragionamento > era epimenideo, e questa tua citazione del concetto lo dimostra. > La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?
No, anzi, come ormai dovrebbe essere chiaro, su questa faccenda del "nichilismo" (per non parlare del "relativismo") si muovono delle "grandi passioni".
D'altra parte non puoi nemmeno pensare di poter fare l'Epimenide della situazione ogni volta che nello stesso contesto saltano fuori due aggettivi opposti. Uno che si mostri entusiasta di parlare della indifferenza non è, solo per questo, uno che si contraddice. Dovrebbe essere uno che dice di sé di essere indifferente a tutto, e che si mostri entusiasta di dirlo.
> La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento > senza senso su cui appoggia.
Negli ultimi settant'anni le migliori teste del pianeta si sono concentrate tutte sullo studio delle proprietà degli algoritmi, e tu dici che tutte quelle riflessioni hanno un «fondamento senza senso».
Ma allora tanto vale classificarle come "diavolerie moderne". Tanto una etichetta vale l'altra.
Intanto quelle cose che hanno un "fondamento senza senso" (e che, in quanto tali, non dovrebbero nemmeno esistere) si stanno organizzando, e vengono a bussare alla tua porta. Per quanto tempo puoi fare finta che nessuno stia bussando? Spero per te che tu abbia la camera da letto lontano dall'ingresso, e comunque ti consiglio di non mettere oggetti preziosi nelle vicinanze di quella porta.
> Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che, ripeto, non è > affatto 'indecidibile', ma senza senso...
Però guarda caso questa cosa senza senso, ogni qualvolta si riesce a portarla dentro un sistema formale, produce dei "teoremi limitativi". E, guarda caso, ogni volta che un teorema limitativo ci dice che non è possibile fare una certa cosa, non solo ci si rende conto che effettivamente quella cosa nessuno è mai riuscita a farla, ma passano gli anni ed i decenni e - per quanto ci si provi - nessuno riesce a farla.
Per essere una cosa senza senso, ne dice di cose!
> ...perché l'affermante e l'affermato non hanno la medesima autorità in un > sistema intelligente, mentre in un sistema formale sì, dato che in esso i > segni sono i segni indipendentemente dal livello logico in cui compaiono. > Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronuncuando un non-senso, > dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia esistenza > prima ancora di andare avanti a parlare.
Mi sembri uno di quelli che impedire che qualcuno faccia del sesso anale (che poi a loro cosa gliene frega?) si mettono a gridare in piazza che è una cosa "contro natura". Ma come fa una cosa che fa un uomo ad essere contro natura?
Così quando tu parli dei "sistemi formali" sembra che stia descrivendo qualcosa che non appartiene alla "vera natura umana", ma sia una cosa "artificiale". Quando invece la "sintassi" è connaturata proprio al linguaggio, e questo a sua volta è probabilmente l'essenza ultima dell'uomo.
Dunque, quando affermi «io non esisto» per prima cosa non stai dicendo una cosa senza senso, perché se fosse senza senso tu non capiresti cosa dici, ed invece capisci benissimo che tu hai detto di non esistere. Al limite avrai detto una cosa falsa, visto che se sei lì a dire che non esisti dovrai pur esistere.
Ma a parte questo, anche quando si faccia vedere che un certo "paradosso" viene fuori da un non-senso, ciò non ti impedisce di metterti a riflettere su quel paradosso per cercare di capire se lo si possa trasportare all'interno di un sistema formale, dove ogni singolo ente nominato è definito in maniera univica, sicché non ci sono non-sensi, ma solo contraddizioni.
Ma tu qui dici che il "sistema formale" è "arficiale", non è la "vera natura umana", e allora buonanotte. Tanto valeva dire fin dall'inzio che "sono tutte diavolerie moderne", così per lo meno risparmiavamo la fatica di dover pseudo-argomentare.
> Perché, ripeto, un sistema algoritmico o della zip-religion non sta in > piedi autonomamente? Perché non è dotato di alcuna gerarchia logica, ma > solo di un'architettura grafica, la quale è totalmente priva di > significati.
Vabbe', ma tu non stare lo stesso troppo vicino alla porta di ingresso.
> E' vero che con le macchine stiamo facendo e faremo meraviglie. > Ma lo stiamo facendo e lo faremo *noi*.
Ma io non nego che ci sia un "noi".
Anzi, io ho sempre ammesso che ogni cosa che si dice e che si fa esprime una certa *volontà*, e che quella volontà ha necessariamente un *soggetto*.
In questo io seguo totalmente il discorso di Marco. Anzi, lo porto più avanti, perché sono anche il primo a dire che un certo discorso è "vero" nella misura in cui la volontà che si fa portatrice di quel discorso ha i mezzi (quasiasi essi siano) per imporsi sulle altre volontà.
Io da sempre vado dicendo che se il tuo Drago Invisibile dispone di milioni o meglio ancora di miliardi di volontà che sono disposte a qualunque sacrificio per testimoniarne la verità, allora esso è vero.
Dunque tutto si fonda sulla volontà che le cose stiano in un certo modo, e la volontà - come sappiamo - richiede un soggetto.
Ora che abbiamo chiarito questo fatto, dovrebbe anche essere chiaro che ci può essere una volontà che vuole che là fuori nello spazio ci siano dei pianeti che girano sulle loro orbite, e che la conoscenza sia la conoscenza di quegli oggetti, ed anche un'altra volontà che vuole che l'esistenza o meno di quegli oggetti sia tutto sommato indifferente, e che l'atto della conoscenza si ponga in un altro momento, quando ormai quei cosiddetti pianeti sono già diventati numeri, e quei numeri vengono poi "compressi".
E' vero che uno potrebbe osservare che ci deve pur essere un momento in cui qualcuno osserva qualcosa e trasforma quelle sue osservazioni in numeri su una tabella, ma è anche vero che tutto questo potrebbe venire "liquidato" limitandosi a dire che "in qualche modo" sono date delle tabelle piene di numeri. Così nesuno negherebbe che "là fuori" ci sono dei pianeti, ma semplicemente verrebbe considerato "non rilevante" tutto ciò che non sia la pura e semplice "elaborazione di (segni) dati". E anche la definizione di "scienza" subirebbe un analogo destino: non più la "previsione di fatti", ma la "compressione di dati".
> Vedi cosa succede a non credere al drago del mio garage?
Di quante divisioni dispone il Drago che sta nel tuo garage?
Solo questo conta ai fini della "logica pura". Perché la logica pura è tautologia, e la tautologia per eccellenza è che esiste ciò che dispone dei mezzi per esserci e continuare ad esserci.
Detto questo, ti faccio osservare che ora che abbiamo tutti riconosciuto che il mondo è prodotto dalle volontà che lo vogliono, e che ogni volontà possiede un soggetto, ora che abbiamo abbiamo posto quel "noi" al centro della nostra ontologia, proprio perché quel "noi" è diventato esplicito, e non si specchia più nelle cose che vengono osservate, ma è esso stesso la cosa che viene osservata, ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è sul punto di evaporare, come una bolla che può esistere fino a quando nessuno la tocca. Solo che questo "noi" è ancora più delicato della bolla, perché non può essere toccato nemmeno con lo sguardo, e sopporta(va) di essere guardato solo nello specchio della "realtà oggettiva".
Infatti se è vero che è vero ciò che è voluto da un soggetto che ha i mezzi per (im)porre la sua volontà, allora nessuno può più salvarti dalla vertigine del... com'è che lo chiamate?, ah, sì, del "relativismo".
> > Per ora mi soffermo su un concetto che ha suscitato un'entusiastica ola > > sugli spalti di icfm. > > Il concetto di 'indifferente'.
> Sì, certo, si può essere entusiasti perché qualcuno mostra di aver > compreso un certo discorso sulla indifferenza.
Non ho niente contro gli entusiasmi. Ogni squadra ha i suoi supporter e ogni papa ha i suoi boys. E tutti dicono di aver capito la verità. Io mi limito a metterla in discussione, quella verità, specie quando, manifestando contro l'assoluto, si pone proprio essa come assoluto.
Ho ricordato spesso che, ogni volta che è emerso un nuovo "paradigma", è stato visto come una verità. Scoperta la meccanica, l'uomo era un meccanismo, scoperta l'elettricità l'uomo era un circuito elettrico, e così via fino al biocomputer e, ultimamente, all'algoritmo. In sostanza, ogni volta che si è riusciti a visualizzare una forma che somigliasse all'uomo (o a un vivente) o a un suo comportamento tipico, si è detto subito: l'uomo *è* quella forma, dimenticando magari che, prima di tutto, l'uomo l'aveva immaginata, rappresentata, formalizzata, e lo ha fatto senza sapere il come, se non il perché o il fine. Riguardo al fine, per inciso, resta da chiedersi con quale fine ci si affanna ad affermare che non c'è un fine - il che rientra nella sfera dell'"indifferenza" e dei suoi paradossi, su cui tornerò più sotto.
> D'altra parte quel discorso sulla indifferenza non diceva di sé di essere > indifferente, ed in particolare non diceva di sé di essere indifferente al > fatto di poter essere compreso. Anzi, ogni discorso, nel momento in cui > viene espresso, dice implicitamente di sé di voler essere compreso ed > ascoltato, e questo vale anche per un discorso sulla indifferenza.
Appunto. Ma se il pensiero umano altro non è che un algoritmo di compressione, esso *è* indifferente per definizione. Però, essendo indifferente, non può distinguere se stesso dai propri oggetti, quindi è incomprensibile che non sia indifferente al fatto di non essere compreso e ascoltato. Allora, o si ammette che vi sia un osservatore non-indifferente - e dunque non algoritmico e dunque separato da ciò cui è indifferente (il proprio algoritmicizzare o il suo oggetto) - o la contraddizione si mostra da sé immediata.
> > La domanda è infatti: il giudizio di 'indifferente' è indifferente?
> No, anzi, come ormai dovrebbe essere chiaro, su questa faccenda del > "nichilismo" (per non parlare del "relativismo") si muovono delle "grandi > passioni".
Forse interessi che diventano passioni in quanto interessi, non passioni che diventano interessi in quanto passioni. A nessuno, credo, può sfuggire la portata politico-economica del movimento nichilista. Non è "indifferente" che la realtà venga interpretata come qualcosa di indifferente. Ed è questo il nucleo del paradosso. Se era questo paradosso quello a cui la cultura occidentale (o almeno europea) mirava, beh, ora ne sta pagando lo scotto. Infatti, dopo tutte le battaglie per la libertà di espressione senza se e senza ma, adesso deve scappare - cioè non essere indifferente - davanti ai fanatici che non ammettono la satira sui loro simboli. Dunque è indifferente alla satira su chiunque, ma non indifferente alla reazione di qualcuno. Il che rientra nel medesimo paradosso. Fosse davvero indifferente, non si farebbe scrupolo di sparare su chi attenta alla propria libertà di espressione e alla propria indifferenza così faticosamente conquistata.
> Uno che si mostri entusiasta di parlare della indifferenza non è, > solo per questo, uno che si contraddice.
Stai dicendo che si può essere entusiasti del profiterol senza mangiarlo o averlo mai mangiato e dichiarando di essere di quelli che non ne mangiano e non ne mangeranno mai? Allora di che si starebbe parlando? La ricetta non è la torta, e non si apprezza la torta dalla ricetta.
> Dovrebbe essere uno che dice di > sé di essere indifferente a tutto, e che si mostri entusiasta di dirlo.
Certo. Questo sarebbe anche un po' comico.
> > La ragione per cui la logica algoritmica non regge è questo fondamento > > senza senso su cui appoggia.
> Negli ultimi settant'anni le migliori teste del pianeta si sono > concentrate tutte sullo studio delle proprietà degli algoritmi, e tu dici > che tutte quelle riflessioni hanno un «fondamento senza senso».
> Ma allora tanto vale classificarle come "diavolerie moderne". Tanto una > etichetta vale l'altra.
Non mi sono spiegato. Le mie prime equazioni al computer le ho scritte nel più primitivo dei fortran (allora non c'era altro), ed era dura, te l'assicuro, dal punto di vista sintattico. E di algoritmi, all'occorrenza, in C++ o in java ecc. se non più in fortran, ne scrivo tuttoggi quanti me ne servono. Ciò che considero senza senso è ritenere che la conoscenza risalga a questo genere di meccanismi che abbiamo prodotto *noi* facendo salti mortali sul linguaggio naturale per rinchiuderlo, impacchettarlo, congelarlo e pietrificarlo, e dopo averlo oggettivato (espiantato) rispetto a una sorgente che non si lascia affatto né rinchiudere, né impacchettare, né congelare né pietrificare. Già, perché per tentare di stare minimamente dietro al linguaggio naturale con un linguaggio formale, i linguaggi di programmazione - formali per eccellenza che se sbagli non stanno a discuterne fra te e Marco e Loris e Odifreddi ma ti stangano senza complimenti - hanno ormai bisogno di revisioni almeno semestrali. Allora, come mai gli algoritmi sono così friabili o deperibili mentre chi li genera sopravvive a ogni possibile algoritmo? Lo spiegano "le migliori teste del pianeta"? O me la raccontano ancora con la virtus dormitiva, come ai tempi di Molière?
> Intanto quelle cose che hanno un "fondamento senza senso" (e che, in > quanto tali, non dovrebbero nemmeno esistere) si stanno organizzando, e > vengono a bussare alla tua porta.
Chi? Gli integralisti islamici o i progettisti della Sun e della Borland? O quelli che il nichilismo lo praticano senza neppure sognarsi di teorizzarlo? Di questi ultimi stai tranquillo che ne ne ho conosciuto a schiere in tutti gli ambienti. Semplicemente facevano e fanno quel che più gli aggrada alla faccia di tutti. Poi tu chiamali scettici, indifferenti, relativisti, nichilisti, ma la zuppa non cambia. Sempre esistiti. Non sono un'invenzione di Turing o di Church.
Ma le cose senza senso esistono eccome: tutte le cose fuori contesto sono senza senso. Lo perdono appunto uscendo dal loro contesto, vedi Epimenide appunto, che ci insegna proprio questo: che il contesto dell'affermante e quello dell'affermato non sono miscibili se non per generare paradossi.
> Per quanto tempo puoi fare finta che nessuno stia > bussando? Spero per te che tu abbia la camera da letto lontano > dall'ingresso, e comunque ti consiglio di non mettere oggetti preziosi > nelle vicinanze di quella porta.
In vicinanza della porta ci lascio il computer, che uno vale l'altro. Quello sì, è indifferente davvero: che tu ci scriva 'violetta' o tu ci scriva 'cacca' a lui non gliene cale. Solo due array di caratteri di lunghezza diversa.
> > Ciò esattamente come la proposizione epimenidea, che, ripeto, non è > > affatto 'indecidibile', ma senza senso...
> Però guarda caso questa cosa senza senso, ogni qualvolta si riesce a > portarla dentro un sistema formale, produce dei "teoremi limitativi".
Lo credo bene! Sei ti dicono "guarda che, se vai di là, cadi in una scarpata", tu vai di là o ti fermi? E certo che saltano fuori dei teoremi limitativi! E però solo perché non ci si è pensato prima a stare attenti ai diversi livelli (o contesti) logici. Non si è stati attenti al fatto che il medesimo segno in contesti diversi assume significati diversi, cosa che al linguaggio naturale non è necessario ricordare e a quelli artificiali è praticamente impossibile far "interiorizzare".
> E, guarda caso, ogni volta che un teorema limitativo ci dice che non > è possibile fare una certa cosa, non solo ci si rende conto che > effettivamente quella cosa nessuno è mai riuscita a farla, ma passano > gli anni ed i decenni e - per quanto ci si provi - nessuno riesce a > farla.
Vedi sopra. Mica per niente, come ricorda Marco, quel tale nel 1931 ha parlato nella sua introduzione della 'liar antinomy'. Di questa parlava - della sua formalizzazione - non d'altro. Ma ha solo dimostrato che un segno, definito in un certo contesto, porta al paradosso se espiantato in un altro. Lo so che è complicato dimostrarlo. Niente più dell'ovvio è difficile da dimostrare. Il problema è che far entrare nella logica formale le separazioni dei contesti - che fanno cambiare significato alle variabili a seconda dell'oggetto entro cui operano - è appunto praticamente impossibile. Nella programmazione, i trucchi per cercare di farlo sono innumerevoli, ma con risultati esilaranti del tipo del correttore grammaticale di word o del traduttore di google (provare per credere :-)).
> Per essere una cosa senza senso, ne dice di cose!
Certo. Dice perlomeno: è pericoloso sporgersi (dal contesto di definizione di una variabile). La programmazione ha appreso così bene la lezione che distingue con molta attenzione fra variabili locali e variabili pubbliche, e a nessuna di esse si azzarda a cambiare significato in corso d'opera (come accade invece in tutti i paradossi e in logiche che non devono rispondere di quello che fanno, mentre chi scrive software ne deve rispondere).
> > Ho già detto che se affermo "io non esisto" sto pronunciando un > > non-senso, dato che in quanto affermante sto ponendo sul tavolo la mia > > esistenza prima ancora di andare avanti a parlare.
> Mi sembri uno di quelli che impedire che qualcuno faccia del sesso anale > (che poi a loro cosa gliene frega?) si mettono a gridare in piazza che è > una cosa "contro natura". Ma come fa una cosa che fa un uomo ad essere > contro natura?
>> ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è sul punto di evaporare, >> come una bolla che può esistere fino a quando nessuno la tocca. > Ecco, appunto qui ti aspettavo, a dire che il noi c'è ma invece non c'è.
E' da un po' di tempo che io e Marco stiamo cercando di sviluppare un certo discorso che - almeno per quello che mi riguarda - dovrebbe cercare di mostrare che, come è stato detto più volte, "la fede è sempre quella degli altri".
D'altra parte proprio poche ore fa Marco, rispondendo ad un mio post, osservava di nuovo che non ha senso parlare di "recupero della fede", perché nei tempi in cui c'era la "fede" essa non veniva percepita come tale, ma tutti erano convinti che quella loro "fede" fosse quanto di più "ragionevole" si potesse pensare. Non c'erano forse i miracoli, e una infinità di altre evidenze, a testimoniare che le cose stavano effettivamente in un certo modo?
Questo discorso, volendo, può essere sviluppato anche da un punto di vista antropologico. Se c'è una cosa che è nota agli antropologi, è che ogni civiltà è affetta al massimo grado da quello che viene definito "etnocentrismo". Ogni popolo vive in mezzo ad altri popoli che hanno lingue, costumi, religioni e leggi diverse, e questo dovrebbe bastare a far comprendere che tutte quelle strutture "culturali" sono il prodotto di una certa storia, che è andata in un certo modo, ma avrebbe anche potuto andare in un altro modo. Eppure a nessun popolo viene nemmeno il lontano sospetto che valga questo "principio di relatività", ma anzi tutti i popoli si danno un gran da fare per dirsi e ripetersi ad ogni piè sospinto che gli altri, con quelle loro strane usanze, sono dei barbari, si esprimono con dei suoni gutturali, hanno delle leggi orribili e contro natura, eccetera.
La conservazione di questa immagine di sé è talmente importante per ogni cultura, che se andiamo a vedere l'etimologia dei termini che i vari popoli usano per riferirsi a se stessi, scopriamo che spesso quei termini significano semplicemente "uomini", come a dire che ogni popolo riconoscere solo a se stesso lo status "umano".
Perché è così importante conservare questa immagine a dispetto di ogni evidenza? Perché se "noi" smettessimo di dire di essere la Civiltà per eccellenza e cominciassimo a dire di essere - che so, dico un nome a caso - gli "Occidentali", allora ipso facto riconosceremmo che esistono anche gli "Orientali", e che se noi Occidentali siamo convinti che Dio abbia parlato per mezzo di un certo profeta e invece gli Orientali sono convinti che Egli abbia parlato atteraverso un altro profeta, è solo perché le nostre vicende storiche sono andate in un certo modo, e le loro sono andate in un altro. E così alla fine ognuno di noi può ragionevolmente pensare che se anziché essere nato qui fosse nato là, sarebbe stato educato ad un culto diverso, ed avrebbe una certa religione diversa da quella che ha ora.
Questa cosa può sembrare del tutto ragionevole, e conosco anche delle persone che dicono questo, cioè appunto che essi credono ad una certa cosa perché hanno avuto una certa educazione, e se ne avessero avuto un'altra crederebbero altre cose, e alcuni di questi riescono a spingere questo discorso al punto di pensare che va bene così, e che è giusto che ognuno creda in ciò che gli hanno insegnato, e che in un qualche modo che noi non riusciamo neppure a concepire "hanno ragione tutti", ed ognuno fa bene a pensare che sia assolutamente vero ciò che gli hanno insegnato.
Certo, ce ne sono di persone che ragionano in questo modo, e magari dobbiamo essere contenti che ce ne siano, perché se in "Occidente" si è risciti a fermare (almeno in parte) il macello delle guerre di religione è proprio perché è comparsa una "cultura tollerante", cioè una cultura che consentiva alle persone di trovare il massimo conforto nelle proprie convinzioni ed allo stesso tempo le rendeva disposte a riconoscere che si poteva trovare il massimo conforto anche in convinzioni diverse da quelle proprie, e persino antitetiche rispetto ad esse.
Come dicevo, questa è cosa buona e giusta, tuttavia se diamo una occhiata alla storia si ha l'impressione che questa condizione, nella quale una certa civiltà non concepisce sé stessa come la Civiltà per eccellenza, costituita dagli unici esseri che sono veramente autorizzati a chiamarsi "uomini", e detentrice dell'unica Verità, o comunque della autentica capacità di ragionare in modo corretto sulle cose e sul mondo, questa condizione - dicevo - sui tempi lunghi mostra di essere "instabile", nel senso che al suo interno si mettono in moto una serie di forze centrifughe che rendono sempre più difficile costruire una identità di Sé abbastanza solida da garantire una qualche forma di "salvezza".
Potrei sbagliarmi, anzi spero di sbagliarmi, perché io non ho nessuna voglia di uscire domani e trovarmi nel bel mezzo di due opposti schieramenti che si sparano per decidere su quali testi sia scritta la Verità, tuttavia subito dopo essersi augurati che le cose possano andare a buon fine per tutti, bisogna anche avere la lucidità di guardare come vanno le cose e come sono andate nella storia, e se facciamo questa cosa si ha l'impressione che tutte le civiltà che sono riuscite a mantenersi compatte per tutte le generazioni che servono a costruire un "giacimento" non erano del tipo che usavano per indicare se stesse "un nome fra altri", ma usavano quello che consideravano per eccellenza il nome dell'Uomo.
Ancora oggi, a retaggio di un passato in cui anche da "noi" si faceva in questo modo, quando qualcuno è costretto a fare qualcosa che non pare sopportabile da un essere umano, si dice che «non è una cosa da cristiani», e con questo ovviamente non ci si riferisce ad una confessione religiosa fra tante altre, ma a quella che veniva considerata la condizione umana per eccellenza.
Dunque, come per costruire un impero economico di solito si devono avere pochi scrupoli, così per costruire una civiltà avente una identità forte e solida, che possa dare un senso a tutte quelle vite e tutti quei sacrifici, pare che si debba avere una certa dose di attegiamenti che - guarda caso - la nostra civiltà è andata progressivamente rifiutando: etnocentrisimo, intolleranza, mascheramento dei propri fini, mitizzazione delle proprie origini, eccetera.
Che cosa hanno in comune tutti questi atteggiamenti che sono stati progressivamente rifiutati?
Hanno in comune che essi servono a tenere il soggetto, il "noi", fuori dal cono di luce dello sguardo analitico. Un greco può anche scrivere un libro spiegando per quale motivo i Persiani abbiano certe strane usanze, e può persino arrivare a capire che se hanno proprio quelle usanze e non altre è perché le tappe storiche che hanno dovuto attraversare hanno operato una certa "selezione" fra tutti i valori possibili, ma se poi quel lucido sguardo viene rivolto sui Greci, allora bisogna che quel greco abbia l'assoluta certezza che quel discorso, evidentemente, non vale per i Greci, i quali fanno quel che fanno perché è "naturale" ed è "giusto" che sia così.
Se invece questo non accade, cioè se nello scrivere quel libro ad un certo punto il nostro greco si rende conto che vale un principio di simmetria, e che se ai Greci fa orrore ciò che fanno gli altri popoli allora è inevitabile che agli popoli faccia orrore ciò che fanno i Greci, e sia gli uni che gli altri vivono questa cosa nello stesso modo e con le stesse certezze, allora in quel greco comincerà inevitabilmente ad insinuarsi il sospetto che una certa convinzione può apparire a chi ne è portatore assolutamente evidente e giusta e naturale, e vera da sempre e per sempre, e invece essere solo il frutto di una certa tradizione che è iniziata da qualche parte in un certo momento, e che prima o poi quel miraggio potrebbe anche svanire.
In tutto ciò l'aspetto paradossale è che la scoperta da parte di un greco di quel principio di simmetria, produce una asimmetria! Infatti fra gli altri popoli non c'è nessun "matto" che sia andato a pensare che tutti quei valori che appaiono assolutamente naturali e costituenti la natura ultima dell'uomo possano non essere tali, ma determinati storicamente e persino geograficamente. Invece fra i Greci c'è un tipo nel quale sta affiorando la consapevolezza della simmetria, e la consapevolezza della asimmetria produce appunto una asimmetria!
Anche perché se c'è una malattia che si presta a produrre delle epidemie quella è la consapevolezza. E' vero che ogni civiltà, nel corso della sua storia, per sopravvivere, ha messo a punto dei potenti anticorpi per sradicare sul nascere ogni possibile focolaio di consapevolezza. E questi anticorpi sono essi stessi parte di ciò che viene percepito come evidente e assolutamente giusto e vero, come ad esempio il "tabù". Se tu vai a chiedere ad uno che vive immerso in una certa cultura perché presso quella sua cultura viga un certo tabù quello è capace di risponderti, che so: «Scusa, non vorrai mica lasciare che qualche pervertito sia libero di andare in giro a compiere un atto come quello, il quale è tanto abominevole che una persona sana non osa nemmeno nominarlo?»
Ecco, questo sì che è un bell'anticorpo. Ma se invece quell'atto viene tranquillamente nominato nel libri che circolano in piazza, e magari in quei libri si spiega pure che "noi", per essere stati educati in un certo modo, troviamo quell'atto assolutamente ripugnante, ma avrebbe anche potuto non essere così, tant'è che per certi popoli così non è, ecco che il sistema immunitario comincia a mostrare delle falle, le prime avvisaglie di quella che potrebbere essere una malattia grave, un sorta di "sindrome da immunodecifienza acquistita", sicché a quel punto qualunque raffreddore non riesci più a togliertelo di dosso.
Così di lì a poco ti arrivano addosso quegli animali dei Romani, con le loro pellacce incolte spesse due dita, che non si
>>> ecco ora che sei stato accontentato quel "noi" è sul punto di evaporare, >>> come una bolla che può esistere fino a quando nessuno la tocca.
>> Ecco, appunto qui ti aspettavo, a dire che il noi c'è ma invece non c'è.
> E' da un po' di tempo che io e Marco stiamo cercando di sviluppare un > certo > discorso che - almeno per quello che mi riguarda - dovrebbe cercare di > mostrare che, come è stato detto più volte, "la fede è sempre quella > degli altri".
Se io credo di non avere alcuna fede, è evidente che la fede è quella degli altri. Ma che si possa non avere alcuna fede è tutto da dimostrare. Ne riparliamo poi. E magari chiariamo anche in che consiste il "noi" di cui io ho parlato, che mi sembra un po' diverso da come tu lo hai letto.
> D'altra parte proprio poche ore fa Marco, rispondendo ad un mio post, > osservava di nuovo che non ha senso parlare di "recupero della fede", > perché > nei tempi in cui c'era la "fede" essa non veniva percepita come tale, ma > tutti erano convinti che quella loro "fede" fosse quanto di più > "ragionevole" si potesse pensare.
Su questo mi è difficile essere d'accordo. Se non l'avessero percepita, si sarebbero viste forse delle cattedrali? Se c'è un culto, allora è evidente che la fede è percepita come tale (non, per esempio, come una convinzione scientifica o politica).
> Questo discorso, volendo, può essere sviluppato anche da un punto di vista > antropologico. Se c'è una cosa che è nota agli antropologi, è che ogni > civiltà è affetta al massimo grado da quello che viene definito > "etnocentrismo".
Afferma cioè la propria identità, che si manifesta come differenza, non certo come in-differenza che lo farebbe sparire subito nell'indistinto. E questo nessuno lo vuole, neppure i paladini dell'indifferenza, dello scetticismo, del relativismo ecc. ecc. Ma non lo vogliono neppure quelli del "siamo tutti uguali che più uguali non si può", tanto che per affermarlo fanno fuori quelli che si azzardano a non essere proprio uguali-uguali.
> Ogni popolo vive in mezzo ad altri popoli che hanno lingue, > costumi, religioni e leggi diverse, e questo dovrebbe bastare a far > comprendere che tutte quelle strutture "culturali" sono il prodotto di una > certa storia,
Certo che è così. Tanto è vero che tutti quei popoli hanno cara la loro storia. Magari un po' romanzata, ma è sulla loro storia (sulle loro radici) che affermano la loro identità. Una per tutte quella delle Sacre Scritture. Poi si sa: la mia storia è più bella della tua così come il mio papà è più bravo del tuo. Se appartengo a qualcosa, dovrei forse buttarlo giù? Non sarebbe antropologically correct :-) Anzi, gli psic direbbero che è sintomo di depressione.
> Eppure a nessun popolo viene nemmeno il lontano sospetto > che valga questo "principio di relatività",
Ma chi l'ha detto? Il fatto di essere il centro di se stessi - e non si può essere altrove - cosa ha a che fare con la relatività? Da un punto di vista *esterno* a qualunque popolo si può ragionare in termini di riferimenti equivalenti (o "indifferenti"), ma, stando dentro a un popolo, lo si può pure "dire", ma che quella "relatività" possa essere un "vissuto", e non solo una nozione astratta, ci credo come credo che si possa parlare una lingua qualunque "indifferentemente". In astratto, le lingue sono tutte equivalenti, ma la tua lingua madre nessuno te la leva dal cervello e dall'anima, neppure se fai l'apolide e il globe trotter. Voglio dire: la relatività è una bella cosa, ma siamo concreti. Io non posso prendere un riferimento (neppure fisico) che non mi riguarda, che è altrove, in cui io "non ci sono". Che senso avrebbe? Il mio drago, infatti, non è di razza cinese, ma è un comunissimo drago di tradizione europea, con la sua brava diffidenza nei confronti dei sangiorgi.
> La conservazione di questa immagine di sé è talmente importante per ogni > cultura,
Ci mancherebbe che non lo fosse. Le differenze oggettive che hanno portato la storia a costruire una cultura per quello che è rispetto alle altre, verrebbero meno, e quindi verrebbe meno la storia stessa. Si avrebbe una totale perdita di senso con la perdita di (storia e di) identità. E questo è vero per un popolo come per un singolo. Privalo della memoria - e della centralità della sua memoria - e di fatto lo hai ucciso. Avresti definito infatti uno stato confusionale di assoluta gravità.
> Perché è così importante conservare questa immagine a dispetto di ogni > evidenza?
Di quale evidenza? Del fatto che io sono diverso da te e lo affermo? E che non intendo essere meno che il centro di me stesso e non intendo fare di te il centro di me stesso (come popolo o come individuo, fa lo stesso)? Sarebbe ben assurda una simile abiura alla propria identità solo perché si sa che ne esistono altre.
> Perché se "noi" smettessimo di dire di essere la Civiltà per > eccellenza e cominciassimo a dire di essere - che so, dico un nome a > caso - > gli "Occidentali", allora ipso facto riconosceremmo che esistono anche gli > "Orientali",
Ma guarda che non lo ha mai negato nessuno. In particolare, il mio "noi" non si riferiva affatto agli Occidentali, ma all'umanità, dato che, fino a prova contraria, la tecnologia dell'informazione è opera umana e non dei criceti. Però vedi, proprio tu che mi vieni a fare tutto questo discorso hai subito pensato agli Occidentali mentre a me non era neppure passato per l'anticamera della mia scheda madre di fare una simile distinzione.
> E così alla fine ognuno di noi può ragionevolmente pensare che se anziché > essere nato qui fosse nato là, sarebbe stato educato ad un culto diverso, > ed avrebbe una certa religione diversa da quella che ha ora.
Che è la parafrasi di una battuta di Cartesio. Quindi figurati se io non sono d'accordo. Ma non era neppure nel contesto della mia risposta tirare in ballo una questione simile. Il opponevo il "noi" (esseri umani) all'"algoritmo", non qualche area del globo a qualche altra o un dio a un altro dio. Dicevo anche che tutta questa storia dell'algoritmo l'abbiamo inventata proprio "noi", così come abbiamo inventato l'elettricità ecc. (per dire poi che l'uomo è un automa elettrico) ecc. ecc. ecc. Immagino che quando si è scoperto il caffè qualcuno abbia stabilito che l'uomo è fatto di caffè, dato che al mattino, senza caffè, è incapace di risorgere (dimostrazione oggettiva della verità dell'assunto, sia della verità che l'uomo è puro caffè, sia della verità della resurrezione). Ma sorge un grave dubbio: quale miscela? E l'eresia del surrogato d'orzo sarà mai tollerata?
> Questa cosa può sembrare del tutto ragionevole, e conosco anche delle > persone che dicono questo, cioè appunto che essi credono ad una certa cosa > perché hanno avuto una certa educazione, e se ne avessero avuto un'altra > crederebbero altre cose, e alcuni di questi riescono a spingere questo > discorso al punto di pensare che va bene così, e che è giusto che ognuno > creda in ciò che gli hanno insegnato, e che in un qualche modo che noi non > riusciamo neppure a concepire "hanno ragione tutti", ed ognuno fa bene a > pensare che sia assolutamente vero ciò che gli hanno insegnato.
Assolutamente ragionevole. E certo che hanno ragione tutti! Questo però non toglie che io sono io, e che quindi la relatività non c'entri per niente, se non si guarda il mondo "dalla parte di Dio". E nessuno lo fa, anche se crede di farlo (lo fa un buon drammaturgo, ma solo sulla carta; poi quando scopa lo fa da parte propria, e non dalla parte di Dio). Ciò che ha senso, per noi, è l'interazione per quello che noi siamo e per quello che l'interlocutore è, senza mai confonderci con lui. *Relazione* dunque, non "relatività". In ogni punto del cosmo ci sono le interazioni che ci sono (tanto per guadagnarmi altri punti per il premio Lapalisse), e se su Marte la vedono diversamente da me, buon pro gli faccia; non per questo cambierò le mie abitudini alimentari. Allora - se si parla di relazione e non di relatività - le cose acquistano concretezza e quindi senso. Per i popoli come per gli individui. Ma te lo immagini un popolo che dice (e pratica) "io non sono niente di diverso e non merito niente di speciale perché tutto il mondo è paese"? Ma fammelo vedere che te lo invado subito con le mie divisioni di draghi e lo metto al lavoro per me che mi ritengo appena un po' speciale! (Beh, visto che hai tirato in ballo l'Occidente, forse è proprio quello che l'Europa sta facendo nel suo crescente buonismo: si è messa dalla parte di Dio senza essere Dio, quindi l'ultimo dei beduini se la mangerà.)
> Certo, ce ne sono di persone che ragionano in questo modo, e magari > dobbiamo > essere contenti che ce ne siano, perché se in "Occidente" si è risciti a > fermare (almeno in parte) il macello delle guerre di religione è proprio > perché è comparsa una "cultura tollerante", cioè una cultura che > consentiva > alle persone di trovare il massimo conforto nelle proprie convinzioni ed > allo stesso tempo le rendeva disposte a riconoscere che si poteva trovare > il massimo conforto anche in convinzioni diverse da quelle proprie, e > persino antitetiche rispetto ad esse.
Già! Infatti con questo buonismo i problemi li abbiamo proprio risolti. Noi che ci siamo conquistati col sangue, come già dicevo, la possibilità di fare la satira anche sull'imperatore, dobbiamo tacere davanti al beduino di cui sopra. E qui il "noi" inteso come Europa ci sta proprio.
> Come dicevo, questa è cosa buona e giusta, tuttavia se diamo una occhiata > alla storia si ha l'impressione che questa condizione, nella quale una > certa > civiltà non concepisce sé stessa come la Civiltà per eccellenza, > costituita > dagli unici esseri che sono veramente autorizzati a chiamarsi "uomini", e > detentrice dell'unica Verità,