Il seguente racconto partecipa al concorso letterario "Racconti
dall'oltrecosmo" e viene inoltrato sul newsgroup in forma anonima al fine
di garantire obbiettività ai concorrenti da parte della giuria. Il nome
dell'autore, che non può in nessun caso coincidere con quello
dell'inoltratario, verrà reso noto solo al termine della votazione.
Con la partecipazione al concorso l'autore mantiene in toto i diritti di
copyright sulla propria opera e si riserva la facoltà di perseguire a
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Per bando, classifica provvisoria e altre informazioni sul concorso:
http://scriverefantascienza.blogspot.com/2005/05/racconti-dalloltreco....
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*I Sogni che fanno i Delfini*
/E che cosa amerò se non ciò che non conosco/?
Giorgio de Chirico
/Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni/.
William Shakespeare
Il sole era un bottone d'argento cucito sul bavero orientale di un cielo
sbiancato dall'arsura.
Tempo da mal di testa, lo avrebbero definito da quelle parti, ma stava per
cambiare. Si sarebbero aggrappati, come meglio potevano, alla speranza di
quel cambiamento.
L'inquinamento crescente era riuscito a cambiare il cielo e le persone.
Tutto era sbiadito. Gli oggetti e gli esseri viventi avevano perso
profondità, come se chi guardasse quel mondo si fosse improvvisamente
coperto un occhio con una mano.
La gente vagava per le strade, mezze liquefatte dal caldo opprimente,
apparentemente senza meta. Girovagavano a caso per la città, ubriacati
dalla solitudine che li consumava dentro come una legione di tarli in un
mobile liberty.
Nessuno più voleva restare a casa, l'animale sociale insito in ogni uomo
reclamava la sua razione quotidiana di contatti fraterni. Ma queste
relazioni non si concretizzavano mai. Ormai ognuno viveva nel suo
personale guscio, una bolla sospesa in un oceano di paura.
Le massime aggregazioni fattibili erano di due persone in una stessa
abitazione, marito e moglie. In casi rarissimi tre componenti, con
l'aggiunta dell'unico figlio consentito dalla legge. Un evento sporadico a
causa della radiazione solare e della contaminazione atmosferica: i maschi
avevano perso la loro capacità di procreazione. Il governo mondiale non
accettava nemmeno la possibilità d'adozioni o di fecondazioni artificiali.
Ogni essere vivente in più sarebbe stato un problema per il vecchio globo,
già troppo sovraccarico, lanciato verso un processo irreversibile quanto
fatale.
Vassily era uno dei tanti rimasti sterili. Nessuna possibilità per lui
d'avere bambini. In nessun modo. I medici non erano riusciti a spiegare
perché, ma la realtà superava qualsiasi diagnosi puntuale.
Sua moglie, Ranya, gli rinfacciava continuamente la sua invalidità. Lo
amava molto, ma se fosse potuta tornare indietro avrebbe sposato 'uno con
i testicoli taurini', come ripeteva sempre alla madre. E Vassily lo
sapeva, e soffriva.
Anche lui desiderava tanto un figlio, e continuava a sperare, come se il
solo fatto di desiderarlo potesse guarire la sua malattia silente.
La mattina si recava al lavoro, presso il laboratorio di Bio-cyber
ricerche di Minsk, con quel pensiero nella testa, e ritornava la sera a
casa, sempre con quella sentenza ricorrente che rimbalzava nella sua
scatola cranica come una mosca chiusa in un barattolo di vetro: 'io non
sono un toro e non lo sarò mai!'.
Ma lui fantasticava sempre di poter diventare padre, del resto lavorava in
un laboratorio che si occupava di sogni. Sì, avevano progettato e
costruito una macchina che interpretasse i sogni degli uomini. In un'era
dove la realtà era troppo grigia per accettarla senza opportuni filtri
distorcenti, l'essere umano cercava consolazione in un dispositivo
materializzatore di utopie. Non funzionò mai, anche se, casualmente, si
accorsero che sulle menti dei delfini aveva effetto.
Riuscivano a materializzare le visioni oniriche dei cetacei rinchiusi
nella vasca del laboratorio. Se sognavano una palla colorata, nella stanza
di incubazione della macchina si formava una palla colorata. Del tutto
simile all'oggetto onirico, ma costituito da molecole di tipo particolare.
Una specie di fotocopia eseguita su una carta di materiale diverso
dall'originale.
Così le loro stanze erano riempite da quegli oggetti bizzarri: birilli,
cerchi toroidali, coralli, conchiglie, pesci di tutte le dimensioni e, a
volte, di razze inesistenti, barche e delfini. Delfini che avevano la
peculiarità di non poter sognare a loro volta. Di norma venivano immessi
in una stanza di annichilazione, creata apposta per disfarsi delle
'fotocopie' un po' troppo ingombranti.
Le ricerche andarono avanti, grazie ai finanziamenti governativi, con
l'obiettivo di riuscire a leggere e riprodurre i sogni umani. Finché non
successe quello che non sarebbe mai dovuto accadere.
Mai.
Vassily era appoggiato con i gomiti sulla balaustra e guardava i delfini
giocare nella piscina. Con il camice bianco che si gonfiava per il vento
della sera, sembrava una bandiera sulla prua di una nave. Il cielo era
striato di nuvole sottili bianche, come se un pittore impressionista
avesse solo iniziato a dare qualche pennellata di bianco perla su una tela
turchese.
Il cetaceo con la macchia bianca sul musetto si chiamava Fred e l'altro,
con la pinna caudale graffiata da profondi solchi, Barney. Lo scienziato
si trovava bene con Fred; aveva instaurato con lui una specie di dialogo
in cui confessava tutte le sue angosce. Spesso pensava che se Fred avesse
intuito che stavano violando la sua intimità più profonda, rubandogli i
sogni come dei ladri di opere d'arte in una chiesa, probabilmente in uno
dei tanti bagni insieme lo avrebbe ucciso.
Vassily prese un'aringa dal secchio e la porse verso il delfino, che in
quel momento lo stava osservando con la testa fuori dal pelo dell'acqua.
"Ciao bello! Come ti va la vita Fred?"
Fred rispose con uno dei tre suoni caratteristici di quegli animali, che
sembrava una risatina stridente. Poi, con uno scatto di reni, prese il
pesciolino al volo.
"Ah, bene, sono felice per te. Io? Come al solito. Vorrei tanto avere un
bambino. ehm, scusa, un cucciolo d'uomo, ma non riesco a farlo, niente da
fare. Non ne sono capace." Gli occhi gli diventarono lucidi.
Il delfino sembrò capire quello che stava dicendo Vassily: lo guardò per
alcuni secondi, poi assunse un espressione più seria, serrando la bocca, e
infine annuì con il capo.
Lo scienziato percepì qualcosa di straniante in quel dialogo senza parole
e si ritirò indietro come preso da vertigini. Sentiva che Fred in quel
momento aveva provato empatia verso di lui.
Ma che pensiero cretino, pensò Vassily sorridendo, è vero che questi
animali sono molto intelligenti, forse anche più di noi, ma in quanto a
capire il nostro linguaggio. certe volte il mio cervello si cortocircuita,
il dolore fa pensare delle cose che, in condizioni normali, un uomo
razionale giudicherebbe pura fantascienza.
Prima di ritornare in laboratorio Vassily si rigirò verso la vasca. Il
delfino Fred lo stava ancora fissando. Distolse lo sguardo e si incamminò,
con le mani nelle tasche, verso il viottolo alberato.
Il cuore gli pulsava forte. Qualcosa, nel remoto dei suoi pensieri
subcoscienti, gli stava parlando.
"Dai Vassily", si disse ad alta voce, "è solo che voleva ancora un
pesciolino. Per quel motivo ti stava guardando in quel modo. Non essere
illogico!"
La notte, nel suo letto, Vassily sognò il delfino che gli parlava di un
futuro bambino. Allontanò quella allucinazione dalla sua mente in
dormiveglia così come si scaccia una zanzara fastidiosa. Gli era sembrato
tutto troppo reale.
Il giorno dopo, durante la pausa mattutina, Vassily andò a trovare il suo
amico misterioso. Appena lo vide, Fred deliziò il suo visitatore con un
salto e una capriola all'indietro, ricadendo nella piscina con un gran
tonfo e schizzi d'acqua salata che arrivarono fino al viso dello
scienziato.
Vassily si asciugò la faccia con la manica del camice e fece un cenno di
saluto verso la vasca.
Fred si avvicinò alla sua postazione e iniziò una specie di dialogo con
risatine, strilli e pause in alternanza. Sembrava volergli dire qualcosa,
ed era molto felice di comunicarglielo, di qualsiasi cosa si trattasse.
Pareva un bambino al suo primo volo con l'aquilone: un entusiasmo
straripante di gioia.
"Sì Fred, non ti comprendo, ma sono per te." Vorrei anch'io avere il tuo
stesso stato d'animo, pensò Vassily. Rientrò nel laboratorio con il cuore
sollevato dalla serenità del suo amico pinnuto. L'empatia ha i suoi pro e
i suoi contro. Questa volta aveva condiviso un evento positivo con un
altro essere vivente, e questo era stato molto bello.
Intanto, nel profondo del suo cuore, una vocina sottile da delfino, gli
stava ripetendo una frase solo inizialmente incomprensibile: 'L'ho sognato
per te. L'ho sognato per te. L'ho sognato per te. L'ho sognato per te!'
Vassily si girò di scatto, ma la stanza in cui lavorava era vuota. Da buon
fisico razionalista non accettava il fatto che quel mormorio potesse
venire dal suo interno.
Ma che lo accettasse o no, il processo era stato avviato, e come un'onda
anomala lo avrebbe trascinato in un territorio inesplorato e completamente
fuori da ogni legalità. Come un surfista sull'oceano, avrebbe cavalcato
l'onda
cercando di restare a galla il più possibile.
'A volte bisogna bere per non affogare', ripeté mentalmente il suo
inconscio.
Che cosa significava? si chiese.
"Che cosa significa?" gridò verso un interlocutore immaginario.
DUE ANNI DOPO.
"Ivan, dammi la manina che attraversiamo la strada insieme."
Vassily guardò con attenzione nelle due direzioni di marcia, e con passo
spedito raggiunse l'altro marciapiede. La sua mano, così come faceva tutte
le sere da circa due anni, stringeva la piccola manina di un bambino
sculettante
...
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