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Berlino 1953: una rivolta dimenticata
55 anni fa accadeva un evento significativo che l'occidente
sembra ormai aver dimenticato: la rivolta operaia a Berlino Est nel giugno
1953, la prima insurrezione contro i sovietici dopo la morte di Stalin,
avvenuta il 5 marzo dello stesso anno. La causa iniziale dei disordini, che
coinvolsero tutto il paese e soprattutto la classe operaia, furono le
pesanti condizioni di vita e la restrizione delle libertà individuali
imposte dal regime comunista. Il 16 giugno le manifestazioni assunsero un
carattere più politico, con la richiesta di dimissioni del governo e
l'indizione di libere elezioni; il 17 giugno, la rivolta veniva stroncata
dai carri armati sovietici, con diverse decine di morti.
Gli intellettuali comunisti italiani e l'Unità, organo ufficiale
del PCI, etichettarono i manifestanti come "fascisti" al soldo degli Stati
Uniti e della Germania dell'Ovest e si schierarono totalmente dalla parte
del governo comunista, come sarebbe accaduto negli anni successivi, davanti
alle violente repressioni delle rivolte popolari negli stati oppressi dal
regime sovietico.
Il Papa riconosce il martirio di un sacerdote ucciso nelle Foibe
(AGI) - CdV, 3 lug.
Salvatore Izzo
Per la prima volta la Chiesa ha riconoscito ufficialmente come
martire uno dei 129 sacerdoti italiani uccisi nell'immediato dopo guerra. Si
tratta di don Francesco Bonifacio, trucidato a calci e pugni dai comunisti
titini e poi gettato in una foiba nel 1946 in Istria, dove era parroco.
Benedetto XVI ha infatto approvato oggi il decreto che dichiara
l'omicidio avvenuto ''in odio alla fede''.
''Come passano i giorni? Tra delusioni e paure'', aveva scritto
don Bonifacio nel febbraio del 1946, descrivendo le violenze e le
intimidazioni subite dai rossi: furono tagliate le funi delle campane e le
mura della parrocchia di Villa Gardossi furono imbrattate con scritte
oltraggiose. L'arcivescovo di Trieste, mons. Antonio Santin, gli suggeri' di
non svolgere in quella situazione attivita' pastorale se non in chiesa. Ma
il sacerdote non volle privare la popolazione locale del suo conforto, cosi'
all'imbrunire dell'11 settembre 1946 (aveva 34 anni), tornando verso casa
dopo una visita a Grisignana, venne fermato da due uomini della Guardia
Popolare. Un contadino che era nei campi si avvicino' ai sicari e chiese
loro di lasciar andare il suo prete, ma fu allontanato brutalmente e
minacciato perche' non dicesse nulla di cio' che aveva visto. Poco dopo le
guardie sparirono nel bosco.
Don Francesco fu spogliato e deriso, ma chiese perdono per i
suoi aggressori. Accecati dalla rabbia, questi cominciarono a colpirlo con
pugni e calci: il sacerdote si accascio' tenendo il viso tra le mani ma non
smise di pregare.
I suoi carnefici tentarono allora di zittirlo scagliando una
grossa pietra in volto, ma il curato pregava ancora. Altre pietre lo
finirono. Il suo corpo scomparve, gettato nella foiba di Martines, 180 metri
di profondita'.
Per l'Azione Cattolica Italiana, che ha pubblicato il
Martirologio del Clero Italiano, furono 129 i sacerdoti massacrati tra il
1944 e il 1947 in tutta la Penisola. Solo una parte di loro aveva
simpatizzato per il fascismo; la giustizia sommaria dei partigiani colpi'
soprattutto degli innocenti. Preti che vennero eliminati per essersi opposti
ai disegni politici dei comunisti o per aver criticato dal pulpito gli abusi
della lotta di liberazione.
La lista cronologica dei sacerdoti martiri evidenzia che le
uccisioni continuarono ben oltre il 25 aprile 1945. Fino al dicembre di
quell'anno la lista e' ancora lunga, cosi' come e' corposo anche l'elenco
del 1946. Quattro uccisioni sono registrate nel 1947. L'ultimo prete ucciso
per ''motivi politici'' e' stati don Ugo Bardotti, di Pievano di Cevoli,
nella Diocesi di San Miniato, in provincia di Pisa.
Avvenire
Don Francesco Bonifacio prete vittima delle foibe
DI FRANCESCO DAL MAS
È l'11 settembre 1946. «Quella sera - racconta monsignor Eugenio
Ravignani, vescovo di Trieste - don Francesco Bonifacio scendeva da
Grisignana verso casa. Lassù l'aveva accolto, come sempre, un sacerdote
amico e l'incontro era stato momento di consolazione e di grazia. Lungo la
strada fu aggredito, brutalmente picchiato e barbaramente ucciso. In una
delle foibe che solcano in profondità la terra istriana scomparvero le sue
spoglie». La Chiesa triestina ha un nuovo beato: don Bonifacio martire,
ucciso in odio alla fede. Monsignor Ravignani, quando ha ricevuto la
notizia della firma del decreto che riconosceva il martirio del sacerdote,
ha immediatamente telefonato ai vescovi di Capodistria (Slovenia) e di
Pola-Parenzo (Croazia), per condividere la gioia del figlio di questa
terra salito agli onori degli altari.
Nato a Pirano, in Istria, il 7 settembre 1912, secondogenito di
sette tra fratelli e sorelle, di famiglia semplice e povera, Francesco
Bonifacio viene ordinato prete nella Cattedrale di San Giusto il 27
dicembre 1936. Dopo il primo ministero a Pirano e a Cittanova, don
Francesco diventa cappellano nel 1939 nella Curazia di Villa Gardossi che
conta circa 1300 anime distribuiti in tante piccole frazioni o casolari.
Condivide con la sua gente le tragedie che si consumano dopo l' 8
settembre 1943, in una terra stretta tra gli occupatori tedeschi e il
fronte titino. Don Francesco si prodiga per soccorrere tutti, per impedire
esecuzioni sommarie, per difendere persone e beni. Ancora Ravignani: « Era
divenuto scomodo quel giovane prete. Qualcuno disse che lo si sarebbe
dovuto eliminare, che si doveva colpire il pastore per disperdere il gregge.
Ma egli non pareva tenesse nel debito conto le necessarie prudenze.
Continuava a predicare con chiarezza il Vangelo, a curare la catechesi
nella sua comunità, stupiva il suo coraggio, convinceva la fortezza della
sua fede». L'11 settembre 1946, dopo essersi recato a Grisignana per la
confessione, ritorna verso casa. Lungo la strada - come confermato da
parecchi testimoni - viene avvicinato e fermato da alcune guardie popolari,
la milizia jugoslava. Che poi scompaiono nel bosco.
http://www.leganazionale.it/lnimages/donbonifacio.jpg
Antidoti
di Rino Cammilleri
Fra le tante cose che quotidianamente ricevo via internet mi è arrivato uno
spiritosissimo necrologio che invita ai funerali del comunismo, espulso dal
parlamento italiano dopo sessant'anni. Purtroppo, finito di sorridere,
ho pensato che se il comunismo è morto i comunisti sono ancora vivissimi
e l'esperienza insegna che sono sempre stati capaci di risorgere come
la fenice.
Con altro nome, con altre bandiere, con altri colori, addirittura con altra
ideologia (sì, perché il marx-leninismo non è mai stato un'ideologia dai
contorni definiti, bensì una perfetta dottrina per prendere il potere e non
lasciarlo mai più). Ma liberarsene è praticamente impossibile, a meno di un
miracolo (il crollo dell'Urss, infatti, si deve alla finalmente eseguita
consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, così come
chiesto dalla Vergine a Fatima).
La differenza tra i comunisti e tutti gli altri sta nel fatto che i
comunisti vivono religiosamente la loro fede, cosa che li rende disposti a
tutto, anche al sacrificio personale (oltre a quello altrui, naturalmente).
E', la loro, una «religione politica», come l'islam. Ma atea, perciò il loro
paradiso deve essere raggiunto qui, in questo mondo. Per tutti gli altri,
cattolici compresi, la politica è solo una delle tante vie al benessere,
magari un lavoro. Ma non è tutto.
Perfino per gli islamici fondamentalisti la politica non è che un mezzo per
sottomettere ogni cosa ad Allah, ma Allah rimane più importante della
politica. Non così per i comunisti, che non hanno altro dio che la politica.
Per questo sono più bravi di tutti gli altri.
Ed è per questo che la "politica della mano tesa", che l'attuale
governo sembra tanto ansioso di inaugurare con l'opposizione,
è per esso solo l'inizio del suicidio.